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mercoledì 27 febbraio 2013

Uso del "graffietto"

Il graffietto degli anni '30 ancora al lavoro
Avevo promesso che vi avrei mostrato come si usa il graffietto. Ecco nella foto come viene appoggiato, da mani esperte (di mio padre), al bordo di un tavolo per segnare sempre la stessa distanza, utilizzando la punta affilata del chiodo. Ieri sera mio padre Gino mi ha raccontato alcuni aneddoti legati a questo attrezzo. Intanto, lui per la prima volta, lo aveva visto e usato quando era dal suo primo mastru, Valentino Fiumicello, nella falegnameria di fronte al magistrale in via Umberto, all'età di 7/8 anni. Ovviamente all'inzio fece la solita gavetta dei falegnami: passare carta vetrata, pomiciare, accendere il fuoco nella furnacella per sciogliere la colla per impiallacciare, raccogliere segatura e trucioli. A metà degli anni '30, non essendo più carusu, iniziò a lavorare come giuv'n al banco e si fece un graffietto in faggio tutto suo. La consacrazione di questo attrezzo avvenne quando agl'inizi del 1941, dopo aver superato la fase provinciale, svoltasi all'Istituto Industriale di Piazza, mio padre dovette partire per la fase nazionale dei Prelittoriali del Lavoro a Torino. Questi erano selezioni a cui partecipavano giovani lavoratori di pari età, allo scopo di mettere in luce capacità e attitudini con l'obiettivo, dal 1936, di avvicinare e cementare tra loro le differenti classi sociali giovanili al tempo del fascismo. Dopo aver ricevuto a tanburo battente dal segretario politico, zzù Cocò Velardita, la tessera fascista perché sfornito, poté partire, portandosi alcuni attrezzi, tra i quali una sega ad arco smontata e il graffietto nella foto. Quando la giuria del concorso nazionale di Torino glielo vide usare disinvoltamente, fece fermare la prova e, richiamando l'attenzione degli altri circa 100 partecipanti (uno per provincia), prima chiese se qualcuno conoscesse quell'attrezzo, poi, non arrivando risposte, chiese a mio padre di spiegare ai presenti a cosa gli servisse. Subito dopo ripresero la prova e mio padre fu il primo a finire, confermando lo stesso tempo di Piazza, 1 ora e 35 minuti, facendo rimanere a bocca aperta sia i giudici di Piazza, il prof. di ginnastica Sottosanti e l'aiutante tecnico Nitto Marino, sia quelli di Torino. Come premio ricevette il diploma rilasciato dal Segretario Nazionale Guido Orsoni, che ancora mostra orgogliosamente, e la somma di 500 Lire (a quei tempi una bella sommetta) con la quale, per prima cosa, acquistò un bel cappotto a sua madre Giuseppina. L'anno successivo, pur avendo moltissime possibilità di ripetere la bella figura dell'anno prima, rifiutò di partecipare per non lasciare solo il nuovo mastru, futuro suocero Tatano Marino Albanese detto Ciucciuledda, con tanto lavoro da fare nella falegnameria di via Roma. Gaetano Masuzzo/cronarmerina           

5 commenti:

  1. bellissima storia d'altri tempi.
    I nostri padri ci hanno insegnato tante cose... purtroppo noi "figli" non le abbiamo imparate fino in fondo!!!

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  2. Chissà, forse un giorno ritorneremo a fare gli artigiani. Visto l'andazzo impariamo l'arte e mettiamola da parte!

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  3. Chissu s' chiama GRAMINU

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    1. Bravo, questo è il nome in dialetto, me lo diceva l'altro giorno mio padre.

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  4. NON SAREBBE ORA DI TOGLIERLO?

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