Cloister of the Carmelites, 16th century, Piazza Armerina (Sicily - Italy), visit March 17, 2019
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giovedì 18 aprile 2019

Gli stemmi nel chiostro dei Carmelitani-4

Di rosso alla fascia d'argento sormontata da due stelle di sei raggi d'oro ed accompagnata in punta da uno scaglione d'argento

GLI STEMMI NEL CHIOSTRO DEI CARMELITANI-4

(dalla 3^ parte) Il terzo stemma da sx, sull'interstizio tra la 3^ e la 4^ arcata del portico a ovest, è del priore P. Timeo d’Aidone: Di rosso alla fascia d'argento sormontata da due stelle di sei raggi d'oro ed accompagnata in punta da uno scaglione d'argento. Maestro in Teologia e Priore del nostro convento nel biennio 1553-55, fu eletto Provinciale di Sicilia¹ nel Capitolo che si tenne a Piazza nel 1559.  Egli fu il primo a iniziare la costruzione della parte più antica del chiostro, quella a ovest, con i donativi ricevuti da diverse famiglie nobili di Piazza, perché «Uomo di grande cultura e grande oratore P. Timeo, membro di un’antica e nobile famiglia piazzese, riuscì a mettere pace (1555) fra due opposte fazioni cittadine che da anni si guerreggiavano, seminando lutti e grandissima tribolazione»². Della famiglia de Aidone a Piazza si hanno notizie sin dal 1283, quando P. de Aydona risulta nell’elenco dei 101 nobili militi sul nostro territorio, mobilitati da re Pietro d'Aragona contro gli Angioini al tempo del Vespro³. Nel 1393 «Errico Aidone, prode capitano di re Martino, pel suo valore e fedeltà ebbe concesso il titolo di magnifico4, di regio milite4 ed il molino Ruinoso (oggi Rugnusu) ed altri favori. Nello stesso anno, il fratello di Errico, Guglielmo de Aidono, acquistò il feudo Azzolina, anche chiamato Zulina»6.

¹ Sino al 1585 esisteva un'unica Provincia Carmelitana Siciliana che, poi, si divise in due: Provincia di Sant'Angelo di Sicilia a occidente, Provincia di Sant'Alberto da Trapani a oriente. Nel 1724 viene eretta un'altra Provincia Siciliana, quella di Santa Maria della Scala del Paradiso, alla quale si aggrega il nostro convento.
² L. Villari, Storia Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina 1988, p. 266.
³ Cfr. L. Villari, Storia della città di Piazza Armerina, 1981, p. 154.
³ Il titolo di magnifico si conferiva ai nobili che si erano distinti per fedeltà al sovrano e per il bene della nazione.
5 Il titolo di regio milite si accordava ai membri della famiglia reale e ai nobili che si erano distinti nelle battaglie e nelle guerre.
6 «Il mulino Ruinoso, poi Rugnusu, si trovava a mezzo chilometro da Piazza verso occidente» mentre «Il feudo Zolina (Azzolina) è nel territorio di Piazza a nord est della città lungi sei chilometri» (A. Roccella, Storia di Piazza - Famiglie nobili, Aidone baroni di Zolina, ms., sec. XIX).

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domenica 14 aprile 2019

Gli stemmi nel chiostro dei Carmelitani-3

D'azzurro al serpente (o drago) alato d'oro che butta fuoco dalla bocca

GLI STEMMI NEL CHIOSTRO DEI CARMELITANI-3

(dalla 2^ parte) Il secondo stemma da sx, nel portico a ovest del chiostro dei Carmelitani (per intenderci a dx dopo il portale ogivale d'ingresso al chiostro), è quello della famiglia Boccadifuoco (o Buttafuoco o Boccadifoco). Questa famiglia, assieme ad altre nobili famiglie piazzesi, contribuirono alla firma dei Capitoli di Pace nel 1555, di cui abbiamo parlato nel post precedente. In quel periodo il maggior esponente della famiglia Boccadifuoco era Giovanni senior, registrato sin dal 1520 nella Mastra Nobile della città, ovvero nel libro dove erano elencate, pagando una tassa, tutte le persone nobili, fra le quali si estraevano a sorte le cariche pubbliche. Altri importanti appartenenti nel '500 furono Ercole, Nicola giurato di Piazza, e il primogenito di questi, Domenico, che sposando una Percolla, divenne barone della Tonnara di Sciacca. Quella dei Boccadifuoco era una delle pochissime famiglie ad avere una cappella nel Pantheon della Città, la chiesa di San Pietro. Infatti, la I cappella a dx della chiesa, quella del Crocifisso ligneo di fra' Umile, fu costruita dalla famiglia Boccadifuoco nella II metà del Cinquecento, come si può vedere dallo stemma in alto sull'arcata della cappella.

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lunedì 8 aprile 2019

Chiostro convento dei Carmelitani, XVI sec., Piazza Armerina, visita del 17 marzo 2019

GLI STEMMI NEL CHIOSTRO DEI CARMELITANI-1

Le notizie sul chiostro del convento dei Carmelitani di Piazza Armerina partono dal 1574, quando viene eletto priore Padre Giovanni Pietro La Vaccara, che inizia la costruzione nel 1575, data scolpita nell’arcata centrale del portico a est. Ma si suppone che la parte più antica sia quella a ovest, risalente a qualche decennio prima (1553-1555), quando era priore il Maestro in Teologia P. Timeo d’Aidone. Questi, uomo di grande cultura e oratore carismatico, era riuscito a mettere pace, nel 1555, fra due opposte fazioni cittadine, ottenendo, per questo, aiuti finanziari soprattutto da due nobili e ricche famiglie cittadine, la La Torre e la Boccadifuoco. Nel 1555 priore del convento divenne un altro piazzese, P. Riccardo La Monica (†1610), ottimo musicista e allievo del grande Pietro Vinci. Padre La Monica, per tre volte priore del convento piazzese, continuò la costruzione del portico a ovest, che fu ultimata dal frate Provinciale Padre e Maestro Egidio Scrigno (o Scrinio) da Trapani (1563-68) nel 1564. I nomi di queste famiglie, di questi priori e di altri due, P. Bartolomeo Ragusa (o Rausa) da Mazara e P. Girolamo Amoroso da Calatafimi, tranne quello del La Monica, sono ricordati dai loro blasoni posti sulle colonne dei portici. Nei prossimi post tutti i loro nomi e le spiegazioni degli stemmi.

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giovedì 4 aprile 2019

Vizi e virtù dei Piazzesi

Piazza Armerina, Folla in Piazza Garibaldi, 1940

VIZI E VIRTU' DEI PIAZZESI
Nel 1654 il concittadino Antonino Chiarandà (1611-1666), giudice, studioso ed esperto di diritto, sacerdote e commissario ordinario del Sant’Uffizio, nonché giurato e sindaco di Platia, fa pubblicare a sue spese la Storia di Piazza, scritta dal fratello minore Giovanpaolo (1613-1701), padre professo e rettore preposito del nostro Collegio dei Gesuiti nel 1648 e nel 1661. Tra le tante fonti utilizzate dal Chiarandà, ci sono quelle di altri due piazzesi, il medico e scienziato Francesco Negro¹ e il francescano Marco Alegambe². È proprio da questi e soprattutto dal primo, che il Chiarandà apprende, per poi riportarli nella sua opera, le notizie sui costumi, i vizi e le virtù dei nostri antenati a cavallo dei secoli XV, XVI e XVII, del tutto identici a quelli dei nostri tempi. Ecco cosa scrive Giovanni Paolo Chiarandà nella sua opera³:

COSTUMI DE’ PIAZZESI
«Il benigno aspetto del Cielo, e l’amenità dello stato di Piazza, quali costumi habbia dà ingerire, il sappiamo dagl’antichi. Francesco Negro nella sua historia di Piazza scrive. I Piazzesi sono Acuti d’ingegno, Adulatori, Superbi, che l’uno non crede all’altro, Desiderosi di novità, Invidiosi, Facili alla vendetta, Stuzzicati facili alla colera, parlano con due lingue Nativa, e Siciliana, Amici della Campagna, Diligenti in accumular denari, e robbe, altrove così dice, Tolomeo vuole che l’influsso celeste, e qualità delle regioni della terra produca e nudrisca diverse complessioni d’huomini: e’l prova coll’essempio delle piante, che trapiantate in altre regioni, perdono l’antica sua natura, d’onde avviene, ch’ogni Città è soggetta alle sue proprie passioni, virtù, ò vitii, secondo la natura del paese; dalla qual lege non può alcuno essere esente, ne meno la nostra Piazza, nel conservar costumi à suoi figliuoli, corrispondenti alla bontà, perfettione dell’aere, che mostrano le piante: e per esser meridionale diviene più atta alla nutrizione; onde per ordinario i Piazzesi sono di corpo più presto grande, che picciolo, di color frumentino, sono Arguti, e Astuti nel parlare, sottili nell’inventare, Prudenti nel governare, Letterati in ogni scienza, Desiderosi di sapere, Periti in tutte l’arti, Desiderosi d’esercitarsi nell’armi, Amici de’ forastieri, fra loro Nemici, e Invidiosi, Facili all’ingiurie, e più alla vendetta, e per l’abbondanza del paese, i rustici sono Indomiti, che havendo pane abbondante; ò per la facilità di ritrovarlo, ò perche sono di natura superbi, non stimano ad alcuno. Così Francesco Negro, ma l’Alegambe, scrive alcun’altre particolarità, dicendo che l’inclinatione, o istinto naturale de’ Piazzesi si cava dalla natura del Clima, o zona, sotto la quale vive Piazza, con l’elevatione del Polo eminente come tutti gl’altri del Regno: Ma perche il nostro astrolabio, mai potrà arrivare all’osservationi, che intorno à questo fece quel grande indagatore de’ segreti della natura, Francesco Negro, compatriota nostro, che morì nella cima di Mongibello, per investigare le meraviglie di quel fuoco, di cui fà mentione honorata Fazello: però alla sua astrologia n’atterremo, e solamente quello scriveremo, che questo grand’huomo registrò nella sua historia, e compose di Piazza, intorno à costumi de’ suoi Concittadini, sono dunque arguti, dice, e ben il dimostrò, quel Fra Bartolomeo di Piazza Francescano; mandato dà Siciliani, contato già il Vespro Siciliano, al Re Carlo d’Angiò in Calabria, con l’argutia, che usò rispondendo al Re (come si disse à suo luogo.) Quanto fedeli siano i Piazzesi, il dimostrano i casi seguiti con i Prencipi, nelle considerazioni, con Giovanni Branciforte, con Ruggieri lo Schiavo, con Corrado Lancia, e altri. Dedicati alla militia, come quelli, che discendono dà Soldati Greci. Così l’Alegambe. e questo ancora basti à noi, che per osservare le legi historiali, habbiamo il bene, e’l in questo luogo raccolto».

Costumi dei Piazzesi
«Il bel paesaggio, le attrattive e i costumi di Piazza li conosciamo dagli antichi. Francesco Negro nella sua storia di Piazza scrive: “I Piazzesi sono acuti d’ingegno, adulatori, superbi, così tanto che l’uno non crede all’altro. Desiderosi di novità, invidiosi, facili alla vendetta. Stuzzicati, sono facili alla collera, parlano due lingue, la nativa e il siciliano. Amici della campagna sono diligenti ad accumulare denaro e proprietà”. In altre pagine il Negro continua: “Tolomeo vuole che l’influsso celeste e le qualità delle regioni terrestri influiscano sul carattere degli uomini. Come accade per le piante che, trapiantate in altre regioni, perdono l’originale natura, così accade per ogni città che assume le proprie passioni, virtù o vizi, secondo l’ambiente in cui si trova. Questa è una legge a cui nessuno può sottrarsi, nemmeno la nostra Piazza che nel tramandare usanze, abitudini e modi di vivere ai suoi figli, come la bontà e la qualità dell’aria, fa come le piante, le quali per essere presenti in meridione, facilitano la nutrizione. Per questo motivo i Piazzesi sono di costituzione più grandi che piccoli, di carnagione biondo dorato, arguti, astuti nel parlare, sottili nell’inventare, prudenti nel governare, colti, desiderosi di apprendere, competenti in tutte le arti, volenterosi nell’esercitarsi con le armi e amici dei forestieri. Tra loro sono nemici e invidiosi, facili alle ingiurie e alla vendetta. Per la copiosità delle coltivazioni i contadini sono forti e tenaci, tanto che avendo cibo in abbondanza, sia per la facilità di reperirlo, sia perché sono superbi, non stimano alcuno”. Così ci informa il Negro, mentre l’Alegambe scrive altre particolarità dicendo: “L’inclinazione o l’istinto naturale dei Piazzesi deriva dal clima del luogo in cui si trova Piazza, come tutti gli altri centri abitati del Regno. Però, dato che il nostro modo di osservare, mai potrà arrivare al livello di quello del grande indagatore dei segreti della natura, Francesco Negro, nostro concittadino, che morì in cima all’Etna, per investigare le meraviglie di quel fuoco, di cui il Fazello ne fa onorata menzione, noi ci atterremo alle sue osservazioni e scriveremo qui, ciò che questo scienziato scrisse e compose nella sua storia di Piazza intorno ai costumi dei suoi concittadini: “sono dunque arguti, dice, e ben lo dimostrò quel frate francescano Bartolomeo da Piazza che, mandato dai Siciliani al tempo del Vespro Siciliano, presso il re Carlo d’Angiò in Calabria, usò rispondere con arguzia al Re. Alla domanda di questi “quanto fedeli siano i Piazzesi”, il frate rispose “lo dimostrano i comportamenti da discendenti dei soldati greci fedeli ai sovrani, di Giovanni Branciforte, Ruggero Sclavo, Corrado Lancia e altri”. Così l’Alegambe, e questo ci deve bastare, in quanto spiega come storicamente il bene sia presente in questo luogo».
¹ Francesco Negro o Nigro, nato a Piazza prima del 1479 morì sull’Etna il 24 marzo 1536. Medico, filosofo e sommo cultore delle scienze fisiche, astronomiche e chimiche, divenne geologo e scienziato di gran fama. Si trovava sull’Etna, spinto dallo studio della vulcanologia, per controllare da vicino un’imponente eruzione del vulcano, quando trovò la morte perché colpito da un lapillo, precipitò nel magma incandescente. Lasciò un manoscritto sulla storia di Piazza, spesso menzionata dal Verso, Alegambe e Chiarandà, una monografia di storia naturale e un trattato sui vulcani e sulle cause delle eruzioni e dei terremoti. Pubblicò un corso di epistole, nelle quali encomia le dottrine di alcuni sapienti piazzesi e rilevò, con precise distanze matematiche, la pianta dell'Etna con le rispettive altitudini e strutture (L. Villari, Storia della città di Piazza, 2013; T. Fazello, De rebus siculis, 1560; A. Roccella, Storia di Piazza, Uomini Illustri, ms., sec. XIX).
² Marco Alegambe o Ligambi o Li Gambi, nato a Piazza nel 1578 morì a Siracusa nel 1647. Frate minore osservante, fu filosofo, teologo e storico, lasciandoci nel 1640 una Storia di Piazza. Nei primi anni del Seicento, come padre guardiano del  convento francescano di San Pietro, abbellì e ampliò di nuove cappelle la chiesa (A. Roccella, Storia di Piazza, Uomini Illustri, ms., sec. XIX).
³ Chiarandà Giovan Paolo, Piazza città di Sicilia antica, nuova, sacra e nobile, per gli'Heredi di Pietro Brea, Messina 1654, libro II, cap. X, pp. 140-141. L'opera è composta da quattro libri: Piazza Antica, Piazza Nuova, Piazza Sacra e Piazza Nobile.

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giovedì 7 marzo 2019

Madonna degli Angeli ai Cappuccini

Fra' Cosimo da Castelfranco Veneto alias Paolo Piazza (1560-1620), Madonna degli Angeli, 1612 ca., Piazza Armerina, Chiesa Madonna delle Grazie o dei Cappuccini

A Piazza Armerina nella chiesa del convento dei frati Cappuccini, intitolata alla Madonna delle Grazie, è esposto un grande quadro sull’altare maggiore. La prima pietra per la costruzione del convento nei pressi della già esistente chiesetta della Madonna delle Grazie, nel piano che poi (dal 1695) sarà chiamato Sant’Ippolito, fu posta nel 1603 dal grande teologo e oratore, nonché ministro generale dei Cappuccini, San Lorenzo da Brindisi (Brindisi 1559-Lisbona 1619). Tre anni dopo i Cappuccini poterono stabilirsi nel nuovo convento che, ben presto, acquisì fama di perfetta osservanza e di studi. Tra il 1612 e il 1614, da Roma, il maestro pittore cappuccino fra’ Cosimo da Castelfranco Veneto, mandò le sue pale d’altare nelle chiese cappuccine d’Italia, ed è da supporre che proprio in quel lasso di tempo abbia inviato a Piazza Armerina la pala della Madonna degli Angeli. Era stato Paolo V (Camillo Borghese), papa dal 1605, a chiamare a Roma, nel 1611, fra’ Cosimo, perché applicasse alla pittura le decisioni riformatrici tridentine: le arti figurative erano state reputate dai teologi di efficacia narrativa e mnemonica superiore alla parola scritta, diventando il principale strumento di propaganda del prestigio della Chiesa. Prima di diventare frate nel 1597 e sacerdote nel 1601, Cosimo da Castelfranco era conosciuto come Paolo Piazza, nato a Castelfranco Veneto (Tv) nel 1560, artista affermatissimo nell’Italia centrale, settentrionale e in Europa ed esponente di spicco della pittura veneta tra i secoli XVI e XVII. Dopo aver lavorato per l’alta aristocrazia veneziana e aver girato l’Europa, accogliendo varie suggestioni culturali, tra le quali quelle di Giuseppe Arcimboldi (1527-1593) pittore ufficiale della corte a Praga e a Vienna,  fra’ Cosimo fu chiamato a Roma dal Papa, dove divenne il pittore delle chiese cappuccine sino al 1616, quando si trasferì per alcuni lavori a Terni, ad Amelia e a Foligno, per poi, nel 1618, tornare a Roma e, quindi, a Castelfranco. Nel 1620 morì a Venezia.
Il grande quadro di Piazza Armerina, dedicato alla Madonna degli Angeli, è l’evoluzione finale dell’Odigitria, cioè di una famosa icona bizantina dipinta da San Luca, che era stata inviata da Gerusalemme a Costantinopoli quale dono dell’imperatrice Eudossia, moglie di Teodosio II (408-450), a sua cognata, e che durante le persecuzioni iconoclaste fu gettata in mare da dove gli angeli la recuperarono. Sarà la stessa immagine che nell’VIII sec., durante l’assedio saraceno della capitale bizantina, due monaci bizantini porteranno in processione in riva al mare mettendo in fuga gli assalitori. La flotta poi fu prodigiosamente sommersa dai flutti di un’improvvisa tempesta marina e la popolazione fu salva. Il modello iniziale dell’immagine, portata in Sicilia da soldati siciliani di stanza a Costantinopoli al servizio dell’imperatore, che immortalava l’episodio con l’Odigitria posta in una cassa e portata sulle spalle da due Angeli, subì diverse trasformazioni prima con gli Angeli sostituiti da due Calojeri, monaci basiliani barbuti, poi con  i monaci assieme a due santi, gli angeli musici senza santi, i monaci con santi e coro celeste, sino allo schema con gli angeli musici ai lati della Vergine in trono e santi nella parte inferiore. Quest’ultima trasformazione fu quella che si diffuse maggiormente, divenendo lo schema canonico definitivo in Sicilia, al quale fra’ Cosimo da Castelfranco, alias Paolo Piazza, non volle sottrarsi.
Nella pala che si trova nella chiesa di Piazza Armerina vediamo in alto la Vergine che tiene in grembo Gesù Bambino, circondata sul capo, ai piedi e ai fianchi da angioletti festanti; un po’ discosti, uno a destra e l’altro a sinistra, vi sono due angeli musici. Lo spazio della parte inferiore del dipinto è diviso dal segno iconografico di due rami di palma, che tracciano quasi un semicerchio, che separa il Paradiso dalla terra. A destra della Vergine (a sx per chi guarda) c’è Sant’Ippolito martire, il cui attributo è appunto la palma, vestito da ufficiale romano. Accanto a Sant’Ippolito c’è San Francesco, per l’ovvio motivo che ci troviamo in una chiesa francescana. Inginocchiato accanto a San Francesco c’è San Giovanni Battista, come conferma del suo legame col Cristo, al punto che il cristiano non può pensare l’uno senza l’altro. Alla sinistra della Vergine (a dx per chi guarda) vi è Santa Caterina di Alessandria, martire anch’essa fornita del ramo di palma, che riveste un ruolo importante nella vita degli Ordini religiosi (Benedettini, Mendicanti e Agostiniani). Accanto alla Santa è raffigurato Sant’Antonio di Padova e davanti, seduto, appare San Girolamo, la cui presenza è spiegabile alla luce del clima controriformistico e al legame tra Sacre Scritture e vita ascetica. Ai piedi della Vergine, tra i santi Giovanni Battista e Girolamo, l’opera evidenzia la presenza di due angioletti, che offrono alla Madonna su un vassoio, la miniatura della città di Piazza Armerina in quei primi anni del Seicento¹, la cui pianta sarà stata inviata a Roma al pittore come bozzetto per la realizzazione di una grande torta architettonica, espediente che il Piazza aveva adottato anche in qualche tela a Praga. Il Piazza in questo quadro, che ha sicuramente bisogno di un restauro per poter ammirare i colori originali, si rivela uomo di talento, ma la sua fama dopo la morte si attenuò fino a che sbiadì il ricordo del suo nome. Soltanto nel 1936 il nome e l’opera di paolo Piazza torneranno alla ribalta della storia artistica, allorché il cappuccino padre Davide da Portogruaro pubblica una piccola monografia sull’artista, che firmava le sue opere o col suo nome e cognome per esteso o con quattro P. = P.P.P.P. (Paulus Piazza Pictor Pinxit).  (Tratto da Vittorio MALFA AMARANTE, La pala della Madonna degli angeli di fra Cosimo da Castelfranco a Piazza Armerina, in Archivio Storico della Sicilia Centro Meridionale, Rivista Società di Storia Patria Sicilia Centro Meridionale, Anno II, N. 3-4, Assoro 2015, pp. 148-151)

¹ È la prima delle due vedute della città di Piazza Armerina nel Seicento.

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domenica 20 gennaio 2019

Tutta bella sei ai Cappuccini/3

Madonna di Loreto, 1541, Piazza Armerina, Chiesa Maria SS. delle Grazie o dei Cappuccini

3^ e ultima Parte

(dalla Parte 2^) Tornando al dipinto della Madonna di Loreto nella chiesa di Maria SS. delle Grazie o dei Cappuccini a Piazza Armerina (nella foto), «L'opera, un olio su tavola di pregevole fattura, di bottega siciliana, reca la data 1541 in calce al cartiglio che si srotola al centro della composizione, sotto il trono della Madonna. [...] Il dipinto denota da parte dell'autore un retroterra di raffinata ed elegante cultura di gusto antiquario, nordico, per i dettagli ornamentali quali la decorazione a candelabra delle colonne del tempio, la veste della Madonna impreziosita da un decoro d'oro, le pose manieratamente atteggiate degli angeli avvolti da tuniche eleganti, mollemente avvinte alle colonne, per nulla in contrasto con i poveri sai dei frati, figure sdutte ai lati del trono della Vergine. La visione dello spettatore viene infatti catturata dalla sottile struttura a traforo dell'aureola dorata che dona un tocco di insospettata signorilità alle umili figure laterali. L'eleganza dell'insieme fa pensare quasi a una trasposizione tardo-rinascimentale, in cui si risente l'nfluenza di Gerolamo Alibrandi (detto anche Raffaello da Messina), divulgatore in Sicilia dei caratteri più appariscenti di Leonardo e Raffaello, da lui acquisiti durante i suoi viaggi per tutta l'Italia. Nella tavola si nota una particolare e minuziosa cura del paesaggio alle spalle della Vergine. L'opera, in periodo imprecisato, è stata resecata alla base per far posto all'edicola lignea, che contiene l'effige stante di Gesù Bambino in ceroplastica. Il danno ha modificato in modo irreversibile l'opera pittorica».¹ Considerando che «i Cappuccini si stabilirono in città nel 1538 prendendo dimora in contrada Rambaldo, a 500 metri a nord-est del convento di S. Maria di Gesù, in una modesta casa colonica sita in un piccolo appezzamento di terra, che avevano avuto in concessione dal piazzese Giovanni Filippo Jaci, nei pressi dell'antica Torre di Renda»;² che la comunità abitò qui «sino al 1592 (Chiarandà), anno in cui passò nei locali annessi alla chiesetta della Madonna delle Grazie al piano Sant'Ippolito [chiesetta, quindi, già esitente? ndr], e che venne a Piazza nel 1603 (P. Samuele da Chiaramonte), trasferendosi definitivamente nel nuovo convento nel 1606 (Franchino)»³ sarebbe interessante sapere quale fosse il sito originario del quadro della Madonna di Loreto, datato 1541. E, inoltre, sapere da chi e per quale occasione fu commissionato e installato nella chiesa del convento che, nel giro di pochi decenni, «divenne fra i principali della Provincia francescana, con una ricchissima biblioteca di oltre 3.000 volumi e che ospitò ben nove dei sedici capitoli provinciali celebrati a Piazza».4     

¹ Vittorio Malfa, La Chiesa di Maria SS. delle Grazie a Piazza Armerina, in Archivio Storico della Sicilia Centro Meridionale, Anno I - N. 1 Aprile 2014, pp.134-135.
² Ivi, p. 119.
³ Ibidem.
4 Ivi, pp. 119-120.

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giovedì 10 gennaio 2019

Tutta bella sei ai Cappuccini/2

Madonna di Loreto, particolare, 1541, Piazza Armerina, Chiesa Maria SS. delle Grazie o dei Cappuccini

2^ Parte

Quello che colpisce maggiormente chi osserva l'opera d'arte, di cui abbiamo parlato nella 1^ Parte, è un CARTIGLIO bianco (nella foto) che si srotola da un'architrave posta tra le prime due colonne di otto, che formano un colonnato che dà profondità all'ingresso della SANTA CASA della Madonna di Loreto. Sul cartiglio si legge una scritta di undici parole e, alla fine, dei numeri che rappresentano l'anno di esecuzione del quadro, 1 5 41 (1541). Le undici parole, intervallate da piccole croci, sono: «TOTA PULCHRA ES AMICA MEA ET MACULA NOΩEST IN TE». Ebbene, esse rappresentano le prime parole dell'antifona gregoriana dedicata a MARIA IMMACOLATA, dove vengono applicati i versetti 7.8.11.10 del Capitolo 4 di 8; e i versetti 11.13 del Capitolo 2 di 8; presi dal CANTICO dei CANTICI, ovvero da un testo, contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana e attribuito al re Salomone, che comprende poemi d'amore in forma di dialogo, tra un uomo e una donna, ampiamente riscoperto nel XVI secolo. Questo è il testo completo in latino, seguirà la traduzione italiana: «Tota pulchra es, amica mea, et macula non est in te. Favus distillans labia tua, mel et lac sub lingua tua. Odor unguentorum tuorum super omnia aromata. Iam enim hiems transiit, imber abiit et recessit; flores apparuerunt, vineae florentes odorem dederunt, et vox turturis audita est in terra nostra. Surge, propera, amica mea: veni de Libano, veni, coronaberis» (Tutta bella tu sei, amica mia, e nessuna macchia è in te. Le tue labbra un favo stillante, c'è miele e latte sotto la tua lingua. L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. Ormai l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se n'è andata; i fiori sono apparsi nei campi, le viti fiorite spandono fragranza, e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Alzati, affrettati, amica mia: vieni dal Libano, vieni, sarai incoronata). L'antifona TOTA PULCHRA ES celebra tutta la vita di Maria Vergine, esaltadone la bellezza di Immacolata, senza macchia di peccato, sposa dolcissima come miele e profumata pronta per il suo sposo, richiamata dalla morte alla vita, per andare incontro a Cristo in cielo, per essere incoronata regina del cielo. I Francescani, a cui appartengono i Cappuccini, hanno da sempre sostenuto il titolo di Immacolata per la Madre di Dio, considerandola regina e patrona dell'Ordine. Per questo motivo hanno composto il loro canto mariano TOTA PULCHRA, mettendo insieme alcune antifone dei Primi Vespri della festa dell'Immacolata Concezione, tratte dal Cantico dei Cantici e dal libro di Giuditta: «Tota pulchra es, Maria. Et macula originalis non est in Te. Tu gloria Ierusalem. Tu laetitia Israel. Tu honorificentia populi nostri. Tu advocata peccatorum. O Maria, o Maria. Virgo prudentissima. Mater clementissima. Ora pro nobis. Intercede pro nobis. Ad Dominum Iesum Christum» (Tutta bella sei, Maria, e il peccato originale non è in te. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu letizia d’Israele, tu onore del nostro popolo, tu avvocata dei peccatori. O Maria! O Maria! Vergine prudentissima, Madre clementissima, prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo). La prima antifona Tota pulchra es Maria et originalis macula non est in te è tratta dal Cantico dei Cantici (4,7) e la terza Tu gloria Jerusalem, tu letitia Israel, tu honorificentia populi nostri e tratta da Giuditta (15,10): Tutta bella sei, o Maria, e non vi è in Te alcuna macchia. Tu gloria di Gerusalemme, Tu letizia di Israele, Tu onore del nostro popolo. A queste antifone la tradizione francescana ha aggiunto l'invocazione Tu avvocata dei peccatori. O Maria! Prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo. Cantato dai frati francescani, in semplice melodia gregoriana, il canto mariano si è diffuso ininterrottamente tra i fedeli per essere eseguito nelle Chiese e Cattedrali per la novena all’Immacolata. I Francescani, infatti, si sono sempre distinti per la loro particolare devozione alla Vergine Immacolata. Un'ultima considerazione, non per questo meno importante, è la constatazione che in questo quadro mariano di metà Cinquecento è anticipata la concezione post Concilio di Trento (1545-1563) «che - nel dipingere il Mistero Mariano - si deve sempre aggiungere a questo tipo di dipinti l'iscrizione Tota pulchra es, amica mea, poiché la Vergine essendo la creatura più bella creata da Dio, possiede sia la bellezza del corpo che dell'anima»¹. (continua)


¹ Cfr. Francesca Lanza, La Tota pulchra, in L'iconografia dell'Immacolata Concezione a Savona e nel territorio della sua Diocesi, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova 2015, p. 26.

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