Sepolcro barone Marco Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina
Sepulcher baron Marco Trigona, 17th century, Cathedral, Piazza Armerina

sabato 15 febbraio 2020

Il sepolcro di Marco Trigona

 Sepolcro barone Marco Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina

Sepolcro barone Melchiorre Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina


L’altro giorno visitando per l’ennesima volta la nostra Cattedrale, ho rivisto il sepolcro di colui che volle, con l’enorme lascito di 100.000 scudi, per altri 140.0001, la ricostruzione della Chiesa Madre sulla precedente trecentesca di Santa Maria Maggiore, il barone Marco Trigona (1546-1598). La tomba del benefattore, in marmo bianco, si trova dietro l’altare maggiore sulla sinistra, mentre sulla destra c’è quella, in marmo nero, di un suo bisnipote, Melchiorre Trigona (1611-1637), di cui parlerò più avanti. Il monumento scolpito nel 1600 dal maestro Raffaele Li Rapi e decorato dal maestro Leonardo Lupo, fu sistemato nel 1605 dal maestro Ruggero di Noto nella cappella prediletta della famiglia Trigona, quella dedicata alla SS. Annunziata2 nella Chiesa Madre. Quasi un secolo dopo, il 23 giugno del 1698, il sepolcro fu spostato, a tribuna ultimata, nel coro del Duomo, dove oggi si trova. Nella parte alta dentro una cornice marmorea (foto in alto), è riprodotto a rilievo e di profilo il busto del barone Trigona, con lo sguardo rivolto verso l’alto, in direzione della teca in argento contenente l’icona bizantina in tela su tavola, rappresentante Maria SS. delle Vittorie, più precisamente la Madonna col Bambino fra le braccia. Alla base della cornice è scolpita la frase «VENIAT IMMUTATIO MEA». Le tre parole latine sono tratte da uno dei versetti (il 14°) che compongono il XIV capitolo dei 42 del Libro di Giobbe. Questo libro è un testo contenuto nella Bibbia, originariamente scritto in ebraico, poi in greco e in latino e la sua trama è molto semplice: è la vita di un uomo ricco, onesto, un uomo che vive nella terra di Uz, fuori dalla Palestina e che appare un esempio di vita perfetta, sia dal punto di vista religioso, che dal punto di vista umano. Il Satana, però, mette in dubbio la sua virtù, non è convinto che la religiosità di Giobbe sia autentica, così ottiene da Dio il potere di metterla alla prova, Giobbe deve perdere tutto quello che possiede, tutto, anche i propri figli. Ciò nonostante, narrano i primi capitoli, Giobbe non viene meno alla sua fede. Ha tre amici, che vengono a consolarlo, ma arrivati da lui non riescono a dire una parola, tanto la sua sofferenza è grande. Poi incomincia un dialogo, nel quale gli amici cercano di convincere Giobbe che c’è un motivo per la sua sofferenza, se Dio lo ha colpito in modo così grave, Giobbe deve avere una qualche responsabilità, deve avere un qualche peccato. Ma Giobbe non è convinto, anzi è convinto della propria giustizia e chiede conto a Dio e Dio risponde, si pone davanti a lui sottoponendolo a una serie di interrogativi, ai quali Giobbe non è in grado di rispondere, per cui è costretto, al termine di questo confronto con Dio, a riconoscere la propria piccolezza e a rinnovare la sua fiducia in Dio. E questo sembra in qualche modo, il culmine del libro, anche se segue una conclusione, nella quale vengono restituiti a Giobbe tutti i beni che aveva prima, per di più raddoppiati. Tornando al versetto 14 del XIV capitolo del Libro di Giobbe, nella versione in latino è «Putasne mortuus homo rursum vivat? Cunctis diebus, quibus nunc milito, exspectarem, donec veniat immutatio mea»3, ovvero «L’uomo che muore può forse rivivere? Aspetterei tutti i giorni del mio duro servizio, finché arrivi per me l’ora del cambio!»4. Pertanto, “veniat immutatio mea” sarebbe “finché arrivi per me l’ora del cambio” oppure “finché venga la mia trasformazione”. Una spiegazione di quale “cambio” o “trasformazione” si tratta, ce la dà Sant’Alfonso Maria de Liguori (1696-1787) vescovo e dottore della Chiesa, nella sua opera Classe Prima. Opere Ascetiche. Via Della Salute: «Pativa Giobbe nel combattere con tanti nemici, ma si consolava colla speranza, che vincendo, e risorgendo dopo la morte, avrebbe mutato stato. […] In cielo si muta stato, quello non è più luogo di fatica, ma di riposo; non di timore, ma di sicurezza; non di mestizia e tedio, ma di allegrezza e gaudio eterno. Colla speranza dunque di tal gaudio animiamoci a combattere sino alla morte, e non ci diamo mai per vinti a’ nostri nemici, donec veniat immutatio nostra, finché non giungerà la fine del nostro combattimento, e il possesso dell’eternità beata»5. A questo punto si può ben capire, come quelle tre parole, non si sa se volute dal Barone stesso prima della sua dipartita, o spontaneamente dai due esecutori testamentari di cui si fa menzione nella lapide sottostante, Francesco de Assaro6 e Angelo Trigona7, racchiudano la consapevolezza del Barone, o dei due parenti che ben lo conoscevano, di non essersi dato mai per vinto e di aver combattuto sino alla morte, per il fine ultimo di ottenere, mutando il proprio stato, l’eternità beata. Nella lapide sottostante, oltre ai due esecutori testamentari di cui sopra, si leggono il nome della moglie, Laura, le opere più importanti volute dal Barone e la data della sua morte, 17 luglio 1598.  L’altro sepolcro, quello in marmo nero, custodisce le spoglie di Trigona Melchiorre barone di Spedalotto, nato nel 1611 e morto, come si legge sulla lapide, nel marzo del 1637, a 26 anni. Inoltre, si legge che a volere la tomba per porla dove si trova, fu il figlio Francesco barone di Spedalotto, Gatta e Ursitto sposato con Rosalia Marchiafava dalla quale ebbe 5 figli.

1 «Marco Trigona B. della Gatta, Ursitto, ed Alzacuda, che fece erede di tutte le sue ricchezze ascendenti alla somma di scudi 140.mila in circa la Beatissima Vergine Protettrice di essa Città di Piazza, col quale fondo si fecero tante opere pubbliche» (Francesco Maria Emanuele e Gaetani, Della Sicilia Nobile continuazione della parte seconda, Baronaggio di questo Regno di Sicilia, Nella Stamp. de' Santi Apostoli, Palermo 1757, p. 182). Non meno notevole fu il lascito di 60.000 scudi della baronessa Panfilia Spinelli, vedova del barone Giovanni Andrea Calascibetta e Landolina, di quasi un secolo prima, nel 1517, destinati al rinnovamento della chiesa trecentesca (cfr. Domenica Sutera, La Chiesa Madre di Piazza Armerina, Lussografica, CL 2010, p. 25).

2 In questa cappella, che si trovava a sinistra della tribuna dell'allora Chiesa Madre, nel 1594 fu realizzato l'arco in alabastro dallo scultore Antonuzzo Gagini (†1602). L'opera in seguito fu posta nel battistero, a destra dell'entrata principale del nuovo Duomo, oggi Cattedrale (ivi, pp. 26, 140).

3 http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_vt_iob_lt.html#14 (consultato il 29 gennaio 2020).

4 http://ora-et-labora.net/bibbia/giobbe.html#cap_giobbe_14 (consultato il 29 gennaio 2020).

5 Opere del Beato Alfonso Maria de Liguori, Classe Prima, Opere Ascetiche, Via Della Salute, Per Giacinto Marietti Librajo, Torino 1825, Vol. IX, p. 259.
 
6 Non si tratta del padre di Laura, Giovan Francesco de Assaro matematico e medico già morto nel 1593, bensì del padre di quest’ultimo e nonno di Laura, Francesco de Assaro regio precettore della Val di Noto nel 1545.
 
7 Forse primogenito di Giovan Francesco Trigona, laureato in legge civile e criminale, e Vincenza Gaffore.
cronarmerina.it

giovedì 6 febbraio 2020

Edicola n. 66




L'Edicola Votiva n. 66 è composta da una statua in marmo della Madonna (foto in alto) e dal busto (foto in mezzo), sempre in marmo, del Beato Giacomo Cusmano che si trovano presso l'Istituto "Boccone del Povero - Fratelli La Malfa", a poche centinaia di metri dal centro abitato a sud di Piazza. Dall'aprile del 2015, un decreto della Regione Siciliana ha concesso la possibilità alla CONGREGAZIONE FEMMINILE DELLE SERVE DEI POVERI "BOCCONE DEL POVERO" OASI CUSMANO LA MALFA, di svolgere attività assistenziale a favore di Anziani presso la Casa di Riposo di Contrada Scarante a Piazza Armerina. Dal sito www.cusmano.org sappiamo che «il fondatore del "Boccone del Povero" fu il Beato Giacomo Cusmano, nato a Palermo il 15 marzo 1834 e morto il 14 marzo 1888 a soli 54 anni, spesi per il servizio dei fratelli poveri in cui vedeva Gesù. Apparteneva alla nuova borghesia siciliana, fu medico assieme ad Enrico Albanese, medico di Garibaldi e fondatore dell’Ospizio Marino a Palermo, e Michele De Franchis. Il Cusmano fu medico di poveri che affollavano la Palermo dell’800 e le campagne di San Giuseppe Jato, dove i Cusmano possedevano terre e case. Ma davanti alla miseria sempre crescente (colera, guerra del ’48 e del ’60, sommosse del ’66) volendo fare di più per la gente si fece prete, prete per i poveri. Contemplando nel volto del Povero Gesù stesso, s’impegnò con tutte le sue forze e i suoi averi a raccogliere, sfamare, istruire i poveri e fonda allora, il “Boccone del Povero”. A casa dell’amico De Franchis aveva visto che ogni commensale, prima di mangiare, metteva da parte un boccone, con cui si sfamava un povero. “Se tutti i benestanti di Palermo facessero la stessa cosa, si potrebbero sfamare tanti poveri”. E va di casa in casa in cerca del boccone, con cui sfamare tanti vecchi, ragazzi, bambine, giovani, sfruttate…». Le suore della Congregazione Femminile Delle Serve Dei Poveri precisano che «Siamo religiose di voti semplici e perpetui, che viviamo una vita fraterna di “carità” ad imitazione di Cristo povero casto e ubbidiente, in una congregazione di vita apostolica, di diritto pontificio, chiamate a vivere la santità nella fedeltà del carisma del Cusmano. Abbiamo come fine "predicare la fede con la carità delle opere" per la salvezza delle anime e la promozione integrale del Povero, a gloria di Dio». Nel sito, però, non si parla dell'altro termine "LA MALFA". Dalle ricerche fatte tempo fa, risulta che l'Istituto "La Malfa" fu istituito dal vescovo di Piazza Armerina mons. Mario Sturzo nel 1905; nel 1953 i fratelli Giovanni e Gerolama La Malfa fondano l'Orfanotrofio maschile "S. Gabriele dell'Addolorata" con sede in via Monte Prestami e, nel 1961, i fratelli farmacisti Giovanni e Salvatore, assieme alla sorella insegnante Gerolama La Malfa, lo trasformano in "Casa Del Fanciullo", passando tutti i loro beni alla Congregazione delle Suore del "Boccone del Povero", che si occupano soprattutto dei figli abbandonati da genitori separati. I fratelli La Malfa riposano tutti nel cimitero della Bellia, nella loro tomba sul viale a poche decine di metri sulla dx dall'ingresso principale. Nella foto in basso il grande quadro che ritrae il Beato Cusmano in un locale della Cattedrale, nella salita Marco Trigona.

cronarmerina.it

lunedì 27 gennaio 2020

Sepoltura di nobili piazzesi a Palermo

 Lapide sepolcrale coniugi Trigona e Starrabba, 1670, chiesa di S. Maria della Catena, Palermo
Chiesa di S. Maria della Catena, Palermo, XV-XVI sec.

Sin dai primi anni del Seicento, alcuni appartenenti alle nobili famiglie piazzesi, avevano deciso di soggiornare e, in alcuni casi, di trasferirsi definitivamente a Palermo. Era il periodo della grandiosa operazione urbanistica che modificò con demolizioni, sventramenti ed edificazioni il tessuto topografico della città. I nobili e gli ordini religiosi per attestare la loro opulenza e potenza facevano a gara nell'edificare splendidi palazzi, chiese sontuose, grandiose case conventuali. I baroni si presentavano alla Corona come l'unica forza in grado di assicurare la pace sociale e la fedeltà alla Spagna da parte dei Siciliani. Tra questi nuovi palermitani troviamo alcuni componenti di due tra le più nobili, ricche e influenti famiglie di Piazza, la Trigona e la Starrabba. Questa presenza di piazzesi nella capitale della Sicilia è confermata da una lapide sepolcrale (foto in alto) nella chiesa di Santa Maria della Catena (foto in basso). Edificata tra la fine del '400 ed i primi del '500 la dove c’era già un’antica cappella votiva, la chiesa di Santa Maria della Catena era così chiamata perché si trovava ad una delle estremità della catena di ferro che chiudeva il vecchio porto al fine di impedire le incursioni nemiche, ma anche a memoria del miracolo avvenuto nell’agosto del 1392 per il quale tre palermitani, che dovevano essere ingiustamente impiccati in Piazza Marina, legati dai propri carnefici all’altare dell’antica cappella, nell’attesa che passasse un forte temporale sopraggiunto, videro accolte le loro preghiere alla Madonna, la quale gli parlò liberandoli dalle catene. Il progetto della chiesa è attribuito a Matteo Carnalivari, insigne architetto rinascimentale di cultura catalana. In seguito al prolungamento sino al mare del Cassaro (oggi Corso Vittorio Emanuele) nel 1581, si creò un dislivello che fu colmato con una scalinata d’accesso¹. Dopo l'ingresso si notano tre navate e ai fianchi delle due navate laterali sono presenti le cappelle, aggiunte più tardi. Per i danni dell'ultimo conflitto mondiale, sono rimaste integre le cappelle del lato destro, mentre la parete di sinistra è stata danneggiata dai bombardamenti². È proprio in una delle semi-cappelle ricostruite (la seconda nel lato danneggiato di sx) che troviamo la lapide nella foto in alto. Leggendola attentamente si scopre che è stata posta nel 1670 da don Antonino Maria Trigona e Starrabba, in ricordo dei suoi genitori, don Antonio (o Antonino junior) Trigona barone di San Cosmano morto due anni prima (1668) e donna Solomea Starrabba e Landolina, figlia del regio milite Pietro barone di Scibini e di Francesca Landolina baronessa di Giardinelli³. Inoltre, sia i due Trigona sia Solomea erano nipoti del barone Marco Trigona (1546-1598), in quanto lui e il fratello Antonio erano figli del barone di Spedalotto sposato con una Starrabba, Vincenza. Un'ulteriore conferma che i matrimoni tra nobili parenti erano frequentissimi, l'abbiamo dallo stesso barone Marco che aveva sposato Laura (1557-1597) figlia di sua sorella Beatrice e di Giovan Francesco de Assaro, pertanto Laura era nipote di Marco. Per quanto riguarda il sito originario della posa della lapide, esiste qualche dubbio derivante da quanto è riportato in una pagina dell'opera "Della Sicilia Nobile" del marchese di Villabianca Francesco M. Emanuele Gaetani4 «Per chiosa di questo capitolo [riguardante la famiglia Trigona] placemi trascriver quivi una nobile iscrizione sepolcrale di un Cavaliere di questa Casa, che vedesi in questa nostra Metropoli [Palermo] nella chiesa di S. Giuseppe dei Padri Teatini incisa in una tavola di marmo posta per pradella dell'Altare di S. Andrea Avellino» e segue l'identica iscrizione nella lapide. Si sconoscono i motivi per i quali la lapide si trovi oggi nella chiesa palermitana di Santa Maria della Catena, se l'Emanuele Gaetani l'ha vista a metà del Settecento presso la chiesa dei Teatini ai Quattro Canti.    

¹ Cfr. il sito http://www.turismopalermo.it/chiese-palermo/chiesa-santa-maria-della-catena (consultato il 22 gennaio 2020). Originariamente le scalinate erano due laterali. Il prolungamento creò il cosidetto "Cassaro morto" cioè l'ultimo tratto della strada, il tratto più "giovane ma meno nobile" (Le chiese del Cassaro morto, palermo.mobilità.org, consultato il 25 gennaio 2020).
² Cfr. il sito http://www.palermoviva.it/chiesa-santa-maria-della-catena/ (consultato il 22 gennaio 2020).
³ Ciò spiega i blasoni delle due famiglie nei due quarti superiori degli stemmi ai lati dell'iscrizione: Trigona e Starrabba, mentre in quelli inferiori ci sono i blasoni di due antenate di Solomea, a sx quello della nonna, Ippolita Sortino b.ssa di Scibini, a dx quello della madre, Francesca Landolina b.ssa di Giardinelli.
4 F. M. Emanuele e Gaetani, Della Sicilia Nobile, Nella Stamperia de' Santi Apostoli per P. Bentivegna, Palermo 1757, Vol. 3, Continuazione della Parte II, p. 183.

cronarmerina.it


giovedì 12 dicembre 2019

Storia recente dell'Istituto Industriale

L'I.T.I.S. di piazza Senatore Marescalchi, Piazza Armerina, 2019


Nel precedente post Prima di Majorana eravamo rimasti all'ultima intitolazione, avvenuta nel 1982, dell'Istituto Tecnico Industriale di Piazza Armerina al fisico nucleare catanese Ettore Majorana. In questi giorni, dovendo pubblicare l'esistenza del VI orologio solare presente a Piazza Armerina, ho consultato il sito internet dell'Istituto e dalla "Storia della scuola" ho appreso che ci sono stati alcuni cambiamenti, sia nella denominazione che nell'indirizzo dell'istituto scolastico. Nel 1997 all'Istituto Tecnico Industriale è stato aggregato il P.A.C.L.E. ovvero l'Istituto Perito Aziendale e Corrispondenti in Lingua Estera, evoluzione dell'antico Istituto Tecnico Femminile oggi Istituto Tecnico per il Turismo. Sempre nel 1997 avviene l'aggregazione all'Istituto dei due Licei presenti a Piazza, il Liceo Classico, intitolato nella prima metà del '900, al gesuita piazzese Prospero Intorcetta e, successivamente, al generale Antonino Cascino e il Liceo Scientifico, nato nel 1969, autonomo dal 1975 e intitolato al preside Vito Romano nel 1981. Dall'anno scolastico 2016/2017, in seguito al piano di riorganizzazione della rete scolastica siciliana, è stato costituito il nuovo I.I.S. (Istituto d'Istruzione Secondaria) Tecnico Industriale ed Economico "Ettore Majorana - Antonino Cascino" a indirizzi Chimica, Elettronica, Informatica, Meccanica, Turistico, Liceo Classico e Liceo Scientifico. L'unica cosa che, lungo tutti questi anni, è rimasta immutata, è il suono della sirena. Però, mentre prima veniva azionata immancabilmente alle 8:00 esatte, per invitare gli alunni a fare il loro ingresso a scuola, da alcuni anni il suono è stato anticipato alle 7:55. La sirena doveva servire a ricordare e ad abituare gli alunni che la scuola, essendo a indirizzo "industriale", fosse già un'industria, con orari e ritmi particolari ben precisi.    

cronarmerina.it

martedì 19 novembre 2019

La grande lapide a San Martino


Lapide sul pavimento all'ingresso della chiesa di San Martino di Tours, Piazza Armerina

 Chiesa di San Martino di Tours, XII sec., Piazza Armerina

Nell’ultima mia visita dell’11 novembre scorso, alla chiesa di San Martino di Tours della nostra Città, ho rivisto e rifotografato la lapide nella foto in alto. Questa volta ho provato a capire di cosa si tratta. Siamo nel 1589, la nostra città, chiamata oltre che Platia anche Plaza, da settant’anni porta il titolo di Civitas Opulentissima (Città Ricchissima), ottenendo il privilegio di accollare lo stemma comunale all’aquila nera della Casa reale d’Aragona. Ma l’opulenza non ripara la comunità dalle continue epidemie di peste. Negli ultimi settant’anni, appunto, ve ne sono state ben sette, causando ogni volta centinaia di vittime, se non migliaia, nonostante le misure adottate dai vari medici, uno fra tutti il protomedico del regno piazzese Antonio Pirro (m. 1532 a Palermo). Tra le misure adottate c’è anche quella ignorante, superstiziosa e sbrigativa di dare alle fiamme tutto quello che capita, comprese le carte dei vari archivi, come nel 1575, quando vengono distrutti secoli di notizie sui nostri antenati. Anche le carestie, quasi sempre conseguenti alle siccità cicliche, hanno provocato tanti morti e in Sicilia, negli ultimi cinque anni, ne hanno causato ben 250.000. Tutto ciò, però, non rallenta l’incremento della popolazione, che raggiunge oltre i 16.000 abitanti, quasi tutti situati nell’antico quartiere, o meglio, negli antichi quartieri, che formano la città murata¹. Uno di questi è quello che dal XIII secolo si è venuto a formare attorno a quella che si ritiene la prima chiesa della città, distrutta nel 1161 e ricostruita nei decenni successivi, per volontà degli Aleramici. È la chiesa di San Martino di Tours (foto in basso), il quale culto arriva in Sicilia con i Normanni, che dà, appunto, il nome al quartiere che vi gravita intorno. La chiesa è anche la sede della numerosa Confraternita di Santa Maria della Carità, formata da Sacerdoti e Artigiani, sotto il titolo dei Defunti. Ed eccoci arrivati alla nostra lapide, l’unica rimasta delle tante che dovevano esserci, ma andate perdute nei vari restauri, rimaneggiamenti, ristrutturazioni. Con essa il priore (il responsabile, il rappresentante) della confraternita che si riunisce nella chiesa, vuole ricordare il benefattore che si è prodigato nell’aiutare i parrocchiani meno fortunati, probabilmente durante l'ultima epidemia. Il priore pro-tempore è il nobile Andrea D’Assaro, sicuramente un parente stretto di Laura, moglie del barone Marco Trigona, e del padre, il medico e matematico Giovanni Francesco de Assaro. Il D’Assaro fa scolpire e murare sullo scalino d’ingresso alla chiesa, per essere sotto gli occhi di tutti i fedeli quando varcheranno l’entrata nei secoli a venire, il nome del benefattore, Antonino Spalletta², piazzese appartenente alla nobile famiglia Spalletta o Espelletti³ che, «essendo molto pietoso» dona nel 1589 la somma di 100 onze4 alla parrocchia di San Martino5. La traduzione completa è la seguente «IL PRIORE ANDREA D’ASSARO PROVVEDE [A PORRE QUESTA LAPIDE PER RICORDARE] LA GENEROSITÀ DI ANTONINO SPALETA E LO ZELO [MOSTRATO NELL’IMPIEGO DELLA SOMMA] DEI PADRI CAPPELLANI DON FRANCESCO TALERI E FRANCESCO BONCORE». Con questa spiegazione ho cercato di collocare la lapide in un preciso periodo storico della nostra comunità, cercando, soprattutto, di dare nuovo lustro a dei concittadini di ben quattro secoli fa. 

¹ Nel Cinquecento i quartieri erano quelli di San Martino, della SS. Trinità, della Castellina, di San Giovanni Battista, di Santa Maria dell’Itria.
² Di Antonino Spalletta risultano anche due legati di maritaggio annuali per le orfane piazzesi (Alceste Roccella, Storia di Piazza, Uomini Illustri, ms. inedito, XIX sec.).
³ Alceste Roccella, Storia di Piazza, Famiglie Nobili, ms. inedito, XIX sec.
4 Sarebbero 14.000 € di oggi.
5 A. Roccella, Storia di Piazza, Famiglie, op. cit..

cronarmerina.it

sabato 9 novembre 2019

Gli stemmi aragonesi a Piazza

FOTO 1: Castello Aragonese visto dall'alto, Piazza Armerina
FOTO 2: Stemma di Federico d'Aragona III di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), 1296
FOTO 3: Stemma Corona d'Aragona o Barre d'Aragona, 1150
FOTO 4: Stemma di Federico II di Svevia, 1220

In occasione delle giornate del FAI (Fondo Ambiente Italiano) del 12 e 13 ottobre 2019, sono stato invitato presso il Castello Aragonese di Piazza Armerina (Foto 1) dal FAI e dal proprietario Sig. Giancarlo Scicolone, per parlare degli stemmi Aragonesi a Piazza, in particolare di quello che doveva esserci al Castello Aragonese, quando fu costruito alla fine del Quattrocento. Dopo il prof. Salvatore Lo Re, che ha parlato dei castelli precedenti, e la laureanda Giulia Milazzo, che ha parlato del castello dal punto di vista architettonico, ho iniziato a parlare degli stemmi della Casa Reale, originaria dell’Aragona, che dovevano esserci in questo maniero. Dico dovevano, perché in loco non ne sono stati trovati, ma possiamo ipotizzare quali dovevano essere nel periodo tra il Trecento e il Quattrocento. Intanto, diciamo che lo STEMMA è uno scudo che racchiude degli elementi grafici che consentiva (e consente) di richiamare alla mente subito e con chiarezza una famiglia, un capo o un re, durante le battaglie, quando gli eserciti non indossavano le stesse divise. Poi furono usati negli eserciti in guerra e, tra una guerra e l’altra, durante i combattimenti simulati nei tornei. Il sistema di identificazione fu così efficiente che venne adottato in tutta Europa, tanto che nacquero dei funzionari addetti, chiamati “araldi”, in grado di riconoscere i numerodi simboli, dando così vita all’Araldica. Pertanto, sicuramente in un castello come questo o sulle porte d’ingresso della città, doveva esistere uno stemma in metallo, o in legno, in pietra, in marmo, oppure uno stendardo in stoffa, che avrebbe dovuto far capire anche da lontano, chi fosse il sovrano che regnava. Nel periodo poco prima della costruzione e a costruzione avvenuta, quindi poco prima del 1400, lo stemma del regnante consorte di allora (regnava assieme alla moglie, Maria d’Aragona dal 1392) Martino d’Aragona, I di Sicilia dal 1401, detto il Giovane, era quello voluto un secolo prima, nel 1296, da un suo antenato, Federico d’Aragona III re di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), quando questi fu incoronato a Catania nel Castello Ursino. Quindi lo stemma esposto nel castello doveva essere quello nella Foto 2, "Inquartato in croce di Sant'Andrea, al 1° e 4° quarto le Barre d'Aragona, al 2° e 3° quarto d'argento all'aquila col volo abbassato di nero di Svevia-Sicilia". Le “Barre d’Aragona” altrimenti chiamate “Le 4 barre” o “I 4 pali” servivano a ricordare la Corona d’Aragona (Foto 3), formata dal Regno d’Aragona e dalla Contea di Barcellona, unitisi nel 1150, in seguito al matrimonio tra la regina d’Aragona e il conte di Barcellona; le “Aquile di Svevia-Sicilia” servivano a ricordare che lui, Federico III di Sicilia, era pronipote per via materna dell’imperatore Federico II, il quale aveva come stemma, appunto, “un’aquila a volo abbassato di nero posta in campo d’oro” (Foto 4), mentre in quello di Svevia-Sicilia era in “campo d’argento”. Le “Barre d’Aragona”, ovvero i “4 pali di rosso in campo d’oro”, ricorderebbero il viaggio, fatto da uno dei primi re d’Aragona, Sancho Ramírez (1064-1094), a Roma nel 1068, per consolidare il giovane regno d'Aragona offrendosi in vassallaggio al Papa, Alessandro II (1061-1073), documentato insieme all'ammontare del tributo annuo di 600 marchi d'oro. Da ciò si è dedotto che da questo viaggio tornarono, come emblema del vincolo vassallatico, le “barre rosse e oro”, ispirate alle fascette rosse dei sigilli vaticani su fondo dorato, colori propri della Santa Sede e visibili tuttora nell'ombrello Vaticano. Ma a Piazza esistono altri tre stemmi di regnanti con insegne aragonesi. Questi tre stemmi si trovano tutti nel Collegio dei Gesuiti, due murati nel portico e uno, molto grande e di metallo, all’interno della sala della Mostra del Libro Antico. I due murati sono tra i più belli e prestigiosi che abbiamo nella nostra città, e si trovano nel portico grazie al recupero, voluto dal dott. Francesco Galati, durante dei lavori nel collegio negli anni 80/90. Uno è del 1504 ed è di Ferdinando II d’Aragona re di Sicilia dal 1468, ma sullo stemma troviamo il simbolo del Regno di León, un “leone rampante”, di cui era diventato il re da quando aveva sposato la cugina Isabella di Castiglia e León nel 1469. L’altro è, come si può leggere alla base dello stemma, del 1512, e si riferisce sempre al re che rese possibile la scoperta dell’America nel 1492, ovvero Ferdinando II re d’Aragona, ma che, qualche anno dopo, nel 1512 appunto, avrebbe istituito nella nostra città il Tribunale dell’Inquisizione retto prima dai Domenicani e poi dai Gesuiti. Guardando la foto, a colori è meglio, si distinguono i Regni del sovrano in quel periodo. Il terzo stemma con all’interno i colori Aragonesi è quello di Ferdinando I delle Due Sicilie, presente nella sala della Mostra del Libro Antico. È di tre secoli dopo rispetto ai primi due, quando a re Ferdinando I di Borbone re di Sicilia e re di Napoli fu concesso, nel 1816, di riunire i due Regni in quello delle Due Sicilie. Questo stemma si trova nel Collegio dei Gesuiti, perché dal 1780 nel Collegio era stata istituita da re Ferdinando la Real Accademia degli Studi, erede della precedente Università degli Studi, voluta dal gesuita don Antonino Chiarandà, e nello stemma, appunto, c’è la scritta REALE ACCADEMIA DEGLI STUDII DI PIAZZA. Non mi rimane che consigliarvi di visitare, ora che sapete queste prestigiose presenze, il portico del Collegio dei Gesuiti qui accanto e la Mostra del Libro Antico, dove troverete altri nostri gioielli, non ultima l’epigrafe papale affissa, nel 1600, sulla porta della biblioteca del Convento dei Francescani Osservanti di San Pietro.
cronarmerina.it

venerdì 25 ottobre 2019

U sciùm Vaddutànu


Se ricordo bene, il detto "Tu si còm u scium Vaddutànu" andava in voga a Piazza sino agli anni Sessanta/Settanta, poi niente più. Spesso lo sentivo ripetere da mia mamma nei miei confronti o, qualche volta, di altri familiari e parenti. Devo ammettere che a me, non sapendo cosa volesse dire, non faceva né caldo e né freddo, anche se qualcosa, seppur lontanamente, intuivo, perché bastava fare due più due per avere il risultato di quattro, ovvero il duro rimprovero per aver esagerato, ancora una volta, nel fare una certa azione. Faccio un esempio, prima di spiegare da che cosa deriva il detto. Come tanti "geni" io a scuola andavo così così, e in certi periodi "nan n vulìva màncu d' calàta", ovvero "non ne volevo neanche di discesa" cioè studiavo di malavoglia, perché avevo altro a cui pensare. Il gioco a casa o quelli in via Bonifacio con i compagni, l'associazione cattolica a Santa Veneranda, cioè ancora il gioco, leggere giornaletti, insomma altri importanti interessi. Certi periodi, invece, mi sedevo sulla mia piccola scrivania, che poi non era altro che il tavolino della cucina o una sedia, subito dopo pranzo e non mi alzavo se non dopo aver fatto tutti i compiti e oltre, per ore e ore. Forse è meglio non esagerare, per mezz'ore e mezz'ore. Quindi passavo dal completo disinteresse, che poteva sfociare in negligenza, all'impegno totale che mi coinvolgeva completamente, gettandomi appassionatamente a capofitto. E così nello sport, nelle amicizie, negli affetti, etc., con risultati non sempre positivi e soddisfacenti per la mente, per il cuore e per l'anima. Però, tornando al significato, non capivo a che cosa si riferisse il termine "vaddutànu".
Di recente ho avuto la possibilità di avere tra le mani il volume Storia di Piazza - Uomini Illustri del nostro concittadino avv. Alceste Roccella. Ebbene, leggendolo avidamente, quasi tutto, mi sono imbattuto in un feudo in possesso di alcuni nostri illustri concittadini, il Gallitano e, tra parentesi, quasi sempre, come veniva chiamato dai Piazzesi, Vaddutanu, senza accento. Subito è partita la ricerca per capire il nesso tra il feudo e il famoso proverbio. Alla fine sono arrivato a questa spiegazione.
Il «vasto feudo nobile Gallitano» come dice in una nota il Roccella, si trova «Oggi [...] in provincie di Girgenti con miniere di zolfo appellasi vulgarmente "Vaddutanu"» e, più precisamente, ce lo indica il medico e sacerdote Giuseppe De Gregorio (1703-1771) nel suo opuscolo stampato nel 1746 «Il Ragionamento accademico intorno ad una mofeta di un'acqua minerale di Sicilia; fatto storico fisico accaduto nel feudo del Gallitano, cinque miglia distante dalla terra di Mazzarino» e a est di Sommatino, dove «la Valle del Salso si spalanca in una vasta conca oblunga, definita dalla terrazza fluviale e chiusa tutt'intorno dai rilievi dell'altopiano gessoso - solfifero. Il fiume [Salso o Imera Meridionale] serpeggia pigro lungo la pianura, descrivendo cinque grandi anse tra brevi colline argillose modellate dalle arature, prima di sparire inghiottito dallo stretto di Gallitano»¹.
Quindi, il feudo Gallitano è attraversato dal fiume Salso chiamato in questo tratto Gallitano, in dialetto Vaddutànu. Il fiume qui trova uno stretto con delle gole che ne rallentano la portata, quasi nulla nella stagione secca, ma che le forti precipitazioni autunnali provocano piene improvvise, che possono anche causare pesanti danni ai terreni adiacenti al corso del fiume².
Ecco spiegato come "Vaddutànu" fosse la dizione dialettale di Gallitano, come veniva chiamato il tratto del fiume Salso - Imera Meridionale quando attraversava, appunto, il feudo omonimo, posseduto da nobili piazzesi, e quindi conosciuto bene dai compaesani, ed esistente tra Mazzarino e Sommatino (vedi foto)³. Il fiume in quella zona era ricordato per l'esigua portata durante la stagione secca e per le piene improvvise e abbondanti da provocare frequenti inondazioni, specie in autunno. Tutto ciò spiega perché il fiume veniva preso da esempio per indicare qualcuno (o qualcosa) che non aveva mezze misure, proprio còm u sciùm Vaddutànu, quàn a sìccu sìccu, quànn a sàccu sàccu... còm i 'nvasàti!

¹ Gazzetta Ufficiale - Regione Sicilia, DECRETO ASSESSORIALE 3 maggio 1997 - Dichiarazione di notevole interesse pubblico della Bassa Valle del Salso o Imera Meridionale. (GU Serie Generale n. 187 del 12-08-1997).
² Cfr. Wikipedia, Imera Meridionale - Regime, 24/10/2019.
³ 6 km a ovest di Mazzarino e 4 km a est da Sommatino.

cronarmerina.it