«STEMMA DEL REGNO DI SICILIA QUANDO TRA IL 1392 E IL 1396 FU COSTRUITO IL CASTELLO ARAGONESE DI PIAZZA ARMERINA»
«STEMMA OF THE KINGDOM OF SICILY WHEN BETWEEN 1392 AND 1396 THE ARAGONESE CASTLE OF PIAZZA ARMERINA WAS BUILT»
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sabato 9 novembre 2019

Gli stemmi aragonesi a Piazza

FOTO 1: Castello Aragonese visto dall'alto, Piazza Armerina
FOTO 2: Stemma di Federico d'Aragona III di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), 1296
FOTO 3: Stemma Corona d'Aragona o Barre d'Aragona, 1150
FOTO 4: Stemma di Federico II di Svevia, 1220

In occasione delle giornate del FAI (Fondo Ambiente Italiano) del 12 e 13 ottobre 2019, sono stato invitato presso il Castello Aragonese di Piazza Armerina (Foto 1) dal FAI e dal proprietario Sig. Giancarlo Scicolone, per parlare degli stemmi Aragonesi a Piazza, in particolare di quello che doveva esserci al Castello Aragonese, quando fu costruito alla fine del Quattrocento. Dopo il prof. Salvatore Lo Re, che ha parlato dei castelli precedenti, e la laureanda Giulia Milazzo, che ha parlato del castello dal punto di vista architettonico, ho iniziato a parlare degli stemmi della Casa Reale, originaria dell’Aragona, che dovevano esserci in questo maniero. Dico dovevano, perché in loco non ne sono stati trovati, ma possiamo ipotizzare quali dovevano essere nel periodo tra il Trecento e il Quattrocento. Intanto, diciamo che lo STEMMA è uno scudo che racchiude degli elementi grafici che consentiva (e consente) di richiamare alla mente subito e con chiarezza una famiglia, un capo o un re, durante le battaglie, quando gli eserciti non indossavano le stesse divise. Poi furono usati negli eserciti in guerra e, tra una guerra e l’altra, durante i combattimenti simulati nei tornei. Il sistema di identificazione fu così efficiente che venne adottato in tutta Europa, tanto che nacquero dei funzionari addetti, chiamati “araldi”, in grado di riconoscere i numerodi simboli, dando così vita all’Araldica. Pertanto, sicuramente in un castello come questo o sulle porte d’ingresso della città, doveva esistere uno stemma in metallo, o in legno, in pietra, in marmo, oppure uno stendardo in stoffa, che avrebbe dovuto far capire anche da lontano, chi fosse il sovrano che regnava. Nel periodo poco prima della costruzione e a costruzione avvenuta, quindi poco prima del 1400, lo stemma del regnante consorte di allora (regnava assieme alla moglie, Maria d’Aragona dal 1392) Martino d’Aragona, I di Sicilia dal 1401, detto il Giovane, era quello voluto un secolo prima, nel 1296, da un suo antenato, Federico d’Aragona III re di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), quando questi fu incoronato a Catania nel Castello Ursino. Quindi lo stemma esposto nel castello doveva essere quello nella Foto 2, "Inquartato in croce di Sant'Andrea, al 1° e 4° quarto le Barre d'Aragona, al 2° e 3° quarto d'argento all'aquila col volo abbassato di nero di Svevia-Sicilia". Le “Barre d’Aragona” altrimenti chiamate “Le 4 barre” o “I 4 pali” servivano a ricordare la Corona d’Aragona (Foto 3), formata dal Regno d’Aragona e dalla Contea di Barcellona, unitisi nel 1150, in seguito al matrimonio tra la regina d’Aragona e il conte di Barcellona; le “Aquile di Svevia-Sicilia” servivano a ricordare che lui, Federico III di Sicilia, era pronipote per via materna dell’imperatore Federico II, il quale aveva come stemma, appunto, “un’aquila a volo abbassato di nero posta in campo d’oro” (Foto 4), mentre in quello di Svevia-Sicilia era in “campo d’argento”. Le “Barre d’Aragona”, ovvero i “4 pali di rosso in campo d’oro”, ricorderebbero il viaggio, fatto da uno dei primi re d’Aragona, Sancho Ramírez (1064-1094), a Roma nel 1068, per consolidare il giovane regno d'Aragona offrendosi in vassallaggio al Papa, Alessandro II (1061-1073), documentato insieme all'ammontare del tributo annuo di 600 marchi d'oro. Da ciò si è dedotto che da questo viaggio tornarono, come emblema del vincolo vassallatico, le “barre rosse e oro”, ispirate alle fascette rosse dei sigilli vaticani su fondo dorato, colori propri della Santa Sede e visibili tuttora nell'ombrello Vaticano. Ma a Piazza esistono altri tre stemmi di regnanti con insegne aragonesi. Questi tre stemmi si trovano tutti nel Collegio dei Gesuiti, due murati nel portico e uno, molto grande e di metallo, all’interno della sala della Mostra del Libro Antico. I due murati sono tra i più belli e prestigiosi che abbiamo nella nostra città, e si trovano nel portico grazie al recupero, voluto dal dott. Francesco Galati, durante dei lavori nel collegio negli anni 80/90. Uno è del 1504 ed è di Ferdinando II d’Aragona re di Sicilia dal 1468, ma sullo stemma troviamo il simbolo del Regno di León, un “leone rampante”, di cui era diventato il re da quando aveva sposato la cugina Isabella di Castiglia e León nel 1469. L’altro è, come si può leggere alla base dello stemma, del 1512, e si riferisce sempre al re che rese possibile la scoperta dell’America nel 1492, ovvero Ferdinando II re d’Aragona, ma che, qualche anno dopo, nel 1512 appunto, avrebbe istituito nella nostra città il Tribunale dell’Inquisizione retto prima dai Domenicani e poi dai Gesuiti. Guardando la foto, a colori è meglio, si distinguono i Regni del sovrano in quel periodo. Il terzo stemma con all’interno i colori Aragonesi è quello di Ferdinando I delle Due Sicilie, presente nella sala della Mostra del Libro Antico. È di tre secoli dopo rispetto ai primi due, quando a re Ferdinando I di Borbone re di Sicilia e re di Napoli fu concesso, nel 1816, di riunire i due Regni in quello delle Due Sicilie. Questo stemma si trova nel Collegio dei Gesuiti, perché dal 1780 nel Collegio era stata istituita da re Ferdinando la Real Accademia degli Studi, erede della precedente Università degli Studi, voluta dal gesuita don Antonino Chiarandà, e nello stemma, appunto, c’è la scritta REALE ACCADEMIA DEGLI STUDII DI PIAZZA. Non mi rimane che consigliarvi di visitare, ora che sapete queste prestigiose presenze, il portico del Collegio dei Gesuiti qui accanto e la Mostra del Libro Antico, dove troverete altri nostri gioielli, non ultima l’epigrafe papale affissa, nel 1600, sulla porta della biblioteca del Convento dei Francescani Osservanti di San Pietro.
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venerdì 25 ottobre 2019

U sciùm Vaddutànu


Se ricordo bene, il detto "Tu si còm u scium Vaddutànu" andava in voga a Piazza sino agli anni Sessanta/Settanta, poi niente più. Spesso lo sentivo ripetere da mia mamma nei miei confronti o, qualche volta, di altri familiari e parenti. Devo ammettere che a me, non sapendo cosa volesse dire, non faceva né caldo e né freddo, anche se qualcosa, seppur lontanamente, intuivo, perché bastava fare due più due per avere il risultato di quattro, ovvero il duro rimprovero per aver esagerato, ancora una volta, nel fare una certa azione. Faccio un esempio, prima di spiegare da che cosa deriva il detto. Come tanti "geni" io a scuola andavo così così, e in certi periodi "nan n vulìva màncu d' calàta", ovvero "non ne volevo neanche di discesa" cioè studiavo di malavoglia, perché avevo altro a cui pensare. Il gioco a casa o quelli in via Bonifacio con i compagni, l'associazione cattolica a Santa Veneranda, cioè ancora il gioco, leggere giornaletti, insomma altri importanti interessi. Certi periodi, invece, mi sedevo sulla mia piccola scrivania, che poi non era altro che il tavolino della cucina o una sedia, subito dopo pranzo e non mi alzavo se non dopo aver fatto tutti i compiti e oltre, per ore e ore. Forse è meglio non esagerare, per mezz'ore e mezz'ore. Quindi passavo dal completo disinteresse, che poteva sfociare in negligenza, all'impegno totale che mi coinvolgeva completamente, gettandomi appassionatamente a capofitto. E così nello sport, nelle amicizie, negli affetti, etc., con risultati non sempre positivi e soddisfacenti per la mente, per il cuore e per l'anima. Però, tornando al significato, non capivo a che cosa si riferisse il termine "vaddutànu".
Di recente ho avuto la possibilità di avere tra le mani il volume Storia di Piazza - Uomini Illustri del nostro concittadino avv. Alceste Roccella. Ebbene, leggendolo avidamente, quasi tutto, mi sono imbattuto in un feudo in possesso di alcuni nostri illustri concittadini, il Gallitano e, tra parentesi, quasi sempre, come veniva chiamato dai Piazzesi, Vaddutanu, senza accento. Subito è partita la ricerca per capire il nesso tra il feudo e il famoso proverbio. Alla fine sono arrivato a questa spiegazione.
Il «vasto feudo nobile Gallitano» come dice in una nota il Roccella, si trova «Oggi [...] in provincie di Girgenti con miniere di zolfo appellasi vulgarmente "Vaddutanu"» e, più precisamente, ce lo indica il medico e sacerdote Giuseppe De Gregorio (1703-1771) nel suo opuscolo stampato nel 1746 «Il Ragionamento accademico intorno ad una mofeta di un'acqua minerale di Sicilia; fatto storico fisico accaduto nel feudo del Gallitano, cinque miglia distante dalla terra di Mazzarino» e a est di Sommatino, dove «la Valle del Salso si spalanca in una vasta conca oblunga, definita dalla terrazza fluviale e chiusa tutt'intorno dai rilievi dell'altopiano gessoso - solfifero. Il fiume [Salso o Imera Meridionale] serpeggia pigro lungo la pianura, descrivendo cinque grandi anse tra brevi colline argillose modellate dalle arature, prima di sparire inghiottito dallo stretto di Gallitano»¹.
Quindi, il feudo Gallitano è attraversato dal fiume Salso chiamato in questo tratto Gallitano, in dialetto Vaddutànu. Il fiume qui trova uno stretto con delle gole che ne rallentano la portata, quasi nulla nella stagione secca, ma che le forti precipitazioni autunnali provocano piene improvvise, che possono anche causare pesanti danni ai terreni adiacenti al corso del fiume².
Ecco spiegato come "Vaddutànu" fosse la dizione dialettale di Gallitano, come veniva chiamato il tratto del fiume Salso - Imera Meridionale quando attraversava, appunto, il feudo omonimo, posseduto da nobili piazzesi, e quindi conosciuto bene dai compaesani, ed esistente tra Mazzarino e Sommatino (vedi foto)³. Il fiume in quella zona era ricordato per l'esigua portata durante la stagione secca e per le piene improvvise e abbondanti da provocare frequenti inondazioni, specie in autunno. Tutto ciò spiega perché il fiume veniva preso da esempio per indicare qualcuno (o qualcosa) che non aveva mezze misure, proprio còm u sciùm Vaddutànu, quàn a sìccu sìccu, quànn a sàccu sàccu... còm i 'nvasàti!

¹ Gazzetta Ufficiale - Regione Sicilia, DECRETO ASSESSORIALE 3 maggio 1997 - Dichiarazione di notevole interesse pubblico della Bassa Valle del Salso o Imera Meridionale. (GU Serie Generale n. 187 del 12-08-1997).
² Cfr. Wikipedia, Imera Meridionale - Regime, 24/10/2019.
³ 6 km a ovest di Mazzarino e 4 km a est da Sommatino.

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giovedì 26 settembre 2019

Due stemmi misteriosi

Stemmi prospetto via Umberto, monastero di San Giovanni Evangelista, Piazza Armerina

Era dal 2009 che, dopo una "dritta" del mio amico Totò Murella, sapevo dell'esistenza di questo tesoretto. E dire che c'ero passato accanto migliaia di volte, senza accorgemene, essendo stato anche alunno del vicino istituto Magistrale alla fine degli anni Sessanta. Sì, perchè questo piccolo gioiello è composto da due stemmi scolpiti a rilievo su un unico blocco di pietra arenaria, inserita quasi come pietra angolare, all'inizio del grandioso edificio del monastero delle Benedettine di San Giovanni Evangelista prospiciente la via Umberto, all'angolo con la via Enrico De Pietra. Le sculture rappresentano una delle tante cose di cui ho cercato di darmi una spiegazione, ma senza riuscirci. Dopo l'ennesima richiesta di qualche amico ho cercato di dare una spiegazione, ma purtroppo molto limitata. I due stemmi rappresentano a sx "l'aquila al volo abbassato di nero posta in campo d'oro" degli Hohenstaufen originari dalla Svevia (nell'attuale Germania), da loro adottata in seguito all'investitura reale nel XII secolo¹. A dx è scolpito chiaramente "un leone rampante" che potrebbe richiamare la casa d'Angiò². I due stemmi scolpiti accanto forse ci rimandano alle nozze, nel 1297, tra Violante d'Aragona (1273-1302), figlia di Costanza di Svevia II di Sicilia e di Pietro III d'Aragona, con Roberto d'Angiò (1277-1343) duca di Calabria e re di Napoli nel 1309. Inoltre, potrebbero ricordare coloro i quali vollero o contribuirono alla costruzione dell'edifico monastico, ma sappiamo solo che il Monastero benedettino delle suore omonime di San Giovanni Evangelista venne fondato nel 1361 dalla nobile Florentia de Caldarera, vedova del regio milite e giudice Giovanni senior de Caldarera, e ingrandito nei decenni e secoli successivi. Ma il loro stemma familiare è completamente diverso da quelli nella foto. L'altezza alla quale la pietra squadrata è posta, potrebbe far pensare anche a una costruzione anteriore al monastero o, considerando che proprio quella parte di edificio fu colpita da un incendio nel 1932, che essa sia una pietra riciclata proveniente da un altro antico edificio, ma quale? Io non so rispondere, per adesso. Fatto sta che è un reperto importantissimo a cavallo dei secoli XIII e XIV, quindi tra i più antichi e ben conservati della Città che, purtroppo è stato deturpato da scatole e fili elettrici, per ignoranza, superficialità e negligenza contemporanee di cui siamo specialisti.

¹ Nel 1138 Corrado fu eletto imperatore del Sacro Romano Impero a Coblenza. I successori Enrico VI, Federico II e Corrado IV furono anche re di Sicilia. La casata si estinse in linea maschile diretta con Manfredi (1232-1266) e Corradino di Svevia (1252-1268). Proseguì, invece, attraverso Costanza di Svevia o di Sicilia o d'Aragona (1249-1302), figlia di Manfredi (fonte Wikipedia).
² Il leone è rappresentato con la testa in profilo (ciò che lo distingue dal leopardo), ritto sulla zampa posteriore sinistra, con la destra alzata, e le zampe anteriori protese come verso una preda (cioè rampante), con la coda ripiegata verso la schiena, la bocca aperta e la lingua visibile. Il leone, con la sua reputazione di forza, di coraggio, di nobiltà, così conforme all'ideale medievale, veniva spesso utilizzato in araldica, soprattutto dai Plantageneti. Questi furono una casata comitale medievale, anche chiamati seconda casa d'Angiò o Angiò-Plantageneti, originari dell'odierna Centro-Valle della Loira e successivamente dei Paesi della Loira (Angiò). Divenne una casata di rango regale con Enrico II d'Inghilterra (fonte Wikipedia).
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domenica 8 settembre 2019

Un altro stemma al Carmine

Lo stemma all'interno della chiesa del Carmine, Piazza Armerina

In una chiesa di quasi quattro secoli non si finisce di trovare elementi interessanti da approfondire, facendosi aiutare dall'immenso volume del concittadino Litterio Villari¹, da internet e, perché no, dall'intuito. È il caso dello stemma nella foto, un bassorilievo in gesso che si trova ad altezza d'uomo, sul pilastro addossato alla parete della controffacciata, entrando a sx, nella nostra chiesa del Carmine. Forse esisteva anche dall'altra parte, prima di qualche restauro non proprio certosino. Le figure riprodotte nello scudo ovale inquartato ecclesiastico ci indicano: nel 1° quarto (a sx in alto) tre uccelli, due dei quali, i superiori, posti frontalmente coi becchi che si sfiorano. Potrebbero ricordare lo stemma del priore sotto il governo del quale fu sistemato il bassorilievo, oppure potrebbe rappresentare il maestro che parla agli studenti della casa di studi (o Studio Pubblico), già esistente dalla prima metà del XV secolo nel convento piazzese per la formazione delle nuove vocazioni. Lo Studio Pubblico di Plaza, come veniva chiamata la nostra città da quando regnavano gli Spagnoli, dal 1555 vide l'avvio della Scuola Musicale Piazzese da parte dell'ottimo musicista piazzese padre Riccardo La Monica, continuata dal 1577 dal maestro musicista sottopriore padre Antonio Sanso (o de Sanso). Sette anni più tardi, il maestro fondatore della Scuola Polifonica Siciliana, Pietro Vinci da Nicosia, portò a Piazza le novità della Scuola Musicale Veneziana, dispensando consigli e suggerimenti ai Padri Carmelitani di cui sopra e al laico piazzese Antonio il Verso, che divenne il massimo rappresentante della Scuola Polifonica Siciliana; nel 2° quarto (a dx in alto) 8 sfere, in araldica chiamate anche bisanti², che ricordano le otto punte dei raggi della stella simbolo dei Carmelitani. Il numero di 8 raggi era adottato nelle province governate dalla Spagna, mentre, per esempio, in Francia i raggi erano 5 e in Germania, Olanda e Italia 6; nel 3° quarto (in basso a dx) è riportato il giglio, simbolo di San'Alberto di Trapani, inteso anche come Sant'Alberto sacerdote Carmelitano o Sant'Alberto Abate o Abbati. Quest'ultimo era il cognome del padre di Alberto, Benedetto Abate ammiraglio della flotta di Federico II di Svevia. Nato tra il 1240 e il 1250 a Trapani e morto nel 1307 a Messina, nel XVI secolo fu stabilito che ogni chiesa carmelitana avesse un altare a lui dedicato e, infatti, nella chiesa di Piazza è il primo altare di dx; nel 4° quarto (in basso a sx) è raffigurata la palma, simbolo di Sant'Angelo di Gerusalemme o di Sicilia o di Licata martire. Nato nel 1185 a Gerusalemme, morì martirizzato a Licata (AG) nel 1225 (per altri nel 1239). Nella chiesa di Piazza gli è stato dedicato il 1° altare di sx. La palma si spiega sia perché il Santo era nato a Gerusalemme e la palma ricordava l'entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme, sia perché il Santo essendo un martire, era simboleggiato dalla palma che era un segno di resurrezione (dei martiri), di gioia, di trionfo, di rinascita, di sacrificio e di purezza. Secondo la tradizione Sant'Angelo di Sicilia visse nella nostra città e forse fondò il nostro Convento nel 1238. Sant'Alberto di Trapani, sempre secondo la tradizione, venne a Piazza forse nell'occasione del Parlamento del Regno del 1296, ed essendo un famoso santo taumaturgo, suscitò nella nostra città grande devozione. Nel 1585 la Provincia Carmelitana Siciliana si divise in due, prendendo i nomi dei Santi sopracitati: la Provincia di Sant'Angelo quella a occidente, la Provincia di Sant'Alberto quella a oriente di cui faceva parte il nostro convento.

¹ Litterio VILLARI, Storia Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, S.M. di S.P., Messina 1988, pp. 261-277.

² È un termine utilizzato in araldica per indicare un tondino di metallo. Il nome deriva dal bisante, moneta d'oro coniata a Bisanzio e introdotta in Europa dopo che i Crociati presero Costantinopoli (o Nuova Roma) nel 1204, oggi chiamata Istambul (Turchia).

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venerdì 16 agosto 2019

Conversazione Piazza Garibaldi/5

In giallo come doveva essere l'inferriata sul piano dinnanzi al Palazzo di Città di Piazza Armerina


(dalla 4^parte) La prof.ssa Lucia Todaro riporta una poesia in galloitalico del notaio Remigio Roccella, dove parla di quello che si può vedere sul CIÀNGH Î FERRI Â CÖRT (sul Piano con l'inferriata nella corte del Palazzo di Città) in piazza Garibaldi, prima del 1884. Io l’ho tradotta così:

«Sotto il portone del palazzo di Città
c’è uno spiazzo circondato da un’inferriata.
Questo luogo è sempre pieno di oziosi,
che non vuole lavorare e qui passeggiano,
dato che il sole li riscalda ogni mattina.
Medici, preti, calzolai, farmacisti,
avvocati, villani, maestri barbieri,
notai, muratori e sagrestani,
commercianti, mastri d’ascia e bottegai,
facchini, sarti, puttanieri
e nobili e ricchi e poveri servitori,
facendo salvi le giuste eccezioni,
tutti di questo e quello parlano male,
stanno immobili e passeggiano a coppie».
La professoressa conclude la vicenda dell’inferriata, in ferro battuto e bronzo, così:     
«STORI D’ORBI: I FERRI Â CÖRT… RUDÙI [Storie di ciechi: i ferri alla corte… rosicchiati]. La poesia del Roccella fu scritta prima del 1884, quando per fare le strade principali, questa inferriata, fatta in ferro battuto e bronzo, fu staccata e conservata nei magazzini del Comune. Fu conservata così bene che non si trovò più! L’avvocato Rosario Roccella riporta che qualcuno, per ridere, s’inventò che se l’erano rosicchiata i ratti. E così rimase il modo di dire, quando una cosa spariva senza sapere il chi e il come, ma si sapeva, eccome: ‘’E che è rimasto come i ferri alla Corte?’’. I buchi ancora si notano nelle pietre del piano! Andateli a vedere!»
Aggiungo io che, probabilmente, l’inferriata era stata collocata per impedire l’accesso al piano agli asini e ai muli che avrebbero sporcato. (continua)

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domenica 11 agosto 2019

L'antenato del Palio

La Cavalcata di Piazza erede del Palio dei Bèrberi (o Bàrberi), anni '40

In questi ultimi mesi, durante alcune ricerche, mi sono imbattuto in quello che, secondo me, è l'antenato della Cavalcata degli anni 40/50 e del Palio dei Normanni moderno che si svolge ogni agosto lungo le strade, in piazza Teatro, in piazza Duomo/Cattedrale e al campo sportivo Sant'Ippolito nella nostra Città. Uno dei più importanti storici della nostra Città, l'avvocato Alceste Roccella (1827-1908), in uno dei 7 volumi della sua Storia di Piazza, e precisamente nel Volume Terzo Chiese e conventi ed istituti di Filantropia in Piazza Per Alceste Roccella, ci ricorda che ai suoi tempi, nella seconda metà dell'Ottocento, in estate veniva svolta una corsa di cavalli bèrberi. Questi cavalli erano originari della Barbéria, nome dato anticamente al Nord Africa perché abitato dal popolo dei Bàrberi, ed erano noti sin dall'antichità per la loro robustezza e velocità. Il Roccella non precisa né il giorno in cui si svolgeva la corsa, che assunse il nome di Palio dei Bèrberi o Bàrberi, né l'arrivo (forse a Costantino o allo Scarante), ma ci dice che la partenza avveniva dalla Commenda di San Giacomo d'Altopascio, davanti l'odierno ingresso principale del Cimitero Comunale della Bellia. Per questo devo ritenere che il Palio si svolgesse il 25 luglio, festa di San Giacomo il Maggiore apostolo. Le caratteristiche principali di queste corse erano tre. La corsa era prettamente rettilinea, pertanto si raggiungevano alte velocità; veniva attraversato pericolosamente il centro abitato da nord a sud senza barriere di contenimento ai lati del percorso; inizialmente i cavalli correvano "scossi", ovvero senza fantini, in seguito si decise di montarli, ma senza l'ausilio di selle, "a pelo" (come nella foto). Questo genere di corse rappresentavano la parte principale delle feste popolari in tantissime località italiane, la più famosa è quella che si svolge due volte l'anno a Siena, ma una si volge anche nella vicina Calascibetta e l'anno scorso si è svolta il 3 settembre per la festa a Maria Santissima di Buonriposo. Un'altra vicino a noi era quella di Caltagirone, che partiva dallo spiazzo antistante il convento di San Francesco di Paola e aveva la simpatica caratteristica che prima della stessa venivano distribuiti confetti a gentildonne e gentiluomini cittadini e forestieri.

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lunedì 5 agosto 2019

La «Presentazione al Tempio» di Fundrò

Bottega siciliana XVII secolo, Presentazione al Tempio, particolare, Piazza Armerina, chiesa San Rocco (Fundrò)
Girolamo Alibrandi, Presentazione al Tempio (1519), Messina, Museo Regionale
 
Come avevo accennato in Conversazione Piazza Garibaldi/3, nella chiesa di San Rocco, altrimenti intesa anche di Fundrò, è presente, nella parete di sx, un quadro (foto in alto) a olio su tela di cm 140 x 160, rappresentante la Presentazione al Tempio. «Il dipinto apparterrebbe ad un ignoto pittore della prima metà del XVII secolo di bottega siciliana. L'autore della tela ha potuto probabilmente osservare direttamente l'opera dell'Alibrandi (foto in basso) interpretando in modo alquanto originale il tema trattato dal pittore messinese. Un'ulteriore e suggestiva testimonianza dell'eco prodotta in Sicilia dall'opera del valente pittore messinese. Alcune fonti ottocentesche testimoniano la presenza, all'interno della chiesa di San Rocco, di alcuni pregevoli dipinti legati a nomi di celebri pittori [...]. La copia in esame, insieme ad altri dipinti esposti all'interno della chiesa di San Rocco, faceva parte originariamente della collezione privata del vescovo di Agrigento (all'epoca Girgenti), monsignor Pietro Maria D'Agostino [1756-1835] che, intorno agli anni Venti-Trenta dell'Ottocento, fece dono della sua pregevole raccolta di quadri e disegni, acquistati in parte a Roma, alla congregazione cassinese del Monastero di Fundrò, a cui egli stesso apparteneva. Difatti, le motivazioni di questa ricca donazione sono da ricercarsi nel fatto che monsignor D'Agostino, vescovo di Girgenti, [...], è lo stesso Pietro D'Agostino da Sciacca che fu abate dal 1808 al 1824, menzionato da L. Villari (1988) nell'elenco degli abati della congregazione cassinese del suddetto Monastero. [...] A sostegno del fatto che il quadro di Piazza Armerina facesse parte della collezione privata del Monsignor D'Agostino disponiamo delle dimensioni della tela, 140 x 160 cm, assai più ridotte rispetto ai 452 x 351 cm della grande pala del 1519. Questo confronto dimostra che l'opera seicentesca non sia stata concepita per essere collocata all'interno di un luogo di culto, ma per diventare oggetto di devozione privata. [...] Quasi certamente il dipinto in esame non è di mano di un solo autore, ma è frutto di una collaborazione tra artisti provenienti dalla stessa bottega siciliana. Difatti, osservando le figure che compongono la scena, si rileva da subito la meritevole fattura dei ritratti dei protagonisti del rito [...], facendo emergere per contrasto lo scarso valore delle figure secondarie [...]. [...] Lo studio della pregevole opera dell'Alibrandi ha reso possibile non solo l'individuazione a Piazza Armerina, nella chiesa di San Rocco (Fundrò), del dipinto seicentesco opera di ignoto pittore siciliano (con aiuti e relativi rifacimenti), ma anche [...] a riflessione sull'influenza esercitata da questo valente pittore sul territorio siciliano, fortuna testimoniata dalla presenza in vari luoghi della Sicilia di artisti che hanno reinterpretato la Presentazione al Tempio messinese in maniera personale e originale. Si può conferire a pieno titolo al capolavoro dell'Alibrandi il merito di aver scritto una pagina di grande interesse nella cultura figurativa siciliana del XVI secolo. Messina, Piazza Armerina, Marsala, Taormina, Acireale sono solo alcuni dei centri nei quali tutt'oggi si possono osservare i segni tangibili dell'eco prodotta da questo celebre dipinto, diventato meta di attrazione e punto di riferimento di alcuni abili artisti per un ampio arco di tempo fino al XVII secolo» (Chiara FAUZIA, Echi alibrandeschi nell'entroterra siciliano: la copia seicentesca della Presentazione di Gesù al Tempio di Girolamo Alibrandi nella chiesa di San Rocco (Fundrò) di Piazza Armerina, in Archivio Storico della Sicilia Centro Meridionale, Anni IV-V, N. 8-9, Caltanissetta 2018, pp. 167-214).

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