giovedì 10 gennaio 2019

Tutta bella sei ai Cappuccini/2

Madonna di Loreto, particolare, 1541, Piazza Armerina, Chiesa Maria SS. delle Grazie o dei Cappuccini

2^ Parte

Quello che colpisce maggiormente chi osserva l'opera d'arte, di cui abbiamo parlato nella 1^ Parte, è un CARTIGLIO bianco (nella foto) che si srotola da un'architrave posta tra le prime due colonne di otto, che formano un colonnato che dà profondità all'ingresso della SANTA CASA della Madonna di Loreto. Sul cartiglio si legge una scritta di undici parole e, alla fine, dei numeri che rappresentano l'anno di esecuzione del quadro, 1 5 41 (1541). Le undici parole, intervallate da piccole croci, sono: «TOTA PULCHRA ES AMICA MEA ET MACULA NOΩEST IN TE». Ebbene, esse rappresentano le prime parole dell'antifona gregoriana dedicata a MARIA IMMACOLATA, dove vengono applicati i versetti 7.8.11.10 del Capitolo 4 di 8; e i versetti 11.13 del Capitolo 2 di 8; presi dal CANTICO dei CANTICI, ovvero da un testo, contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana e attribuito al re Salomone, che comprende poemi d'amore in forma di dialogo, tra un uomo e una donna, ampiamente riscoperto nel XVI secolo. Questo è il testo completo in latino, seguirà la traduzione italiana: «Tota pulchra es, amica mea, et macula non est in te. Favus distillans labia tua, mel et lac sub lingua tua. Odor unguentorum tuorum super omnia aromata. Iam enim hiems transiit, imber abiit et recessit; flores apparuerunt, vineae florentes odorem dederunt, et vox turturis audita est in terra nostra. Surge, propera, amica mea: veni de Libano, veni, coronaberis» (Tutta bella tu sei, amica mia, e nessuna macchia è in te. Le tue labbra un favo stillante, c'è miele e latte sotto la tua lingua. L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. Ormai l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se n'è andata; i fiori sono apparsi nei campi, le viti fiorite spandono fragranza, e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Alzati, affrettati, amica mia: vieni dal Libano, vieni, sarai incoronata). L'antifona TOTA PULCHRA ES celebra tutta la vita di Maria Vergine, esaltadone la bellezza di Immacolata, senza macchia di peccato, sposa dolcissima come miele e profumata pronta per il suo sposo, richiamata dalla morte alla vita, per andare incontro a Cristo in cielo, per essere incoronata regina del cielo. I Francescani, a cui appartengono i Cappuccini, hanno da sempre sostenuto il titolo di Immacolata per la Madre di Dio, considerandola regina e patrona dell'Ordine. Per questo motivo hanno composto il loro canto mariano TOTA PULCHRA, mettendo insieme alcune antifone dei Primi Vespri della festa dell'Immacolata Concezione, tratte dal Cantico dei Cantici e dal libro di Giuditta: «Tota pulchra es, Maria. Et macula originalis non est in Te. Tu gloria Ierusalem. Tu laetitia Israel. Tu honorificentia populi nostri. Tu advocata peccatorum. O Maria, o Maria. Virgo prudentissima. Mater clementissima. Ora pro nobis. Intercede pro nobis. Ad Dominum Iesum Christum» (Tutta bella sei, Maria, e il peccato originale non è in te. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu letizia d’Israele, tu onore del nostro popolo, tu avvocata dei peccatori. O Maria! O Maria! Vergine prudentissima, Madre clementissima, prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo). La prima antifona Tota pulchra es Maria et originalis macula non est in te è tratta dal Cantico dei Cantici (4,7) e la terza Tu gloria Jerusalem, tu letitia Israel, tu honorificentia populi nostri e tratta da Giuditta (15,10): Tutta bella sei, o Maria, e non vi è in Te alcuna macchia. Tu gloria di Gerusalemme, Tu letizia di Israele, Tu onore del nostro popolo. A queste antifone la tradizione francescana ha aggiunto l'invocazione Tu avvocata dei peccatori. O Maria! Prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo. Cantato dai frati francescani, in semplice melodia gregoriana, il canto mariano si è diffuso ininterrottamente tra i fedeli per essere eseguito nelle Chiese e Cattedrali per la novena all’Immacolata. I Francescani, infatti, si sono sempre distinti per la loro particolare devozione alla Vergine Immacolata. Un'ultima considerazione, non per questo meno importante, è la constatazione che in questo quadro mariano di metà Cinquecento è anticipata la concezione post Concilio di Trento (1545-1563) «che - nel dipingere il Mistero Mariano - si deve sempre aggiungere a questo tipo di dipinti l'iscrizione Tota pulchra es, amica mea, poiché la Vergine essendo la creatura più bella creata da Dio, possiede sia la bellezza del corpo che dell'anima»¹. (continua)


¹ Cfr. Francesca Lanza, La Tota pulchra, in L'iconografia dell'Immacolata Concezione a Savona e nel territorio della sua Diocesi, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova 2015, p. 26.

cronarmerina.it

giovedì 3 gennaio 2019

Tutta bella sei ai Cappuccini/1

Madonna di Loreto, particolare, 1541, Piazza Armerina, Chiesa Maria SS. delle Grazie o dei Cappuccini

1^ Parte

Nella chiesa di Maria SS. delle Grazie dei frati Cappuccini a Piazza Armerina, tra i tanti gioielli, c'è un grande quadro (nella foto) sul secondo altare di dx. Questo quadro rappresenta, e la scritta al centro sotto l'architrave bianca «S M DALORETO» ce lo indica, la MADONNA DI LORETO, che si trova tra «S FRANCISI» (S. Francesco) a sx, e «S ANTONINUS DE PADUA» (Sant'Antonio di Padova) a dx; queste scritte, in latino, si trovano ai piedi dei rispettivi Santi. La Madonna sta seduta sulla SANTA CASA e tra le braccia ha il Bambino Gesù in piedi. Nella mano dx la Madonna tiene un fiore, con la sx sorregge un libro dalla copertina rossa. Il Bambino Gesù, con collana e bracciali rossi, sostiene sulla mano sx una sfera fasciata sormontata da una croce, come segno del mondo su cui Cristo esercita la sua potenza divina. In alto a dx è rappresentato IL CASTELLO DI SANTA MARIA DI LORETO, ovvero l'imponente sistema difensivo sorto a più riprese, in difesa del Santuario della SANTA CASA di Loreto, tra il 1488 e il 1522. A partire dal 1453 infatti, quando i Turchi occuparono Costantinopoli provocando la caduta dell’impero Romano d’Oriente, la presenza mussulmana in Adriatico si fece schiacciante, esigendo la costruzione di architetture capaci di far desistere, con la loro imponenza, le navi turche dallo sbarco. Su incarico di papa Sisto IV in un primo momento e, quindi, su ordine di papa Leone X in un secondo, il Santuario di Loreto fu adeguatamente munito di insuperabili fortificazioni. Questo impressionante sistema militare, che fece della basilica di Loreto l’unica chiesa fortificata del mondo, ebbe in architetti come Baccio Pontelli, Cristoforo Resse da Imola e Antonio da Sangallo il Giovane i propri geni costruttori, che qui applicarono le principali teorie balistiche a cavallo tra Medioevo e Rinascimento. Il Santuario lauretano sorse nel luogo in cui, secondo la leggenda, la dimora a Nazareth della Vergine Maria sarebbe stata trasportata prodigiosamente dagli Angeli nella notte tra il 9 e 10 dicembre del 1294. La convinzione di questa miracolosa traslazione “volante” spinse papa Benedetto XV a nominare la Beata Vergine di Loreto "Patrona di tutti gli aeronautici". La festa liturgica della Madonna di Loreto ricorre il 10 dicembre, in ricordo della data dell’arrivo della SANTA CASA di Nazareth a Loreto. Le origini dell'antica e devota tradizione della traslazione della Casa dalla Palestina alla città marchigiana, risalgono al 1296, quando in una visione, ne era stata indicata l’esistenza e l’autenticità ad un eremita, fra' Paolo della Selva, e da lui riferita alle Autorità. Ciò ci è narrato da una cronaca del 1465, redatta da Pier Giorgio di Tolomei, detto il Teramano, che a sua volta l’aveva desunta da una vecchia tabula consumata, risalente al 1300. Si riportano alcuni passi più significativi, che poi sono stati tramandati nelle narrazioni, più o meno arricchite nei secoli successivi: «L’alma chiesa di santa Maria di Loreto fu camera della casa della gloriosissima Madre del nostro Signore Gesù Cristo… La quale casa fu in una città della Galilea, chiamata Nazaret. E in detta casa nacque la Vergine Maria, qui fu allevata e poi dall’Angelo Gabriele salutata; e finalmente nella stessa camera nutrì Gesù Cristo suo figliuolo… Quindi gli apostoli e discepoli consacrarono quella camera in chiesa, ivi celebrando i divini misteri… Ma dopo che quel popolo di Galilea e di Nazaret abbandonò la fede in Cristo e accettò la fede di Maometto, allora gli Angeli levarono dal suo posto la predetta chiesa e la trasportarono nella Schiavonia, posandola presso un castello chiamato Fiume (1291). Ma lì non fu affatto onorata come si conveniva alla Vergine… Perciò da quel luogo la tolsero nuovamente gli Angeli e la portarono attraverso il mare, nel territorio di Recanati (1294) e la posero in una selva di cui era padrona una gentildonna chiamata Loreta; da qui prese il nome la chiesa, "Santa Maria di Loreta"». Per altri Loreto deriverebbe dal «sito circondato da lauri» nei pressi di Recanati dove, «Fin dal 1193, esisteva una chiesetta chiamata S. Maria in fundo Laureti [...]. La pia leggenda attorno alla Casa di Loreto non trova però suffragio in dati storici».¹ (continua)

¹ Cfr. Vittorio Malfa, La Chiesa Cappuccina di Maria SS. delle Grazie a Piazza Armerina tra Storia e Arte, in Archivio Storico Sicilia Centro Meridionale, Anno I - N° 1 Aprile 2014, pp. 117-137, in part. p. 135.
cronarmerina.it

martedì 18 dicembre 2018

Edicola n. 64

L'Edicola Votiva n. 64 si trova in via Sascaro al Monte. Precisamente alla fine della via che arriva in piazzetta Misericordia. Realizzata di recente in mattonelle di ceramica, è racchiusa in una nicchia, che sembra una finestra, da uno sportello in ferro e vetro. Col riflesso non si vede bene cosa sia rappresentato nelle mattonelle, ma se ci si avvicina si scorge la Sacra Famiglia. Per come è stata realizzata e per come è tenuta, mi sento di complimentarmi con la famiglia che abita nell'edificio. Siamo a pochi passi dalla Cattedrale e altrettanto vicini da diverse chiese che oggi non esistono più, quella della Misericordia e quella di San Marco. La via che prende il nome dalla chiesa della Misericordia è da considerare la prima stràta mastra della nostra città. Infatti, era la strada principale per dimensioni e importanza, perché nel XIII secolo collegava i due edifici più importanti di quei tempi, la prima chiesa di Piazza, San Martino di Tours, col castello di Piazza, poi convento francescano nonché ospedale "Chiello". La strada per l'esposizione a mezzogiorno e per i frutti che vi si potevano essicare al sole in quantità, era chiamata dai nostri antenati che vi abitavano a stràta d' li chiàppi, ovvero la strada di passulöngh, dei fichi secchi.
cronarmerina.it

sabato 15 dicembre 2018

A S. Lucia il Bambino Gesù di Praga

Nella foto c’è la statua del Bambino Gesù di Praga che oggi si trova nella chiesa di Santa Lucia ai Canali. È la copia della statuetta lignea e ricoperta di cera, la cui venerazione è dilagata in tutto il mondo cattolico, dopo che la principessa Polyxena di Lobkowitz, ricevuta come dono di nozze dalla madre spagnola Maria Manrique de Lara y Mendoza (1538 ca.-1608),  la donò ai frati Carmelitani scalzi di Praga nel 1628, dove si trova collocata nella chiesa di S. Maria della Vittoria. A Praga, inoltre, sono conservati una gran quantità di vestiti per il santo Bambino donati da Governi di tutto il mondo. Sebi Arena il 13/12/2017 su Facebook ci fece sapere che «La statua era collocata nel primo altare di destra della chiesa di S. Maria d'Itria prima del rovinoso crollo di una decina di anni fa. Quando ero bambino si faceva una piccola processione sul sagrato della chiesa dove si bruciavano in un braciere i "fioretti" che avevamo fatto».
cronarmerina.it

mercoledì 12 dicembre 2018

Corbezzolo, uno spettacolo... storico!

Il corbezzolo e i suoi frutti

Proprio in questo periodo dell’anno, un albero diffuso in tutta l’area mediterranea, dopo la sbocciatura a grappolo di piccoli fiori bianchi a campanula, ha prodotto dei frutti tondeggiandi di un bel rosso acceso, come quelli nella foto. Si tratta dell’Arbutus unedo o Àlbatro, altrimenti conosciuto in Italia come Corbezzolo (Salernitano), a Piazza ‘Mbriaccòt (Ubriaco). È un albero di modeste dimensioni dallo sviluppo disordinato e con fogliame brillante sempreverde col margine seghettato, il cui fusto è un ottimo combustibile per il riscaldamento casalingo, ma il suo utilizzo maggiore è per gli arrosti grazie alle sue caratteristiche aromatiche. Il corbezzolo è un legno molto robusto e pesante, e si racconta che nell’antica Grecia fosse ricercato per tornire dei piccoli flauti. Per il bel colore vivo delle bacche, in contrasto con la chioma brillante, l’albero è denominato "pianta dell'ospitalità", perché posto solitamente all'ingresso delle dimore dei feudatari, in prossimità dei cancelli, era il benvenuto adeguato per gli ospiti. Oltre allo scopo decorativo, esiste quello di ottenere dei buoni frutti dal sapore molto dolce da consumare crudi o in marmellata. Il sapore però per alcuni è fastidioso, ecco da dove deriva il termine unedo. Plinio il Vecchio, in contrasto con l'apprezzamento che in genere riscuote il sapore del frutto, sosteneva che esso fosse insipido e acidulo (ricorda i frutti del Sorbo) che quindi dopo averne mangiato uno (unum = uno e edo = mangio) non viene voglia di mangiarne più. Pertanto, al nome dato da Virgilio, che nelle Georgiche lo chiama semplicemente Arbustus (Arbusto), si aggiunge quello di Plinio, unedo. I frutti, come si è detto, si possono consumare direttamente, farne delle confetture o delle mostarde o, conservandoli sotto spirito, dei liquori. Ed è proprio con la fermentazione che forniscono una buona acquavite, dal cui distillato si ricava una bevanda alcolica. Da ciò nasce il nome piazzese ‘Mbriaccòt (che fa ubriacare). Attorno a questo bellissimo albero, esistono diversi aneddoti e curiosità. • La rudimentale barella di Pallante, figlio di Evandro e grande compagno di Enea, con cui fu portato “fuori dalla pugna” venne intrecciata con rami di Corbezzolo. Pallante era stato il primo ad avvistare la nave dei profughi di Troia, guidati da Enea, che risaliva il Tevere. Fu poi ucciso da Turno, re dei Rutuli. Quest’ultimo, sfidato da Enea in combattimento, venne a sua volta sopraffatto e ucciso consentendo così ad Enea di vendicare la morte del suo grande amico. Successivamente Enea sposò Lavinia, figlia del re Latino, che però prima era stata promessa a Turno. Dopo questi fatti venne fondata la città di Lavinia, che dovrebbe essere l’odierna Pratica di Mare. • Forse partendo anche da questi lontani spunti, vari Autori indicano come il Corbezzolo fosse poi divenuto un albero risorgimentale. Quindi un simbolo dell’Unità d’Italia per la sua storia, ma anche e soprattutto per i suoi colori autunnali delle foglie (verde), fiori (bianco) e frutti (rosso), che rievocano quelli della bandiera della Repubblica Cispadana prima (Tricolore orizzontale, Reggio Emilia 23 dicembre 1796), della Repubblica Cisalpina poi (Tricolore verticale, 7 gennaio 1797) e, infine, del Regno e della Repubblica Italiana. Ecco perché il corbezzolo è chiamato anche “la pianta di Garibaldi”. • Il Monte Cònero, dal nome greco del Corbezzolo (κόμαρος - pron. Kòmaros), è il promontorio sulle cui pendici settentrionali, dove la vegetazione è appunto ricca di arbusti di quest’albero, sorge la città di Ancona. Qui una secolare tradizione voleva che gli abitanti della zona accorressero nel giorno dei santi Simone e Giuda (28 ottobre) nelle selve per cibarsi abbondantemente dei frutti del corbezzolo incoronandosi dei rami della pianta, perpetuando così un rito bacchico rivisitato in chiave cristiana. Oggigiorno la festa del corbezzolo non è più celebrata ufficialmente, ma gli abitanti della zona del Cònero amano ancora recarsi nei boschi del promontorio per raccogliere i corbezzoli durante le belle giornate autunnali. • Un ramo di corbezzolo con due frutti è rappresentato nello stemma della Provincia di Ancona, a indicare la particolarità geografica maggiore della zona. • La città di Madrid ha come simbolo un'orsa poggiata su di un albero di corbezzolo. • Il poeta latino Ovidio parla del corbezzolo descrivendo la vita nell'età dell'Oro:
«Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
 dall'aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
 e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
 raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
 corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
 e ghiande cadute dall'albero arioso di Giove».
• Le leggende raccontano che rami di corbezzoli messi sugli usci servissero per proteggere le stalle e le culle dei neonati. Si narra di una vicenda mitologica in cui le strigi, strani uccelli con il becco da rapaci e le penne tutte bianche (si diceva fossero donne trasformate così, per magia!) tentarono di aggredire la culla di Proca, l’erede al trono di Alba Longa. Però con filtri magici, e un ramo di corbezzolo appunto, le nutrici riuscirono a salvare il bimbo dall’attacco delle predatrici.
• Da ultimo segnalo, anche per una certa somiglianza di forma dei frutti (che sono inconfondibili palline di colore rosso) che questi vengano associati alla dizione toscana di “corbelli”. Quindi si esclama: “non rompere i corbezzoli”, alludendo però a qualcos’altro!

cronarmerina.it

lunedì 3 dicembre 2018

Fontana Park Hotel/n. 68

Questo è il mascherone della Fontana n. 68 presente presso il Park Hotel Paradiso. Si trova in c.da Sant'Andrea, appena varcato l'ingresso della grande struttura alberghiera, sulla destra. Anche se nella bocca del mascherone in terracotta c'è un grosso tubo, da questo non fuoriesce l'acqua. Tanti anni fa, quando la struttura aveva cambiato il nome da Villa Assunta a Park Hotel Paradiso, poco metri dopo questa fontana, c'erano gli unici campi da tennis usufruibili della città. Oggi la struttura offre una piscina all'aperto in estate e una al coperto in inverno.

cronarmerina.it

venerdì 23 novembre 2018

Edicola n. 63

L'Edicola Votiva tra le vie Barbera a sx e S. Nicolò a dx
Interno dell'Edicola Votiva n. 63

 
L'Edicola Votiva n. 63 è quella che si trova tra le vie Barbera e S. Nicolò nel quartiere Monte. È un'edicola ricavata da un vano a piano terra dell'edificio posto all'inizio delle due vie, probabilmente di proprietà privata. Le vie si trovano nella parte più antica del quartiere Monte, a pochi passi dalle chiese di San Martino, del SS. Crocifisso e di San Nicolò. Quest'ultima è quella che, molto probabilmente, diede anche il nome al colle su cui si è formato nei secoli il quartiere, il colle Mira. Infatti, San Nicola o Nicolò, nato nel 270 ca. a Patara (in Licia - Turchia), è chiamato in diversi modi: San Nicola di Mira (o Myra - oggi Demre in Turchia) per essere stato vescovo di quella città, San Nicola di Bari, San Nicola Magno, San Nicola dei Lorenesi. L'altra via prende il nome dalla famiglia Barbera che abitava in quel sito. Raramente l'edicola si trova aperta, ma sono riuscito ugualmente a vedere e fotografare l'interno, dove, oltre a un portavaso alto, c'è un piccolo altarino con dei vasi in vetro, un crocifisso e un bambino Gesù, di quelli che si trovano nei presepi.

cronarmerina.it