mercoledì 14 novembre 2018

Fontanella Stazione Dittaino/n. 22

Quella nella foto è la Fontanella della Stazione Ferroviaria di Dittaino/n. 22 del mio censimento. Mi verrebbe da dire che è quello che rimane della fontanella di una volta, a pochi passi dal cancello d'ingresso laterale di dx, che immette subito sulla banchina ferroviaria. È arci arrugginita dopo diverse mani di pittura, in disuso, senza acqua e messa lì in "castigo", abbandonata. Sarebbe meglio metterla da parte, ma noi, si sa, "ci teniamo" alle cose antiche. Chissà, forse un domani ci potrebbe servire nuovamente, meglio tenerla così, pronta al disuso. Inutile ricordare, soprattutto a quelli della mia età, l'importanza che aveva per noi Piazzesi questa stazioncina in mezzo alla piana deserta del fiume Dittaino, sino a qualche decennio fa. Da Piazza, prima in littorina, poi in auto, si arrivava per dirigersi coi treni sempre più "confortevoli", o verso Catania e quindi verso il Nord, per studiare o trovare fortuna, con la speranza un dì, di tornare (ma quànnu?!), o verso Palermo, per sbrigare faccende regionali o studiare come me all'I.S.E.F.. Da Piazza più di due ore e mezza per Catania, quasi cinque per Palermo. Cioè il tempo che ci vuole oggi per andare in aereo a Milano, fare acquisti alla Rinascente, e tornare in serata. Per non parlare del ritorno. Se il treno arrivava in ritardo, quasi sempre, non si trovava la coincidenza con la Littorina prima, con l'autobus sostitutivo poi. Niente male, non rimaneva che telefonare ai nostri familiari in trepida attesa dal telefono a scatti del bar ma, se questo aveva già chiuso, dal telefono a gettoni, anch'esso quasi sempre fuori uso. Dopo qualche ora, un parente o un amico, a sua volta avvertito da qualcuno di passaggio da Dittaino, che gli aveva comunicato che c'erano numerosi viaggiatori lì ad aspettare, partiva alla volta della stazione, per recuperare i superstiti, a bordo di auto sempre ultimo modello. Pertanto, si arrivava a casa dopo ore e ore di viaggio, freschi come le rose. Se il "recupero-superstiti" tardava, c'era il MOTEL accanto per trascorrere lì la notte che, se non sbaglio e la memoria non m'inganna, si chiamava "SALA D'ASPETTO II CLASSE", con  lunghe poltrone in legno di mogano così comode, ma così comode! Scusate, mi sono fatto "trasportare" dai ricordi dei bei tempi. Comunque, nel bene e nel male, oggi, ogni volta che passo in velocità da quel bivio diretto verso l'autostrada o l'outlet, getto sempre un'occhiata a quella stazione e, vi assicuro, non è mai di sfuggita.

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sabato 10 novembre 2018

Fontanella c.da Gigliotto/n. 21

Questa nella foto è la Fontanella di c.da Gigliotto n. 21. Come si vede è in pietra e molto recente, ma la storia del sito dove si trova, la stessa della Fontana/Abbeveratoio di c.da Gigliotto/n. 43 , è molto antica. Gigliotto, che da noi è associato al bivio che si trova a ca. 18 Km da Piazza, si trova a 4 Km da San Michele di Ganzaria e a poco più di 2 da San Cono, in provincia di Catania. La fontanella si trova al centro della grande Azienda Agrituristica Gigliotto, su una collina dalla quale si ammira il panorama di gran parte della Sicilia orientale. Al tempo degli Aragonesi questa vasta area chiamata Ganzaria,¹ era un feudo della famiglia Gravina, precisamente di Michele Gravina De Modica il quale, nel 1574, vende il feudo Gigliotto a Silvio Bonanno, forse un suo nipote.² Da allora il feudo rimane di proprietà della famiglia Bonanno sino ad arrivare a Francesco Paolo Bonanno Cattaneo principe di Linguaglossa nel 1899. Nel 1990 il feudo viene acquistato dalla famiglia Savoca, residente a Piazza, che trasforma la masseria.

¹ Il nome deriva da Cunsaria dall'arabo Hinzàriyyah ossia "cinghialeria", dagli animali che evidentemente popolavano questa zona e quella vicina di Qal'at a-Hinzàriyyah «la rocca della cinghialeria» ovvero Caltagirone, chiamata anche Qal'at al-Ganùn «la rocca dei genii» (Cfr. Biblioteca Arabo-Sicula, raccolta da Michele Amari, seconda edizione riveduta da U. Rizzitano, I, Palermo 1997, p. 86 e nota 231). Alla fine del Quattrocento il casale in terra di Ganzaria, fondato dagli Arabi e abitato dagli Angioini, risulta distrutto. È Don Antonio Gravina "il Bellicoso" che nel 1534 lo ricostruisce, favorendo l'insediamento di esuli Greco-Albanesi che si impegnano a costruire case in muratura, perciò il casale è detto "dei Greci".
² In quanto Michele Gravina De Modica, barone di Gigliotto nel 1569, era sposato con Fenisia Bonanno. Nella stessa pagina al rigo 17 di F. San Martino De Spucches, Vol. IV, p. 94, si riscontra un errore cronologico o di stampa: «s'investì dei feudi Gigliotto [...] a 6 maggio 1669» invece di 1569.

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martedì 6 novembre 2018

La lapide a Sant'Anna

Lapide all'interno della Chiesa di Sant'Anna (Nuova)¹, sopra il portone d'ingresso principale

Finalmente da qualche mese si è potuto accedere, anche se ancora in maniera ufficiosa, all'interno della bellissima (una volta) e particolarissima chiesa dedicata a Sant'Anna nella nostra Città. Infatti, grazie all'interessamento della nuova amministrazione, è stato aperto il grande portone che dà sulla via Vittorio Emanuele II, per intenderci na calàda ô Culègiu (nella discesa del Collegio dei Gesuiti), per dare almeno una pulita al pavimento della grande aula ottagonale, ormai senza più mattoni. Alle pareti in alto i resti di qualche affresco e di qualche scultura in gesso, che fanno immaginare lo spettacolo che doveva essere un tempo. Ma, all'occhio del piazzese curioso, non poteva sfuggire un piccolo/grande particolare che è resistito alle barbarie che hanno investito questa chiesa lungo quasi due secoli e mezzo. Infatti, fu la baronessa Geronima Rivarola dei baroni di Rafforusso², sorella di Maria, una delle dodici suore presenti nel monastero nel 1655 (da tredici anni autorizzato dal Papa) nonché una delle sei promotrici³ alla mutazione in monastero del precedente Ritiro di donne della Congregazione di Santa Brigida nei primi anni del Seicento4, a finanziare, sul finire del Seicento, le opere per trasformare l'oratorio in chiesa. «I lavori dovettero durare alcuni decenni e dovettero trovare nuovi e sostanziosi finanziamenti nella famiglia Trigona, se sulle porte si scorgevano, fino a qualche anno fa, i blasoni di detta famiglia. [...] Nei giorni 24-25-26 luglio 1745 [...] con grandi festeggiamenti ed alla presenza del vescovo di Siracusa, Matteo Trigona dei baroni di San Cono e di Mirabella [...] indubbiamente si trattò dell'inaugurazione».5 Dopo quasi mezzo secolo, «nel 1797, vi fu la dedicazione della nuova chiesa a Sant'Anna [come ci ricorda, appunto] la lapide posta nel vano ingresso principale [che] così recita: "A DIO OTTIMO MASSIMO - Alla Madre della Genitrice di Dio [San'Anna], le sacre figlie di Sant'Agostino dedicarono [questa chiesa] assecondando la loro somma pietà religiosa durante il superiorato di Suor Maria Crocifissa Capizzi - 1797"».6 Nella foto, inoltre, dentro al cerchietto, è riportato lo stemma dell'Ordine Agostiniano a cui appartenevano sia l'originario Ritiro di donne sia il Monastero.
¹ La chiamo "Nuova" perché nell'ultimo restauro che è stato eseguito presso il monastero di Sant'Anna, abbattendo i muri di tramezzo nei locali al secondo piano, quello a livello della strada, che ospitavano la segreteria delle Scuole Elementari oggi Sala Conferenze, è venuta alla luce la Vecchia cappella (si suppone dedicata alla Santa) di cui si servivano sin dalla metà del Seicento le suore. Sull'arco absidale della stessa è presente lo stemma della famiglia Trigona.
² Feudo a ca. 18 Km da Piazza verso Gela, a dx della SS. 117bis.
³ Le altre cinque furono «M. Maddalena Trigona, Angela M. Trigona, Maristella Caldarera, Benedetta M. Pirri [parente dello storico Rocco Pirri], Anna M. Cagno».  (L. Villari, Storia Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina 1988, p. 350.
4 «Il Ritiro di donne sorse nel primo decennio del 1600 ad opera di Pietro Calascibetta dei baroni del Cutomino [...] che qualche anno dopo nella sua casa fondò la Congregazione di Santa Brigida, confinante con l'Oratorio di Sant'Anna [...] Nel 1616 i Padri Gesuiti convinsero il sacerdote don Andrea Trigona barone di San Cono, ad ampliare l'Oratorio e a lasciare nel suo testamento dei legati a favore della Congregazione». (Ivi, 349-350).  In Alceste Roccella invece si legge che «costei [Girolama Rivallora] per le insinuazioni del sacerdote Andrea Trigona compì la congregazione Sant'Anna di Piazza, edificandovi a sue spese, nel 1640 la chiesa che durò sino al 1745. Finalmente, si rinchiuse e nello stesso Sant'Anna ove santamente visse e morì donandogli molti suoi averi» (Alceste Roccella, "Storia della città di Piazza. Famiglie Nobili." Manoscritto inedito, copiato in PDF, Piazza Armerina, Biblioteca Comunale, [penultimo decennio sec. XIX], p. 87).
5 L. Villari, Storia Ecclesiastica, op. cit., p. 350.

6 Cfr. L. Villari, Storia della città di Piazza Armerina, Roma 2013, p. 447.

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martedì 30 ottobre 2018

Rivoli (TO) intitolazione al Gen.le Cascino


Il nostro concittadino Salvatore Trebastoni, Maresciallo Lgt. degli Alpini in pensione, residente a Rivoli (TO), mi ha inviato il manifesto nella foto, per segnalarmi un'importante cerimonia, che si svolgerà il prossimo sabato 3 novembre. Si tratta dell'intitolazione dell'area verde di piazza San Bartolomeo nella sua città di residenza, al nostro generale Antonino Cascino. Questa intitolazione avrà luogo soprattutto per l'assiduo interessamento che è sfociato nella richiesta del nostro concittadino che, molto legato alle tradizioni e agli uomini illustri piazzesi, ha fatto presso il Comune di Rivoli, allegando una biografia del nostro Eroe della I Guerra Mondiale. Sono sicuro che Salvatore sarà orgoglioso, come noi tutti, che a Rivoli ci sia uno spazio urbano dedicato o nòstr Generàl a pochi passi «dall'ex caserma a lui intitolata proprio ai piedi del Castello, a fianco alla chiesa di San Bartolomeo. Nel corso degli anni una parte fu demolita, per far posto all'attuale piazza San Bartolomeo e alla via Roma, e la rimanente trasformata in una scuola oggi in disuso», come Salvatore ci segnalava due anni fa circa, commentando un post sulle tante intitolazioni al nostro Generale.

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sabato 27 ottobre 2018

Edicola n. 62

L'Edicola Votiva di via Gesù e Maria nel 2015
L'Edicola Votiva di via Gesù e Maria nel 2018

L'Edicola Votiva n. 62 è quella che si trova in via Gesù e Maria, una delle vie più a ovest dell'antico quartiere Monte. La via si trova a pochi passi dalla chiesa di San Martino, proprio dove si trovava una delle sette porte della città, la Porta di San Martino, che separava l'antico centro abitato dalla costa/campagna omonima. La strada prende il nome dalla piccola chiesa dedicata a Gesù e Maria di cui si vedono ancora i pochi resti rimasti nella ripida discesa verso gli orti, giù in fondo nella valle Rocca, attraversata appunto dal torrente Rocca, proveniente da est dall'alto del quartiere Casalotto. La foto in alto si riferisce all'edicola in condizioni pietose nel 2015, mentre quella in basso a quella restaurata da quache mese da qualche abitante di buona volontà. Con pochi ritocchi il fedele ha reso la nicchia, ricavata in un muro di un'abitazione scendendo a sx, decorosa e dignitosa, adatta ad accogliere l'immagine cartacea della nostra Patrona, Maria SS. delle Vittorie. Questo dimostra che con poco e senza sbandieramenti si può rendere civile, accettabile e decoroso un angolo della propria città, ancora di più se si tratta di un luogo tra i più antichi e suggestivi di uno dei due quartieri originari della nostra Piazza.
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venerdì 12 ottobre 2018

Edicola n. 61


Più che un'edicola votiva la n. 61 del mio censimento è un complesso monumentale, con relativa grande statua di San Pio da Pietrelcina (1887-1968) e, inoltre, con una cripta nella parte sottostante. Dall'articolo su ViviEnna.it apprendiamo che «Il complesso monumentale di Piazza Armerina, meta continua di tanti devoti, fu inaugurato nel 1996, da mons. Vincenzo Cirrincione, vescovo della diocesi di Piazza Armerina». La grande statua si trova all'ingresso della Città, 100 m prima della caserma dei Carabinieri, col Santo rivolto verso chi arriva dall'entrata nord, dal Cimitero della Bellia per intenderci, a qualche decina di metri dopo la Commenda di San Giacomo d'Altopascio. Questa zona, adesso in espansione, sino a qualche decennio fa veniva intesa come "quartiere Cannizzaro", dopo il piano della Stazione Ferroviaria. Il complesso è sempre tenuto in ordine e pulito, perennemente pieno di lumini e fiori. «Tutto ciò è dovuto, come ci ricorda il coordinatore del gruppo di preghiera geom. Paolo Orlando, all'ammirevole e straordinaria venerazione sentita nella nostra città a San Pio».
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domenica 30 settembre 2018

Perché si chiama Madonna della Catena

La Madonna della Catena nella chiesa del Crocifisso, Piazza Armerina

<<Il culto della Madonna della Catena, depurato dagli elementi miracolistici, trae origine dalla devozione alla Madonna come protettrice degli schiavi e dei prigionieri. Nasce alla fine del Trecento ma ha davvero sviluppo dopo la prima metà del Cinquecento, quando le incursioni barbaresche ridussero in schiavitù molti cittadini dell'Italia Meridionale, e la Congregazione dei padri mercedari si adoperò per il loro riscatto. La denominazione di Madonna della Catena si apparenta quindi a quella di Madonna della Mercede, Madonna del Soccorso, e degli Schiavi. Il culto della Madonna della catena nasce nel 1392 a Palermo, quando regnava in Sicilia Martino I il Giovane. Tre uomini furono ingiustamente condannati e il 18 agosto furono condotti a Piazza Marina, dove avrebbero dovuto essere impiccati. Proprio mentre stavano preparando le forche, si scatenò un gran temporale che costrinse i carnefici a rifugiarsi nella Chiesa della Madonna del Porto e il popolo a fuggire. In attesa che si potesse riprendere l'esecuzione, i tre condannati furono legati con doppie catene all'altare della Vergine, ma il temporale continuò per l'intera giornata, e le guardie dovettero passare la notte nella chiesetta per sorvegliarli. I tre si portarono lacrimando ai piedi della Madonna invocandola col titolo di Vergine delle Grazie e cominciarono a pregarla insistentemente, e a un tratto, mentre i soldati cadevano in un profondo sonno, le catene che trattenevano i tre si spezzarono e la voce della Madonna li rassicurò "Andate pure in libertà e non temete cosa alcuna: il divino Infante che tengo tra le braccia ha già accolto le vostre preghiere e vi ha concesso la vita!". Le catene caddero senza far rumore e la porta si spalancò, i tre innocenti uscirono dal tempio e le guardie si svegliarono solo all'alba. Subito i soldati riuscirono a riprendere i fuggitivi ma furono fermati dal popolo che ricorse al re Martino I. Quando questi andò nella chiesetta, coi propri occhi constatò il miracolo: le catene si erano infrante. Subito l'eco del miracolo si diffuse ovunque, e frotte di pellegrini giunsero alla chiesa che ormai era chiamata "della Catena". I miracoli si moltiplicarono e la Madonna della Catena divenne patrona di molti comuni dell'isola e venerata in tantissimi altri, e il suo culto arrivò in tutto il Sud Italia. Ancora oggi la chiesa è meta di pellegrinaggi e conserva il simulacro di Nostra Signora della Catena. Nel 1500 alla chiesa venne attaccata una delle catene che chiudevano il porto e prese ufficialmente il nome con cui già l'aveva battezzata il popolo un secolo prima>>. (fonte Wikipedia)

Cronarmerina desidera ricordare che in passato, quando il parto delle gestanti si presentava particolarmente difficile, nei casi disperati si arrivava ad adagiare la catena, che si trova nella mano destra della Madonna, sul ventre della partoriente per facilitarne il parto. Inoltre la statua è stata sempre esposta nell'ex chiesa di San Nicola al Monte, in seguito, nel 1651, chiamata anche chiesa della Madonna della Catena.
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