LA CROCE GRECA MAI VISTA SUL MURO DELLA CHIESA DEI TEATINI

venerdì 31 gennaio 2014

Clelia Carducci su "INCONTRI" / 3

Clelia Carducci (1876-1950)
Una ulteriore ricerca mi ha consentito di apprendere altre notizie che meritano di essere ricordate: Clelia Carducci nacque a Monte San Giuliano (oggi Erice) il 13 dicembre 1876 e, morta a Piazza Armerina il 22 aprile 1950, fu sepolta nel locale cimitero. Figlia di Valfredo e di Argia Faleni, il 21 agosto 1905 sposò a Forlimpopoli il Dott. Salvatore Marino, nato a Piazza Armerina il 7 giugno 1869, e dopo il matrimonio i due coniugi fissarono la residenza in quest'ultimo Comune, dove Clelia si dedicò all'insegnamento, e il marito alla professione di medico chirurgo. Dalla loro unione nacque Letizia il 22 marzo 1909; fu anch'essa insegnante nell'Istituto "Francesco Crispi", e morì nubile il 2 marzo 1974. 
La presenza in Sicilia di appartenenti alla famiglia Carducci si ricava anche da altri documenti che esistono presso lo Stato Civile di Piazza Armerina. Valfredo Guido Carducci, figlio di Michele e Ildegonda Celli, era nato a Bolgheri nel 1838, e venne a Monte San Giuliano su segnalazione del fratello Giosuè. Studiò a Firenze, e nel 1859 interruppe gli studi per partecipare alla seconda guerra d'indipendenza; in seguito li riprese e li completò a Bologna. A Erice ebbe l'incarico di dirigere la Scuola Nazionale, e nel 1869 sposò la piemontese Argia Faleni, che insegnava nello stesso Istituto. Dalla loro unione nacquero quattro figli: Giosuè e Dante, morti in tenera età, e Clelia e Ildegonda. Quest'ultima, nata a Monte San Giuliano il 16 novembre 1871 si trasferì a Piazza Armerina, e vi morì, l'8 ottobre 1961. Alla radice di questa presenza in Sicilia dei detti parenti del poeta fu l'amicizia determinatasi a Bologna fra il celebre Giosuè e un tal professore Ugo Antonio Amico, proveniente da Monte San Giuliano; quando l'autore delle Odi barbare ottenne la docenza universitaria, fu sostituito proprio da Amico come insegnante di materie letterarie al Liceo Galvani della stessa città. Fra i due nacque un bel rapporto di reciproca stima, che continuò dopo che il professore Amico ottenne il trasferimento nella terra natìa. (tratto da F. Impallomeni, INCONTRI la Sicilia e l'altrove, 2013) (continua domani) Gaetano Masuzzo/cronarmerina
 

giovedì 30 gennaio 2014

Clelia Carducci su "INCONTRI" / 2

Il portone d'ingresso della vecchia sede del Magistrale "F. Crispi" in via Umberto
L'Istituto Magistrale di via Umberto ha una particolare storia da raccontare, e qui se ne fa cenno per capire meglio in quale realtà si trovò a operare la figlia di Valfredo, fratello minore dell'illustre poeta. L'Istituto in questione, fondato a Piazza Armerina nel 1878, fu denominato "Regia Scuola Femminile", ed ebbe come sede l'ex convento della Congregazione di Santa Chiara nel centro storico della cittadina; nel 1882 fu parificato e chiamato Scuola Normale "Inferiore", e in tempo successivo, con decreto reale del 4 gennaio 1891, fu intitolato a Francesco Crispi. Tre anni dopo divenne Regia Scuola Normale "Superiore", e in seguito "Promiscua". In tempo successivo, per effetto del Regio Decreto del 6 maggio del 1922, il "Francesco Crispi", oggi Liceo, divenne Istituto Magistrale Statale, annesso a una scuola elementare che serviva per il "Tirocinio".
Spinto dalla curiosità, e volendo acquisire altre notizie in merito al servizio che Clelia ha svolto a Piazza Armerina, ho chiesto di poter consultare l'Archivio dell'Istituto. Ho così accertato che Clelia fu in attività come insegnante "ordinaria di Lavoro femminile" presso la R. Scuola Normale Promiscua anzidetta, e, come documenta l'apposizione delle sue firme, fu componente di commissioni d'esame. Inoltre nel medesimo Istituto per più anni ebbe l'incarico di segretaria. Una ricerca presso la "Casa Carducci" di Bologna mi ha permesso di rintracciare una lettera, leggibilissima, in cui la giovane Clelia con garbo e semplicità in data 18 marzo 1902, chiedeva allo zio, allora molto famoso, un interessamento in suo favore. Vi si parla anche di un trasferimento in altra regione che di certo non avvenne, perché la brava educatrice si stabilì in via definitiva a Piazza Armerina. Lavorò con passione e diligenza e, come fanno intendere le sue stesse paerole, godette della stima dei superiori; era poi inevitabile che la sua persona e il suo stesso cognome suscitassero grande rispetto e ammirazione fra la gente del luogo. (tratto da F. Impallomeni, INCONTRI la Sicilia e l'altrove, 2013) Gaetano Masuzzo/cronarmerina (continua domani)

mercoledì 29 gennaio 2014

Clelia Carducci su "INCONTRI" / 1

Copertina della rivista "INCONTRI"
Alla fine di ottobre e all'inizio di novembre scorsi vi avevo parlato della famiglia Carducci in Sicilia, avendone avuta notizia nel giugno precedente, come vi avevo raccontato nel post "Compagno indimenticabile del 1937". Ebbene, proprio in quel periodo il collezionista e cultore di storia patria di Catania, Francesco Impallomeni, pubblicava sul n. 3 Apr/Giu 2013 della rivista "INCONTRI" l'articolo Una nipote di Giosuè Carducci a Piazza Armerina - Una foto datata e annotata ha reso possibile la ricostruzione della figura della figlia di Valfredo Carducci. Qualche giorno fa l'autore, avendo letto la mia ricerca, mi ha mandato la sua che ritengo interessante riproporvela tale e quale, per di più perché corredata di foto inedite e con la storia particolareggiata del nostro prestigioso Istituto Magistrale "F. Crispi" di via Umberto, adesso sconsideratamente in macerie.

◘ Ho trovato in una vecchia raccolta una fotografia con un gruppo di alunne e insegnanti, che posano per la foto ricordo di fine anno scolastico. E' un cartoncino sbiadito, che ha i segni e la ruggine del tempo, e che porta a margine la seguente annotazione: <<III normale di Piazza Armerina 20-6-917>>; su ogni persona ritratta è impresso, a penna, un numero romano, a cui si riferiscono sul retro della foto i corrispondenti nomi e cognomi. Fotografie analoghe non sono difficili da reperire nei mercatini di antiquariato, ma questa ha particolare importanza perché ci fa conoscere, contrassegnata col numero XII, Clelia Carducci, nipote del grande Giosuè. In quel tempo era maestra assitente di "Lavoro femminile", una delle materie del corso di studi delle Scuole Normali Femminili dell'epoca, nella Regia Scuola Normale Promiscua "Francesco Crispi" di Piazza Armerina. (tratto da F. Impallomeni, INCONTRI la Sicilia e l'altrove, 2013) (continua domani)

martedì 28 gennaio 2014

Stesso stemma, stesso marchio ?

Stemma o marchio scolpito nella facciata del campanile della Cattedrale
Stemma o marchio scolpito su una pietra del castello di Mussomeli (CL)
Castello di Mussomeli, dopo l'arco a sx l'ingresso alla Sala dei Baroni
Lo stemma o marchio nella facciata della nostra Cattedrale di cui vi ho parlato domenica scorsa, ha una somiglianza impressionante con quello (foto in basso) che ho visto al Castello Manfredonico di Mussomeli (CL) durante la visita dello scorso ottobre. Il castello fu costruito nei primi anni del Trecento dal genovese Corrado I Doria ammiraglio di Sicilia e signore di Castronovo, al cui territorio Mussomeli apparteneva. Ma fu Manfredi Chiaramonte III, nella seconda parte dello stesso secolo, ad ampliarlo e fortificarlo, per dominare tutto il territorio circostante. La rupe, con le pareti a picco sulla quale fu costruito il castello, fu ritenuta il sito ideale per la naturale difesa del maniero e l'aspetto più affascinante della costruzione è la riuscita fusione della struttura nella roccia. La pietra bianca scolpita, anch'essa calcarea come tutta la rocca, è stata fotografata nell'ex zona delle scuderie, oggi piano antistante la Sala dei Baroni, così chiamata per la famosa riunione tenutasi qui nel 1391 su iniziativa di Manfredi allo scopo di resistere agli Aragonesi. Un altro enigma: <<< Che ci fosse qualche relazione tra i due stemmi scolpiti su pietra bianca? >>>. Gaetano Masuzzo/cronarmerina       

lunedì 27 gennaio 2014

Per gli smemorati

Il poeta piazzese ha voluto ricordare nel Giorno della Memoria, le vittime del nazismo con una poesia, questa volta in italiano, in maniera singolare che in grammatica si chiama acrostico: i capoversi in rosso corrispondono alla tristemente celebre scritta posta sul cancello d'entrata del campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Solo in questo campo di concentramento (foto in alto) morirono, dal 1940 al 1945, non meno di 70.000 persone.

domenica 26 gennaio 2014

Stemma Facciata Cattedrale



Lo stemma che, forse, indica la palma di Gerico
Qualche anno fa, il mio amico Dario, mi invitò ad avvicinarmi ad una delle scalinate della nostra Chiesa Madre per indicarmi una pietra che per oltre 50 anni non avevo notato, pur essendoci passato accanto migliaia di volte e persino quando mi sono sposato. La pietra era quella nella foto in basso, incastonata nella facciata principale della nostra Cattedrale. La figura che vi è scolpita, rappresenta una palma e non si sa di preciso a chi o a che cosa si riferisca. Può darsi che sia un marchio che simboleggi l'architetto e tutte le maestranze (nella fase iniziale di origini iberiche) che operarono per innalzare i primi due piani del campanile dal 1517. Come può darsi che sia una pietra portata da un altro sito o, ancora più suggestivamente, che indichi la palma di Gerico* di qualche illustre pellegrino piazzese che volle ricordarla in eterno. Come si può benissimo vedere nella foto in alto, quella parte della Cattedrale fu realizzata successivamente per inglobare il campanile in pietra calcarea bianca, com'era tutta la chiesa madre preesistente già nel 1308 col nome di S. Maria Maggiore e poi abbattuta. Dal 1704, demolito il corpo delle navate preesistenti, il cantiere riprendeva per volontà del vescovo di Catania, il palermitano Andrea Riggio (1693-1717), con una festa solenne celebrata il 25 marzo 1705 in occasione dei lavori relativi ai nuovi muri perimetrali, che iniziarono dal lato del campanile. Contemporaneamente si definiva il prospetto (dal 1706)**. Pertanto, secondo me, è più probabile che questa pietra scolpita, forse per testimoniare un pellegrinaggio, appartenesse alla precedente fabbrica che fu demolita. Solo in un secondo tempo la scultura venne inserita nella facciata, proprio durante la ricostruzione diretta dal maestro messinese, capomastro dei lavori dal 1712 al 1719, Giuseppe La Rosa, che prevedeva l'inclusione dell'antico campanile. Però, rimane l'enigma: "Chi l'ha scolpito, perché si trova (va) nei pressi del campanile della Cattedrale?". 

*In epoca medievale, il cammino del pellegrino veniva svolto principalmente nelle città di Roma, Santiago di Compostela e Gerusalemme. Una volta giunto all'agognata meta, il pellegrino, a testimonianza del viaggio compiuto, soleva adornare il proprio mantello con alcuni segni distintivi della sua presenza in quel luogo e in particolare: una quadrangula (placchetta in piombo quadrangolare forata agli angoli, per essere cucita sull'abito del pellegrino, recante le immagini dei SS. Pietro e Paolo o le chiavi incrociate per Roma); una conchiglia per S. Giacomo di Compostela; una palma di Gerico per Gerusalemme.
**D. Sutera, La chiesa madre di Piazza Armerina, Ed. Lussografica, CL, 2010, p. 114.

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

sabato 25 gennaio 2014

Cavalieri di Évora e Avis

Scudo dei Cavalieri di S. Benedetto di Évora e Avis
Verso il 1162 un piccolo gruppo di Cavalieri Portoghesi, noti come i Cavalieri di Santa Maria, sorvegliava i Mori nelle pianure della regione di Alentejo (a Sud del fiume Tago, in Portogallo). Nel 1170 ca. Alfonso I re del Portogallo (1109-1185) affidò loro la città di Évora (a 130 Km. a Est di Lisbona). L'Ordine, che aveva preso la regola cistercense di San Benedetto, tuttavia era troppo debole per presidiare la città che, per questo, passò sotto la tutela dei Cavalieri Templari, mentre i Cavalieri di Évora venivano posti sotto la giurisdizione dell'Ordine spagnolo dei Cavalieri di Calatrava. Nel 1211 Alfonso II re del Portogallo (1185-1223) affidò ai Cavalieri di Évora la città, appena strappata agli Arabi, di Aviz (alias Avis) a 70 Km. a Nord di Évora, tornando a essere così un Ordine indipendente conosciuto anche col nome di Ordine Militare di San Benedetto d'Avis sino al 1496, quando iniziò a declinare e ai suoi membri venne accordato il permesso di sposarsi. Ma già nel 1385 Giovanni I re del Portogallo  (1358-1433), figlio di Pietro I del Portogallo nonché Gran Maestro dell'Ordine, aveva legato le sorti dell'Ordine a quelle della corona portoghese cambiando il nome della sua dinastia in Casa d'Avis, anticipanone così l'annessione alla Corona che però ufficialmente avvenne nel 1550. Dal 1789 l'Ordine è riconosciuto solo come decorazione e ricompensa al valor militare. Gaetano Masuzzo/cronarmerina.   

venerdì 24 gennaio 2014

La vie più strette

La via più stretta di Savoca (ME) chiamata "vanedda"

Anche la nostra non scherza !

Mentre quella in alto, nel paese di Savoca (ME) a 5 Km. dalla costa Ionica, collega due chiese e due quartieri, da noi il Vico Paternicò collega via S. Nicolò con via Campagna S. Martino nell'antico quartiere Monte, a pochi passi dalla chiesa della Madonna della Catena (ex chiesa di S. Nicola o Nicolò). Il punto più stretto della nostra, misura quanto il mio avambraccio, 50 cm.

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

giovedì 23 gennaio 2014

Conventi Francescani sfortunati / 2

Il convento di S. Maria di Gesù oggi
Il convento di S. Pietro oggi
Questo rifiorire induce tanti nobili della Città a elargire fondi per l'abbellimento delle chiese e l'ampliamento dei chiostri e degli edifici dei due conventi. Per quella di S. Pietro la partecipazione è tale che nel giro di pochi anni ben otto famiglie nobili vi costruiscono artistiche cappelle ed eleganti sarcofaghi, specialmente dopo che il viceré Emanuele Filiberto di Savoia dichiara il convento e la chiesa di sua proprietà e sotto la sua diretta protezione nel 1624. A dare maggior lustro ci pensano le prestigiose e fornitissime biblioteche dei due conventi. Così dotate di volumi prezioni e unici, da essere oggetto di frequenti manomissioni e sottrazioni. Tutto ciò obbliga un frate a partire alla volta di Roma, affinché il Papa emani una Bolla Pontificia apposita, da esporre sulle porte delle biblioteche per intimare ai trasgressori religiosi e laici l'eliminazione dalla voce in capitolo e, persino, la scomunica¹. Per oltre due secoli i due conventi ospitano in media dai 20 ai 30 frati ciascuno, sino alla loro espulsione che avviene tra il 1866 e il 1870. I frati allora vengono trasferiti presso la Curia Vescovile o presso altre parrocchie, l'edificio del convento di S. Pietro passa al Municipio che lo adibisce a caserma militare, la selva diventa giardino comunale e la biblioteca (almeno ciò che rimane dell'incendio nel 1846) contribuisce in maniera importante a formare quella comunale. Il romitorio di S. Maria di Gesù si va spopolando anno dopo anno e nel 1883 risulta quasi completamente disabitato. La selva accanto è trasformata parte in cimitero e parte in orto per i pochi frati e laici che ci vivono, sino al definitivo abbandono nel 1934. Da allora i due conventi cadono nell'oblio più totale e in quello di S. Maria di Gesù ciò avviene anche per la chiesa, con i risultati di cui sopra. Nonostante questo criminale abbandono, la chiesa di S. Maria di Gesù nel 2004 continua a stupirci donandoci, grazie all'intuzione del noto critico d'arte Vittorio Sgarbi, l'affresco della Madonna col Bambino in trono (oggi visibile nella Pinacoteca Comunale di via Monte) risalente alla prima metà del Quattrocento e che lo stesso critico definisce "uno dei più alti esempi di arte pittorica del 1400 in Sicilia". E come se non bastasse, nell'ottobre scorso, si scopre che è proprio nella chiesa di c/da Rambaldo che è seppellito uno dei "tanti" frati Beati morti in odor di santità, di cui ho trovato preciso riscontro nel libro del Settecento che raccoglie le leggende dei Francescani². Pertanto, ben venga il restauro del convento di S. Pietro accennato l'altro ieri, perché sicuramente questo avvenimento positivo dell'uno influirà sull'altro: se vite parallele devono essere, che lo siano nel male ma anche nel bene... almeno speriamo !  

¹Per approfondire leggere "L'epigrafe della biblioteca di Piazza" cliccando sulla foto a fondo pagina.
²Per approfondire leggere su questo blog "Vita del Beato frat'Innocenzo" dall'11 ottobre 213 in poi.
 Gaetano Masuzzo/cronarmerina 

mercoledì 22 gennaio 2014

Conventi Francescani sfortunati / 1

Affresco del portico nel convento francescano di S. Maria di Gesù
Affresco nel portico del convento francescano di S. Pietro
C'è un'esistenza e una sorte parallela tra i due Conventi dei Frati Minori (Francescani) Osservanti della nostra Città. Quello che da un'altra parte sarebbe stato un grandissimo bene culturale da difendere, tutelare e sfruttare, in tutti i sensi, da noi è stato così brutalmente depauperato da farlo ridurre letteralmente a pezzi. Basta dare un'occhiata alle due foto per rendersi conto del delitto che tutti noi piazzesi (notare la lettera "p" minuscola) abbiamo commesso, o quanto meno ne siamo stati i testimoni oculari impassibili, ma ugualmente colpevoli. Soprattutto negli ultimi cinquant'anni, quando la scusa dell'ignoranza non c'era più perché tutti acculturati da sentirci cacòcciuli e quindi ancora poteva essere fatto qualcosa per salvare questo inestimabile patrimonio. Vite parallele dicevo, perché i due conventi, pur essendo lontani 4 Km. e pur essendo stati fondati a quasi 100 anni l'uno dall'altro, hanno conosciuto i medesimi periodi felici e infelici. Quello di S. Maria di Gesù, nasce nei primi decenni del Quattrocento come luogo per anacoreti, pronti a "osservare" in maniera quanto più rigida la regola di S. Francesco. Quello di S. Pietro più vicino al centro abitato, anche se sempre fuori le mura, nasce nel 1500 per l'aumento delle vocazioni e per le precarie condizioni dell'altro che risulta distante, solitario, scomodo e alquanto umido, anche se conosciuto in tutta l'Isola come nidus et Seminarium Santorum. Quasi mezzo secolo dopo, mentre quello di S. Maria di Gesù in precarie condizioni, ritorna nidus di pochi frati che vivono e muoiono quasi tutti in odor di santità e chiari miracoli, quello di S. Pietro è ampliato per il crescente patrimonio che accumula. Dopo qualche decennio (1567), il convento di c/da Rambaldo è la sede siciliana dove si  discute sul ripristino della Riforma, che gli Osservanti ritengono necessaria per recuperare la diminuzione delle vocazioni avvenuta nel frattempo. Nel 1578 già si vedono gli effetti della Riforma voluta dagli Osservanti più rigorosi: aumentano così tanto le vocazioni in tutta la Sicilia da ottenere l'autorizzazione a continuare l'esperimento oltre che nei due conventi piazzesi, anche nei due di Agrigento e in quello di Palermo. Il maggior numero dei frati toccati dalla vocazione, sollecita nel convento di S. Maria di Gesù lavori di risanamento e riadattamento, mentre in quello di S. Pietro si lavora per un nuovo e più ampio dormitorio. (continua) 


Gaetano Masuzzo/cronarmerina
<<< domani la seconda parte >>>


martedì 21 gennaio 2014

Convento di S. Pietro sarà restaurato ?

Chiostro convento francescano di S. Pietro, portico di sx
Chiostro convento francescano di S. Pietro, portico di dx
Sembrerebbe proprio di sì! Lo so che sembra impossibile, ma quel disastro che si vede nelle due foto potrebbe essere restaurato al più presto. So anche cosa voglia dire dalle nostre parti l'avverbio "presto", ma cussà ch' förra a vòta bona! E' notizia di ieri che questo nostro gioiello, ridotto a un ammasso di pietre, possa essere riportato alla "luce". Riporto di seguito la bella novella tratta dal blog di Roberto Palermo "robertpalermo.blogspot.it" cronista del Giornale di Sicilia: "Lunedì 20 gennaio 2014 - Piazza Armerina. Ex convento dei Frati Minori Osservanti, sì a progetto esecutivo da oltre 3 milioni di euro - Via libera al progetto esecutivo da oltre 3 milioni di euro per il restauro dell'ex convento dei Frati Minori Osservanti di San Pietro. La giunta comunale ha dato il proprio benestare al lavoro dell'Ufficio Tecnico comunale con cui la struttura del Cinquecento verrà convertita in un centro sociale, con sala museale, ludoteca, foresteria e spazi per attività collettive. L'opera di ristrutturazione rientra tra quelle dichiarate ammissibili al finanziamento con decreto dell'Assessorato Regionale dei Beni Culturali." Che dite, ggh'avöma crëd? Gaetano Mazuzzo/cronarmerina   

lunedì 20 gennaio 2014

Fontana Villa delle Meraviglie / n. 26


Questa è la 9^ e ultima fontana della Villa delle Meraviglie. Anche se molto più semplice delle precedenti, ha un bel mascherone dal quale fuoriesce l'acqua, circondato da mattoni laterizi incorniciati da grossi blocchi di arenaria rosata. Il tutto la rende molto gradevole, valorizzando così un angolo della villa altrimenti insignificante.  

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

domenica 19 gennaio 2014

Il Gonfalone della Città

Il Gonfalone della nostra Città restaurato di recente
Il Gonfalone*, una volta detto anche Confalone, è un drappo che rende il nostro Comune più visibile, riconoscibile e differente dagli altri nelle grandi occasioni e nelle celebrazioni. Quello nella foto è l'emblema della Città risalente alla seconda metà dell'Ottocento, subito dopo aver aggiunto la specifica Armerina a Piazza ed è stato consegnato al Comune nel giugno scorso, dopo il restauro eseguito dal Centro Regionale per il Restauro dei Tessuti di Palermo. Il Gonfalone, di tessuto rettangolare di colore bordeaux, contiene lo stemma araldico (di cui abbiamo parlato domenica scorsa) e l'iscrizione CITTA' DI PIAZZA ARMERINA. Inoltre, è sospeso mediante un bilico mobile ad un'asta ricoperta di velluto dello stesso colore che termina con una freccia sulla quale è riprodotto lo stemma della Città. Lo stemma araldico, presente nella parte centrale, è costituito da uno scudo e da una corona a sette punte con fascia di base gemmata. Lo scudo su campo argentato è interrotto nella parte centrale da una fascia di colore rosso e nella parte esterna mostra le seguenti decorazioni dall'alto a dx, in senso orario: 5 aste lanciate, 1 cornucopia con fiori e frutti, 2 aste lanciate con drappo celeste, 1 tamburo, 2 cannoni, 1 alabarda, 1 tromba e 1 elmo metallico. Il Gonfalone rappresenta uno dei simboli dell'identità della nostra Comunità e, dopo essere stato riportato alla bellezza originaria, è tenuto esposto in una teca nella sala del Consiglio Comunale. Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Il termine gonfalone, derivante dall'alto tedesco guntfan (da gundja, guerra, e fahn, insegna), indicò nell'alto medioevo la bandiera attaccata alla lancia dai cavalieri.          

sabato 18 gennaio 2014

Ammiraglio La Marca / 4^ e ultima parte

Il nuovo Centro Operativo della Marina Militare di S. Rosa (Roma)*
In questo modo la città di Piazza potè gloriarsi di un figlio decorato in vita di medaglia d'Oro al Valor Militare. Subito dopo la fine del conflitto mondiale il La Marca è promosso a maggiore e viene trasferito al Comitato Progetti per le Armi Navali sino al 1949, quindi a Taranto come Capo Reparto e successivamente Giudice presso il Tribunale Militare della città pugliese dopo la promozione a Tenente Colonnello. Nel 1950 si sposa a Roma con Gina Lapini e quattro anni più tardi lascia la Marina Militare per trasferirsi a Catania e riprendere l'attività di ingegnere presso la Società Generale di Elettricità della Sicilia sino al 1962, anno in cui la società è assorbità dalla nuova ENEL statale. A Catania è promosso colonnello in ausiliaria, a Roma, quale ferito e invalido di guerra, ottiene l'iscrizione al Ruolo d'Onore della Marina, conseguendo le promozioni di Contrammiraglio, Ammiraglio Capo e Ammiraglio Ispettore. Poi nel 1975, sino al 1978, è eletto Presidente degli Invalidi di Guerra di Roma e Lazio. Dal 1978 al 1988 è Segretario Generale del Guruppo Merdaglie d'Oro al V. M. e nello stesso periodo è nominato Presidente Onorario della "Famiglia Piazzese" in Roma e dell'Unione Combattenti ENEL. Il 25 novembre 1989 giunge alla fine della sua vita lasciando dei depositi in denaro per premi da destinare a giovani studenti piazzesi e ad allievi dell'Accademia Militare della Marina di Livorno. (tratto da L. Villari, Giuliano, La Marca, Roccella, Medaglie d'Oro Piazzesi, Commemorazioni** dattiloscritte, P. Armerina, 1996) Gaetano Masuzzo/cronarmerina 

*Il nuovo Centro Operativo della Marina Militare di S. Rosa è stato inaugurato il 19 gennaio 2012. 
**La Commemorazione dell'Ammiraglio La Marca fu tenuta al Teatro Garibaldi di P. Armerina il 20 giugno 1996 dal Gen.le Litterio Villari alla presenza di cittadini, studenti ed ex combattenti.




giovedì 16 gennaio 2014

Ammiraglio La Marca / 3^


Ingresso della galleria della fortezza di Santa Rosa (Roma)

Ingresso blindato del sotterraneo della fortezza di Santa Rosa 
Invece il La Marca prende contatti con l'Ammiraglio Matteini che, prima di fuggire per sottrarsi alla cattura, lascia l'incarico al maggiore Brandimarte (poi trucidato dai Tedeschi) di studiare, unitamente al capitano piazzese, un piano atto a salvare dai bombardamenti anglo-americani la sede di Supermarina di Santa Rosa* occupata dai Tedeschi e situata in una fortezza sotterranea (nelle foto). Con l'evolvere del conflitto bellico il piano però dovette prendere una nuova piega: oltre a impedire il bombardamento con continui contatti radio, occorre salvare il grande impianto radio da eventuali progetti tedeschi di farlo saltare in aria con le grosse mine e altri congegni esplosivi collocati precedentemente dall'esercito italiano e costruiti dal La Marca stesso. Il pericolosissimo lavoro di disattivazione viene svolto negli ultimi mesi del "43 dal La Marca, che è riuscito a entrare nel centro radio, custodito da una compagnia di 150 uomini austriaci, con un lascia-passare, grazie alla collaborazione del Centro Militare Clandestino e del capitano Giannoni, che conosce tutti i passaggi sicuri nelle reti minate. Nelle notti che precedono l'arrivo degli Americani a Roma, le bombe vengono disattivate e il centro di Santa Rosa viene occupato agevolmente. Poco prima i Tedeschi avevano inutilmente cercato di riattivare gli esplosivi, resi innocui dal La Marca, per distruggere l'immenso sotterraneo che conteneva materiali bellici di alta precisione e di valore inestimabile. Dopo la liberazione il La Marca dovette far ricorso a una commissione d'inchiesta per aver riconosciuto il giusto merito della magnifica operazione. Alla fine dell'inchiesta (durata 10 anni) la medaglia d'argento al Valor Militare, che gli era stata concessa in un primo momento, fu tramutata in oro. (continua) (tratto da L. Villari, Giuliano, La Marca, Roccella, Medaglie d'Oro Piazzesi, Commemorazioni dattiloscritte, P. Armerina, 1996) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Questa fortezza sotterranea, a ca. 10 Km. a nord di Roma, dal 1952 è la sede del CINCNAV (Comando in Capo della Squadra Navale - Quartier Generale della Marina). Successivamente sono state aggiunte MARITELE (Centro principale delle telecomunicazioni e informatiche) e il COMFORAER (Comando delle forze aeree). 

<<< domani la 4^ e ultima parte della biografia >>>






mercoledì 15 gennaio 2014

Ammiraglio La Marca / 2^

L'ammiraglio Giuseppe La Marca*
Dopo due anni il La Marca si trasferisce a Napoli per frequentare il Politecnico e nel 1931, quando è già allievo presso la Scuola Marittima di La Spezia, si laurea in ingegneria civile e poco dopo è ammesso al corso di Allievi Ufficiali delle Armi Navali di Livorno. Congedatosi da sottotenente nel 1932 si abilita nella libera professione di ingegnere e a Catania viene assunto dalla Società Generale Elettrica della Sicilia. Nel 1935 è richiamato alle armi per lo scoppio della guerra italo-etiopica. Dal 1936 al 1939 è nominato Vice-Federale dei Fasci di Catania e il 23 aprile, richiamato alle armi, è destinato alla Direzione Armi Subacquee di La Spezia dove fa parte dell'equipe che progetta e costruisce i famosi mezzi d'assalto della Marina Militare (i barchini e i maiali). Tali progetti gli valgono la promozione a Capitano nel 1940. Non essendo destinato agli equipaggi dei mezzi d'assalto viene trasferito a Tobruck, in Cirenaica. In seguito a bombardamenti nemici, prima va a Derna e poi a Tripoli. Al seguito dell'Africa Corps tedesco, copre l'incarico di Capo Servizi Armi Navali per "approntare opere di difesa e di offesa là dove più immediata si presentava l'insidia del nemico" che gli valgono due croci di guerra al Valor Militare nel 1941. Poco dopo essere stato ferito leggermente deve sopportare una forma di ameba histolitica (malattia tropicale), pertanto rimpatria a Taranto per essere curato e subito dopo ritorna a Tobruck, ma deve ritornare per essere curato meglio a Roma dove rimane anche dopo l'8 settembre 1943. Sbandatosi, resta nella città di Roma occupata dai Tedeschi, senza cooperare con la nascente Repubblica di Salò. (continua) (tratto da L. Villari, Giuliano, La Marca, Roccella, Medaglie d'Oro Piazzesi, Commemorazioni dattiloscritte, P. Armerina, 1996) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Foto dal sito www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/medaglie/Pagine/LamarcaGiuseppe.aspx

<<< Domani la 3^ parte della biografia >>>

martedì 14 gennaio 2014

Ammiraglio La Marca / 1^


La via dove è nato l'Ammiraglio Giuseppe P.P. La Marca nel 1905

Giuseppe Pietro Paolo La Marca nacque nella nostra Città in Salita S. Giovanni 2 (nella foto) la notte del 29 giugno 1905 da Liborio, viticultore diplomato di Pachino (SR)* e da Maria Assunta Sammartino, piazzese. La nascita prematura di un mese mise in grave pericolo la vita della madre del neonato. Soltanto il 10 luglio i due furono dichiarati fuori pericolo, grazie alle cure del dr. Brighina e dall'ostetrica Michela Marino. Il 12 luglio fu denunciata la nascita all'anagrafe di Piazza. Papà La Marca nel 1911 si trasferisce a Catania per motivi di lavoro pertanto Giuseppe inizia a frequentare in questa città le scuole elementari e poi l'Istituto Nautico, a Piazza torna per i tre mesi di vacanze scolastiche dai nonni Sammartino che abitano in via Fuardo (strada prospiciente la Salita S. Giovanni). Nel 1915 papà La Marca è richiamato alle armi e la famiglia si trasferisce a Piazza, ove il 20 settembre nasce Liborio junior, in ricordo del padre combattente sul Carso che dal qualche tempo non dà sue notizie. La situazione economica a Piazza non è rosea per questo Maria Assunta ritorna a Catania. Nel 1922 il diciasettenne La Marca partecipa alla "Marcia su Roma" ma al ritorno trova il padre che lo riempe di rimproveri e un professore che lo boccia, facendogli ripetere l'anno scolastico. Nel 1924 Giuseppe Paolo ottiene il diploma dell'Istituto Nautico e l'anno dopo, da esterno, l'altro diploma di fisico-matematico (maturità scientifica) per iscriversi alla facoltà d'ingegneria a Catania. (continua) (tratto da L. Villari, Giuliano, La Marca, Roccella, Medaglie d'Oro Piazzesi, Commemorazioni dattiloscritte, P. Armerina, 1996) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Pachino è il Comune, a 55 Km. a Sud di Siracusa, fondato nel 1760 dal piazzese Gaetano Starrabba III principe di Giardinelli nel proprio feudo di Scibini.  


<<< Domani la seconda parte della biografia >>>




lunedì 13 gennaio 2014

La Sconcordia

A due anni di distanza è apparso questo cartello provocatorio di pericolo sul lungo mare di Livorno, dedicato al Comandante Schettino "SC(ogli)HETTINO". Verrebbe da ridere se non fosse per la morte di 32 persone, che invece si erano imbarcate per trascorrere qualche giorno di spensieratezza, su una nave enorme ma nelle mani di un incosciente che, come spesso accade nella nostra bella Nazione, si è messo in salvo per primo e, si accettano scommesse, la farà franca, anzi verrà proposto per un encomio con un avanzamento di carriera e passerà alla storia come "il Salvatore" ! 

Vuoi vedere che la colpa è del Comandante della Capitaneria di Porto De Falco che gli disse "Salga a bordo, cazzo!" ?  

A proposito di incoscienza nella nostra Nazione, avete visto come ancora si permette l'ingresso alle Grandi Navi da Crociera quasi fin sotto il Leone di Venezia. Ve lo immaginate se tutto ciò accadesse in una città della Sicilia ?

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

domenica 12 gennaio 2014

Stemma di Piazza Armerina

Stemma di Piazza: d'argento, al palo di rosso con corona di titolo di Città

Stemma Aleramici: d'argento al capo di rosso

Stemma Città di Savona
La storia del nostro stemma ha inizio proprio 851 anni fa quando il re normanno Guglielmo I (1120-1166), dopo aver distrutto il precedente borgo, dà nel 1163 l'ordine al baiulo Alessandro e ad altri 8 illustri cittadini, di ricostruirlo sul Monte Mira. Assieme alla ricostruzione il Re concede il privilegio di avere nello stemma cittadino la caratteristica di quello dei marchesi Aleramici. Infatti, lo stemma aleramico aveva la parte superiore (capo) rossa che fu riproposta nel nostro nella parte centrale. Questo merito veniva assegnato perché ...a differenza degli altri Comuni di Sicilia aventi uguale origine, fu sede preferita dei membri della famiglia Aleramica*, tutti marchesi, i quali concessero il privilegio, condiviso con la città di Savona**, di raffigurare nello stemma cittadino le armi della "gens aleramica". D'argento al palo rosso la città di Placia; di rosso al palo d'argento la città di Savona; d'argento al capo di rosso la famiglia degli Aleramici.

*Dal 1089 insieme alla seconda moglie del conte Ruggero I d'Altavilla, Adelasia, arrivano nel nostro territorio cavalieri del Monferrato e di Savona, tra cui Enrico Aleramico che si sposa con una figlia del Conte, Flandina. Da Enrico e Flandina nascerà il secondogenito Simone, il quale nel nostro territorio contribuisce alla costruzione della chiesa di Sant'Andrea e favorisce l'arrivo dei Cavalieri Crociati Ospedalieri, che fonderanno le Commende di S. Giacomo e di S. Giovanni Battista.  
**L'abitato di Savona fece parte della marca sotto la giurisdizione del vero ed effettivo fondatore della dinastia aleramica, il marchese Aleramo (+ 991), a partire dal 967, anno in cui l'Imperatore del Sacro Romano Impero Ottone I di Sassonia gli donò un grande territorio tra i fiumi Orba e Tanaro.  Gaetano Masuzzo/cronarmerina

sabato 11 gennaio 2014

321 anni fa La Catastrofe

Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a calàta û Cullègiu
Dopo la scossa di terremoto dell'8° grado della Scala Mercalli di venerdì 9 gennaio 1693 dopo due giorni, domenica 11 gennaio alle ore 13:30, altre due scosse, questa volta dell'11° grado, sconvolgono la Sicilia Sud orientale chiamata Val di Noto. Quasi tutta la popolazione di Platia (allora di 12.000 abitanti) si trasferisce per una quarantina di giorni sul piano a Sud dell'abitato chiamato da allora "Piano Terremoto". Qui viene esposto, dopo un'imponente processione*, il Vessillo raffigurante la Madonna delle Vittorie per implorare la Vergine Maria di salvare gli abitanti. Ottenuta la grazia i Piazzesi edificano in detto piano una chiesa dedicata alla Madonna del Terremoto. Tra gli edifici che subiscono una certa gravità vi sono il Duomo in costruzione (solo la volta del coretto e qualche danno al vecchio campanile), il Collegio dei Gesuiti e la chiesa accanto di Sant'Ignazio di Loyola (nella foto). Quest'ultima minaccia rovina tanto che viene abbattuta. La sua ricostruzione avverrà dopo circa trent'anni, nel 1725. Mentre a Catania si contano oltre 16.000 morti su una popolazione di 19.000 e a Ragusa 5.000 su un totale di 10.000, nei paesi della provincia di Enna non si contano morti, tranne i 50 di Aidone. Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*All'alba del 12 gennaio i cittadini, temendo un violento ritorno del terremoto... accorsero al Duomo, dove, con l'intervento dei canonici, del clero e delle confraternite si organizzò un'imponente processione, come mai si era vista. Procedevano le confraternite, i frati e le monache, i chierici e il clero, quindi l'Immagine della Patrona. Dietro il Simulacro l'onda immensa del popolo con a capo i Giurati e il Capitano di Giustizia, don Giuseppe Trigona Paternò. La processione scese in piazza, imboccò la ferreria, uscì di porta "ospedale" e della salita dei Cappuccini. Qui sostò... Venne eretta una baracca-cappella (ancora oggi esiste una edicola in corrispondenza della croce in pietra dei Cappuccini), per il simulacro mariano. La baracca fu rivestita di pelli. Capanne speciali acolsero le monache, guidate dalla badessa Sr. M. Solonia. Accanto ad esse vi erano le monache di S. Chiara. Le religiose di S. Agata e della Trinità, invece, si fermarono al "largo castello". Questa situazione durò 40 giorni. Successivamente, con rinnovato fervore, l'Icona fu riportata trionfalmente al Duomo.

venerdì 10 gennaio 2014

1823 Turista Lord Compton / 2


Lord Compton, dal marzo al luglio 1823, girò in lungo e in largo la Sicilia, seguendo le tappe tipiche del Sicily tour di quegli anni. Il 9° turista della nostro elenco, giunse a Palermo via mare da Napoli e, muovendosi in lettiga*, compì una sorta di periplo dell'Isola, sostando quasi esclusivamente in località costiere. Egli, con mano felice, schizzò e tratteggiò su un taccuino di viaggio i paesaggi e i monumenti di maggior interesse da lui visitati nei pincipali centri siciliani. Lord Compton nei 79 disegni, che oggi sono di proprietà della Fondazione Sicilia e che sono stati restaurati** di recente dall'Istituto Nazionale per la Grafica, ricostruisce per immagini il percorso effettuato, fissandoli tutti a grafite e alcuni acquerellati con inchiostro nero e bruno, sulla carta color avorio e ci troviamo Palermo e il Monte Pellegrino, i templi di Selinunte, Segesta e Agrigento, gli ulivi e i carrubi del ragusano, il teatro antico di Siracusa e, in due schizzi, anche la nostra Città. Nei due disegni proposti nelle foto (purtroppo coi riflessi delle finestre del museo sul vetro che li protegge) si scorge benissimo la cupola della nostra Cattedrale. In quella in alto ci propone il disegno da Sud, probabilmente da una zona tra Piazza Vecchia e Monte Mangone, venendo dalla Villa Romana del Casale, di cui probabilmente ne aveva visitato i resti allora già affioranti. In quella in basso la vista da dietro un alto muro è più ravvicinata*** e si scorgono anche i due alti campanili, a sx quello di S. Francesco, a dx quello tra le due chiese di S. Vincenzo e di S. Antonio Abate. Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Della lettiga ho già parlato su questo blog in due post: uno il 10 aprile 2013 "1700 - Mezzi di trasporto turisti e non" e l'altro il 15 aprile 2013 "1800 - Mezzi di trasporto turisti e non". 
**I disegni sono stati distaccati e successivamente montati su pass-partout 50x70, di cartone antiacido per la lunga conservazione, inseriti in cornice per permettere l'esposizione al grande pubblico.
***Esiste una cartolina dei primi anni del '900 con la stessa visuale e con la didascalia "Panorama dalla Villa Costantino".    

giovedì 9 gennaio 2014

1823 Turista Lord Compton / 1

Lord Spencer J. A. Compton (1790-1851)
Nella recente visita nella meravigliosa Palermo, ho avuto la possibilità di scoprire un altro turista (il 9°) che nella prima metà dell'Ottocento venne dalle nostre parti. Infatti, all'interno del Palazzo Branciforte, ristrutturato a partire dal 2008 dall'architetto Gae Aulenti (1927-2012), nella cavallerizza* del pianterreno, dove è ospitata la ricchissima (4700 pezzi unici) collezione archeologica, vi sono alcuni schizzi di paesaggi e monumenti dell'Isola tratteggiati dal 2° marchese di Northampton nel 1823. E tra gli schizzi non ne scopro, felicemente sorpreso e incredulo, due della nostra Città? 
Lord Spencer Joshua Alwyne Compton, noto come Lord Compton, era il 2° figlio del marchese di Northampton (cittadina a 70 km. a Nord di Londra) e nel 1812, a 22 anni, entrò alla Camera dei Comuni come erede del Marchesato. Otto anni dopo, alle elezioni generali del 1820, avendo perso il suo seggio per la politica contraria al governo conservatore, si trasferisce in Italia insieme a tutta la sua famiglia, sino al 1828, anno della morte della moglie Margaret, quando decide di tornarsene in Inghilterra. Lord Compton era un amante dell'arte, della letteratura e della scienza e, come altri rampolli di famiglie nobili del Sette-Ottocento, compì quel viaggio a tappe, passato alla storia con il nome di Gran Tour, attraverso le principali città europee e, soprattutto, italiane. Un itinerario di istruzione, finalizzato ad appagare la vocazione artistica, intellettuale e scientifica di tanti viaggiatori europei. (continua) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Luogo oppportunamente attrezzato destinato all'insegnamento e/o all'esercizio del cavalcare.  

<<< domani la 2^ parte >>>

mercoledì 8 gennaio 2014

Che differenza c'è ?!

A Trento le anatre attraversano sulle strisce in piazza Dante
A Piazza i cani si godono il sole accanto al cinema Ariston in piazza Gen. Cascino
Non capisco dove sta la differenza !
Stesso rispetto per gli animali che possono vivere felici e contenti 
sia nella provincia al primo posto sia in quella all'88° !

martedì 7 gennaio 2014

A traduziöngh d' MITT: GESU'

Presepe nella Cappella de Assoro, Chiesa di S. Pietro

Mitt: GESU'

A voi uomini, che infangate il nome di mio padre.
A voi, che non credete alla mia venuta.

A voi traditori, che per trenta denari,
poi, mi avvolgete in un sudario.
A voi, che mi chiedete di rinascere
ogni anno per salvare la terra.

E a voi, che mi coprite di regali,
portando oro, incenso e quant'altro nelle mani;
avrei piacere di restare povero,
al caldo della mangiatoia!
Quante e quante volte ve lo devo dire ancora???...

... Mi piacerebbe sentire il fiato del bue e dell'umiltà,
le carezze di mia madre e del papà,
e l'antica preghiera di una zampogna,
al lume di una stella....

... Con un po' di pane azzimo (l'Eucarestia)
ve lo faccio Io, il regalo del Paradiso
e vi faccio parlare il linguaggio della Vita Eterna,
senza scambiare lucciole per lanterne...

... Eh sì, perché la Parola la si deve capire
senza leggere, senz'altro dire,
con un po' di contemplazione, come disse Sant'Agostino
quando, ancora quaggiù sulla terra, faceva il prete.

Un'occhiata alla Sacra Scrittura
e vi levate da ogni problema.

Tanino Platania

lunedì 6 gennaio 2014

Una missiva da GESÙ

Presepe nella Cappella de Assoro, Chiesa di S. Pietro
A proposito dei doni portati a Gesù Bambino dai Re Magi per l'Epifania

MITTENTE : GESÙ

A voi uomini, che infangate il nome di mio padre.
A vous, qui ne crajez pas à ma venue.

A vosotros traidores qué por treinta dineros,
después, me envolvéis en un sudadero.
To you, who ask me to rebirth
every year to save the earth.

E viautri, ch' m' cum'gghiè d r'gai,
purtànn or, 'ncéns e rocchiuli ntê mai;
avéss piasgér d' r'stè pov'r, ô caud dâ mangiaöra!
Quant e quant voti v' l'höia dì ancora???...

...M' piasgéss d' sént u sciàt dû bò e d' l'um'rtà,
i carezzi d' me matri e du papà,
e l'antìca priera d' 'na ciaramédda
ô lustr d' 'na stédda...

...Cu 'na vici d' pangh ddis
vû fazz Ié, u r'gau dû Paradis
e v' fazz parrè a ddengua dâ Vita Eterna,
senza scangè u ddusg p' curaru pâ ddanterna...

...Eh sci, p'rchìa Parodda s'ada capì
senza ddèzz, senza avèr ch dì,
cu a vici â contemplaziongh, còm diss Austingh
quann, ancöra zzaggiùsa, fasgèa u parringh.

'N'uggiàda â Sacra Scr'ttùra
e v' dd'vè d' agn cugn'ntùra.

Tanino Platania

Con questa poesia il poeta ciaccës ha vinto il I premio nella "Sezione A - dialetto" del Premio Naz.le di Poesia "Natale - Città di Tremestieri Etneo - XV Edizione 2003" il 10 gennaio 2004.

<<< domani la traduzione >>>


venerdì 3 gennaio 2014

La via Francigena 4 / Anche a Placia


La Commenda/Domus Hospitalis di S. Giacomo d'Altopascio a Placia, 1100 ca.
Gli "ospitalieri" si dividevano in: frati sacerdoti, generalmentetre nella casa madre, che si occupavano dell'aspetto religioso; serventes o pappini, ruoli cui accedevano anche le donne, denominate sorore, che si occupavano prevalentemente di infermeria; laici con compiti ben definiti che formavano una sorta di terzo ordine; cavalieri scelti tra i fratelli provenienti da famiglie nobili. Presto l'Ordine iniziò a ottenere privilegi da parte del papato, accrescendo i propri domini e il proprio prestigio, sino a ottenere il riconoscimento della Regola da parte di papa Gregorio IX nel 1239. Non solo Papi ma anche Imperatori furono prodighi nei confronti dei Cavalieri del Tau d'Altopascio. La gloria e il lustro dell'ospedale valicarono ben presto i confini dell'Italia, e i frati dell'Ordine fondarono dipendenze anche all'estero: nel 1180 a Parigi dove oggi sorge la chiesa di Saint-Jacques-du-Haut-Pas, di lì a poco in Spagna ad Astorga, Pamplona e Tortosa, e poi in Inghilterra e Germania. Anche a Placia questi Cavalieri, al seguito di Enrico Aleramico, nel 1100 ca., fondarono una Domus Hospitalis dedicandola a San Giacomo (nella foto). Fu il primo "Ospedale" della nostra Città, un bel po' distante dal centro abitato di allora, ma lungo la strada proveniente da Nord e, quindi, il primo luogo di alloggio e ricovero che i viandanti avrebbero trovato, prima di proseguire verso Sud. Con il XIV secolo si avvertirono i primi segnali di decadenza dell'Ordine, dovuti a un'oggettiva difficoltà di gestione delle proprietà, alla perdita di importanza della via Francigena, ma soprattutto al fatto che da lì a pochi anni Altopascio si trovò al centro del conflitto toscano che vedeva contrapporsi le città di Pisa, Lucca e Firenze. L'Ordine continuò il suo declino anche a causa del trasferimento della sede papale ad Avignone, ma la soppressione definitiva avvenne soltanto nel XVI secolo a opera di papa Sisto V, che cedette i beni dei Cavalieri Ospitalieri del Tau d'Altopascio all'Ordine di Santo Stefano creato dal Granducato di Toscana. Il tau così si riappropriava dell'antico significato: la parola fine. (tratto da G. Staffa, 101 Storie sul Medioevo, N.C.Ed.) Gaetano Masuzzo/cronarmerina   

giovedì 2 gennaio 2014

La via Francigena 3 / Cavalieri del Tau

In epoca medievale la lettera Tau dell'alfabeto greco, che corrisponde alla nostra T, si carica di una valenza simbolica potentissima, richiamando in maniera evidente la struttura della croce: il braccio verticale è lo stipes, il palo innalzato sul Golgota; il braccio orizzontale è il patibulum, cioè l'elemento che, legato sopra la schiena agli omeri, alle braccia e ai polsi del Nazareno, fu da questi portato lungo la via del Calvario. Sul luogo dell'esecuzione i due elementi furono uniti formando una gigantesca T. Fu proprio all'ombra di questo simbolo e ben consci delle sue implicazioni che, un giorno imprecisato dell'XI secolo, un pugno di nobili lucchesi fondò l'Ordine Ospitaliero dei Cavalieri del Tau, uno dei più antichi ordini cavallereschi d'Europa*. La tradizione narra che furono dodici i cavalieri, come gli apostoli, ma non esiste un riscontro storico. La prima notizia certa, invece, risale a un atto di donazione datato 2 agosto 1084, in cui si fa riferimento a un ospizio ubicato loco et finibus ubi dicitur Teupascio, riferendosi al luogo conosciuto come Altopascio, il luogo in cui risuonavano i rintocchi della Smarrita**. Furono loro, i cavalieri del Tau, che fondarono l'ospedale cui la campana richiamava, dedicandolo al pellegrino per eccellenza, San Giacomo***. Nell'hospitales si prestavano soccorso e cure mediche all'avanguardia per l'epoca, oltre che ovviamente accoglienza ai pellegrini e viaggiatori che percorrevano la strada. Forse anche per questo motivo i membri dell'ordine indossarono come segno di riconoscimento una veste e un mantello scuri o neri, con una "croce del Tau" di colore bianco: il bianco come simbolo di purezza e innocenza; il Tau come simbolo di carità cristiana, ma anche come richiamo del bordone, la stampella dei pellegrini. Tra i compiti dell'Ordine conosciuto come dei Cavalieri Ospedalieri di S. Giacomo d'Altopascio, oltre alla cura dei bisognosi, c'era quello di provvedere alla manutenzione delle strade e dei ponti, alla coltivazione dei terreni di proprietà e all'assistenza dei pellegrini nell'attraversamento dele zone poco sicure. Dal momento che le strade non erano percorse soltanto da mercanti e viandanti ma anche da individui della peggior risma, l'Ordine si cinse la spada al fianco. Ma il punto di forza dell'ospedale era in ambito sanitario. La Regola che i cavalieri adottarono, di stampo agostiniano, impartiva disposizioni sull'alloggio dei viandanti, a seconda del censo, della malattia e delle esigenze di ciascuno, sul nutrimento degli ospiti e sulle loro cure. A testimonianza di ciò, la Regola disponeva la presenza fissa nell'ospedale di quattro medici e due chirurghi laici (la chirurgia era infatti vietata ai religiosi) ben preparati, in grado di compiere l'esame delle urine e altri accertamenti clinici, ferrati in ortopedia, medicina interna, nonché nella preparazione di medicinali, soprattutto sciroppi e unguenti. Questi medici dovevano infatti saper affrontare le malattie più diffuse a quel tempo come il vaiolo, il tifo, il colera e tutte le patologie più frequenti per chi andasse per boschi e strade, ovvero ferite, piaghe e fratture di vario genere. (tratto da G. Staffa, 101 Storie sul Medioevo, N.C.Ed.) (continua) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Quest'Ordine a Placia fu portato nel 1100 ca. da Enrico Aleramico, cognato del Conte Ruggero, e fondò una Domus Hospitalis alle porte dell'odierno centro abitato, davanti l'ingresso del cimitero comunale della Bellia, oggi una sede dell'Assessorato al Turismo.
**Campana di cui abbiamo parlato ne "La via Francigena 2" di ieri 1 gennaio.
***Nello stemma della foto l'anno di riconoscimento dell'Ordine, il simbolo Tau e le conchiglie che ricordano il cammino di Santiago (San Giacomo) di Compostela, di cui abbiamo già parlato nei giorni 23 e 24 luglio scorsi.

mercoledì 1 gennaio 2014

La via Francigena 2 / Altopascio


Altopascio (prov. Lucca)

Ed è proprio seguendo la vocazione di "faro" per i viandanti che fu realizzata la prima Smarrita, la campana dell'ospedale di Altopascio in Toscana, la cui fama fu tale da battezzare col proprio nome tutte le campane disseminate lungo la via dei pellegrini. Altopascio è una località attraversata dalla via Francigena che, proveniente da Lucca, taglia il parco della Sibolla e prosegue verso sud per i boschi delle Cerbaie. E' una zona particolarmente accidentata, circondata da aree palustri molto estese; in più, all'epoca, ciò che non era invaso dall'acqua era ricoperto di fitti boschi, per giunta infestati dai briganti. Insomma, al viandante che giungeva in quei luoghi si parava di fronte lo spettacolo di una sorta di selva dantesca. Per soccorrere gli sventurati che si arrischiavano per questa via, ed erano molti, fu fondato nella seconda metà dell'XI secolo la Domus hospitalis Sancti Jacobi de Altopassu, un ospizio che doveva costituire una tregua dalle ostilità del paesaggio circostante. La struttura, più volte ampliata e potenziata, era protetta da una possente cortina muraria ed era munita di un'alta torre (nella foto) con la famosa campana che aveva il compito di guidare i pellegrini attraverso le pericolose paludi della zona: dopo il tramonto essa suonava per circa un'ora, e se la notte era particolarmente tetra, sul terrazzo della torre veniva acceso un fuoco, che diventava per i viandanti, sorpresi dal buio, un indispensabile punto di riferimento. All'orgine della smarrita c'è una leggenda secondo la quale una fanciulla che si era avventurata da sola nelle zone paludose si perdette e non fece più ritorno a casa. Da allora tutte le sere, al tramonto, la campana di Altopascio suonava per richiamare la ragazza scomparsa, e sebbene non sia riuscita a ricondurre a casa la sventurata, il suo richiamo, udito a chilometri di distanza, ha salvato un numero considerevole di pellegrini. Questi, approdati alle sicure mura dell'ospedale, ricevevano, oltre al letto, cibo e ospitalità. Non dimentichiamo che fin da epoca molto antica in area sia mediterranea che nordeuropea esisteva tutta una tradizione di "sacralità" del viandante; le leggende pullulano di cattivi ospiti puniti dalle divinità, e della consapevolezza del dovere di offrire aiuto e soccorso ai viandanti si coglie eco anche nel Vangelo. A tale scopo, nell'Ospedale di Altopascio bolliva sempre quel gran pentolone di minestra che sarà immortalato da Boccaccio nella novella di Frate Cipolla, che descrive il cappuccio di Guccio Porco, il servo del protagonista, con "tanto untume che avrebbe condito il calderon d'Altopascio". Di tutto ciò reca testimonianza la Smarrita: è un simbolo potente, il richiamo di un'epoca in cui le campane scandiscono la percezione del tempo e segnano lo scorrere quotidiano di un mondo legato ai ritmi naturali della terra e in cui le notti, luoghi sinistri in cui le paure si amplificavano, erano davvero nere come il peccato. (tratto da G. Staffa, 101 Storie sul Medioevo, N.C.Ed.) (continua) Gaetano Masuzzo/cronarmerina