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Sepolcro barone Marco Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina
Sepulcher baron Marco Trigona, 17th century, Cathedral, Piazza Armerina
martedì 18 dicembre 2018
Edicola n. 64
L'Edicola Votiva n. 64 si trova in via Sascaro al Monte. Precisamente alla fine della via che arriva in piazzetta Misericordia. Realizzata di recente in mattonelle di ceramica, è racchiusa in una nicchia, che sembra una finestra, da uno sportello in ferro e vetro. Col riflesso non si vede bene cosa sia rappresentato nelle mattonelle, ma se ci si avvicina si scorge la Sacra Famiglia. Per come è stata realizzata e per come è tenuta, mi sento di complimentarmi con la famiglia che abita nell'edificio. Siamo a pochi passi dalla Cattedrale e altrettanto vicini da diverse chiese che oggi non esistono più, quella della Misericordia e quella di San Marco. La via che prende il nome dalla chiesa della Misericordia è da considerare la prima stràta mastra della nostra città. Infatti, era la strada principale per dimensioni e importanza, perché nel XIII secolo collegava i due edifici più importanti di quei tempi, la prima chiesa di Piazza, San Martino di Tours, col castello di Piazza, poi convento francescano nonché ospedale "Chiello". La strada per l'esposizione a mezzogiorno e per i frutti che vi si potevano essicare al sole in quantità, era chiamata dai nostri antenati che vi abitavano a stràta d' li chiàppi, ovvero la strada di passulöngh, dei fichi secchi.
sabato 15 dicembre 2018
A S. Lucia il Bambino Gesù di Praga
Nella foto c’è la statua del Bambino Gesù di Praga che oggi si trova nella chiesa di Santa Lucia ai Canali. È la copia della statuetta lignea e ricoperta di cera, la cui venerazione è dilagata in tutto il mondo cattolico, dopo che la principessa Polyxena di Lobkowitz, ricevuta come dono di nozze dalla madre spagnola Maria Manrique de Lara y Mendoza (1538 ca.-1608), la donò ai frati Carmelitani scalzi di Praga nel 1628, dove si trova collocata nella chiesa di S. Maria della Vittoria. A Praga, inoltre, sono conservati una gran quantità di vestiti per il santo Bambino donati da Governi di tutto il mondo. Sebi Arena il 13/12/2017 su Facebook ci fece sapere che «La statua era collocata nel primo altare di destra della chiesa di S. Maria d'Itria prima del rovinoso crollo di una decina di anni fa. Quando ero bambino si faceva una piccola processione sul sagrato della chiesa dove si bruciavano in un braciere i "fioretti" che avevamo fatto».
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mercoledì 12 dicembre 2018
Corbezzolo, uno spettacolo... storico!
Il corbezzolo e i suoi frutti
Proprio in questo periodo dell’anno, un albero diffuso in tutta l’area mediterranea, dopo la sbocciatura a grappolo di piccoli fiori bianchi a campanula, ha prodotto dei frutti tondeggiandi di un bel rosso acceso, come quelli nella foto. Si tratta dell’Arbutus unedo o Àlbatro, altrimenti conosciuto in Italia come Corbezzolo (Salernitano), a Piazza ‘Mbriaccòt (Ubriaco). È un albero di modeste dimensioni dallo sviluppo disordinato e con fogliame brillante sempreverde col margine seghettato, il cui fusto è un ottimo combustibile per il riscaldamento casalingo, ma il suo utilizzo maggiore è per gli arrosti grazie alle sue caratteristiche aromatiche. Il corbezzolo è un legno molto robusto e pesante, e si racconta che nell’antica Grecia fosse ricercato per tornire dei piccoli flauti. Per il bel colore vivo delle bacche, in contrasto con la chioma brillante, l’albero è denominato "pianta dell'ospitalità", perché posto solitamente all'ingresso delle dimore dei feudatari, in prossimità dei cancelli, era il benvenuto adeguato per gli ospiti. Oltre allo scopo decorativo, esiste quello di ottenere dei buoni frutti dal sapore molto dolce da consumare crudi o in marmellata. Il sapore però per alcuni è fastidioso, ecco da dove deriva il termine unedo. Plinio il Vecchio, in contrasto con l'apprezzamento che in genere riscuote il sapore del frutto, sosteneva che esso fosse insipido e acidulo (ricorda i frutti del Sorbo) che quindi dopo averne mangiato uno (unum = uno e edo = mangio) non viene voglia di mangiarne più. Pertanto, al nome dato da Virgilio, che nelle Georgiche lo chiama semplicemente Arbustus (Arbusto), si aggiunge quello di Plinio, unedo. I frutti, come si è detto, si possono consumare direttamente, farne delle confetture o delle mostarde o, conservandoli sotto spirito, dei liquori. Ed è proprio con la fermentazione che forniscono una buona acquavite, dal cui distillato si ricava una bevanda alcolica. Da ciò nasce il nome piazzese ‘Mbriaccòt (che fa ubriacare). Attorno a questo bellissimo albero, esistono diversi aneddoti e curiosità. • La rudimentale barella di Pallante, figlio di Evandro e grande compagno di Enea, con cui fu portato “fuori dalla pugna” venne intrecciata con rami di Corbezzolo. Pallante era stato il primo ad avvistare la nave dei profughi di Troia, guidati da Enea, che risaliva il Tevere. Fu poi ucciso da Turno, re dei Rutuli. Quest’ultimo, sfidato da Enea in combattimento, venne a sua volta sopraffatto e ucciso consentendo così ad Enea di vendicare la morte del suo grande amico. Successivamente Enea sposò Lavinia, figlia del re Latino, che però prima era stata promessa a Turno. Dopo questi fatti venne fondata la città di Lavinia, che dovrebbe essere l’odierna Pratica di Mare. • Forse partendo anche da questi lontani spunti, vari Autori indicano come il Corbezzolo fosse poi divenuto un albero risorgimentale. Quindi un simbolo dell’Unità d’Italia per la sua storia, ma anche e soprattutto per i suoi colori autunnali delle foglie (verde), fiori (bianco) e frutti (rosso), che rievocano quelli della bandiera della Repubblica Cispadana prima (Tricolore orizzontale, Reggio Emilia 23 dicembre 1796), della Repubblica Cisalpina poi (Tricolore verticale, 7 gennaio 1797) e, infine, del Regno e della Repubblica Italiana. Ecco perché il corbezzolo è chiamato anche “la pianta di Garibaldi”. • Il Monte Cònero, dal nome greco del Corbezzolo (κόμαρος - pron. Kòmaros), è il promontorio sulle cui pendici settentrionali, dove la vegetazione è appunto ricca di arbusti di quest’albero, sorge la città di Ancona. Qui una secolare tradizione voleva che gli abitanti della zona accorressero nel giorno dei santi Simone e Giuda (28 ottobre) nelle selve per cibarsi abbondantemente dei frutti del corbezzolo incoronandosi dei rami della pianta, perpetuando così un rito bacchico rivisitato in chiave cristiana. Oggigiorno la festa del corbezzolo non è più celebrata ufficialmente, ma gli abitanti della zona del Cònero amano ancora recarsi nei boschi del promontorio per raccogliere i corbezzoli durante le belle giornate autunnali. • Un ramo di corbezzolo con due frutti è rappresentato nello stemma della Provincia di Ancona, a indicare la particolarità geografica maggiore della zona. • La città di Madrid ha come simbolo un'orsa poggiata su di un albero di corbezzolo. • Il poeta latino Ovidio parla del corbezzolo descrivendo la vita nell'età dell'Oro:
«Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
dall'aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
e ghiande cadute dall'albero arioso di Giove».
• Le leggende raccontano che rami di corbezzoli messi sugli usci servissero per proteggere le stalle e le culle dei neonati. Si narra di una vicenda mitologica in cui le strigi, strani uccelli con il becco da rapaci e le penne tutte bianche (si diceva fossero donne trasformate così, per magia!) tentarono di aggredire la culla di Proca, l’erede al trono di Alba Longa. Però con filtri magici, e un ramo di corbezzolo appunto, le nutrici riuscirono a salvare il bimbo dall’attacco delle predatrici.
• Da ultimo segnalo, anche per una certa somiglianza di forma dei frutti (che sono inconfondibili palline di colore rosso) che questi vengano associati alla dizione toscana di “corbelli”. Quindi si esclama: “non rompere i corbezzoli”, alludendo però a qualcos’altro!
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lunedì 3 dicembre 2018
Fontana Park Hotel/n. 68
Questo è il mascherone della Fontana n. 68 presente presso il Park Hotel Paradiso. Si trova in c.da Sant'Andrea, appena varcato l'ingresso della grande struttura alberghiera, sulla destra. Anche se nella bocca del mascherone in terracotta c'è un grosso tubo, da questo non fuoriesce l'acqua. Tanti anni fa, quando la struttura aveva cambiato il nome da Villa Assunta a Park Hotel Paradiso, poco metri dopo questa fontana, c'erano gli unici campi da tennis usufruibili della città. Oggi la struttura offre una piscina all'aperto in estate e una al coperto in inverno.
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venerdì 23 novembre 2018
Edicola n. 63
L'Edicola Votiva tra le vie Barbera a sx e S. Nicolò a dx
Interno dell'Edicola Votiva n. 63
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mercoledì 14 novembre 2018
Fontanella Stazione Dittaino/n. 22
Quella nella foto è la Fontanella della Stazione Ferroviaria di Dittaino/n. 22 del mio censimento. Mi verrebbe da dire che è quello che rimane della fontanella di una volta, a pochi passi dal cancello d'ingresso laterale di dx, che immette subito sulla banchina ferroviaria. È arci arrugginita dopo diverse mani di pittura, in disuso, senza acqua e messa lì in "castigo", abbandonata. Sarebbe meglio metterla da parte, ma noi, si sa, "ci teniamo" alle cose antiche. Chissà, forse un domani ci potrebbe servire nuovamente, meglio tenerla così, pronta al disuso. Inutile ricordare, soprattutto a quelli della mia età, l'importanza che aveva per noi Piazzesi questa stazioncina in mezzo alla piana deserta del fiume Dittaino, sino a qualche decennio fa. Da Piazza, prima in littorina, poi in auto, si arrivava per dirigersi coi treni sempre più "confortevoli", o verso Catania e quindi verso il Nord, per studiare o trovare fortuna, con la speranza un dì, di tornare (ma quànnu?!), o verso Palermo, per sbrigare faccende regionali o studiare come me all'I.S.E.F.. Da Piazza più di due ore e mezza per Catania, quasi cinque per Palermo. Cioè il tempo che ci vuole oggi per andare in aereo a Milano, fare acquisti alla Rinascente, e tornare in serata. Per non parlare del ritorno. Se il treno arrivava in ritardo, quasi sempre, non si trovava la coincidenza con la Littorina prima, con l'autobus sostitutivo poi. Niente male, non rimaneva che telefonare ai nostri familiari in trepida attesa dal telefono a scatti del bar ma, se questo aveva già chiuso, dal telefono a gettoni, anch'esso quasi sempre fuori uso. Dopo qualche ora, un parente o un amico, a sua volta avvertito da qualcuno di passaggio da Dittaino, che gli aveva comunicato che c'erano numerosi viaggiatori lì ad aspettare, partiva alla volta della stazione, per recuperare i superstiti, a bordo di auto sempre ultimo modello. Pertanto, si arrivava a casa dopo ore e ore di viaggio, freschi come le rose. Se il "recupero-superstiti" tardava, c'era il MOTEL accanto per trascorrere lì la notte che, se non sbaglio e la memoria non m'inganna, si chiamava "SALA D'ASPETTO II CLASSE", con lunghe poltrone in legno di mogano così comode, ma così comode! Scusate, mi sono fatto "trasportare" dai ricordi dei bei tempi. Comunque, nel bene e nel male, oggi, ogni volta che passo in velocità da quel bivio diretto verso l'autostrada o l'outlet, getto sempre un'occhiata a quella stazione e, vi assicuro, non è mai di sfuggita.
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sabato 10 novembre 2018
Fontanella c.da Gigliotto/n. 21
Questa nella foto è la Fontanella di c.da Gigliotto n. 21. Come si vede è in pietra e molto recente, ma la storia del sito dove si trova, la stessa della Fontana/Abbeveratoio di c.da Gigliotto/n. 43 , è molto antica. Gigliotto, che da noi è associato al bivio che si trova a ca. 18 Km da Piazza, si trova a 4 Km da San Michele di Ganzaria e a poco più di 2 da San Cono, in provincia di Catania. La fontanella si trova al centro della grande Azienda Agrituristica Gigliotto, su una collina dalla quale si ammira il panorama di gran parte della Sicilia orientale. Al tempo degli Aragonesi questa vasta area chiamata Ganzaria,¹ era un feudo della famiglia Gravina, precisamente di Michele Gravina De Modica il quale, nel 1574, vende il feudo Gigliotto a Silvio Bonanno, forse un suo nipote.² Da allora il feudo rimane di proprietà della famiglia Bonanno sino ad arrivare a Francesco Paolo Bonanno Cattaneo principe di Linguaglossa nel 1899. Nel 1990 il feudo viene acquistato dalla famiglia Savoca, residente a Piazza, che trasforma la masseria.
¹ Il nome deriva da Cunsaria dall'arabo Hinzàriyyah ossia "cinghialeria", dagli animali che evidentemente popolavano questa zona e quella vicina di Qal'at a-Hinzàriyyah «la rocca della cinghialeria» ovvero Caltagirone, chiamata anche Qal'at al-Ganùn «la rocca dei genii» (Cfr. Biblioteca Arabo-Sicula, raccolta da Michele Amari, seconda edizione riveduta da U. Rizzitano, I, Palermo 1997, p. 86 e nota 231). Alla fine del Quattrocento il casale in terra di Ganzaria, fondato dagli Arabi e abitato dagli Angioini, risulta distrutto. È Don Antonio Gravina "il Bellicoso" che nel 1534 lo ricostruisce, favorendo l'insediamento di esuli Greco-Albanesi che si impegnano a costruire case in muratura, perciò il casale è detto "dei Greci".
² In quanto Michele Gravina De Modica, barone di Gigliotto nel 1569, era sposato con Fenisia Bonanno. Nella stessa pagina al rigo 17 di F. San Martino De Spucches, Vol. IV, p. 94, si riscontra un errore cronologico o di stampa: «s'investì dei feudi Gigliotto [...] a 6 maggio 1669» invece di 1569.
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¹ Il nome deriva da Cunsaria dall'arabo Hinzàriyyah ossia "cinghialeria", dagli animali che evidentemente popolavano questa zona e quella vicina di Qal'at a-Hinzàriyyah «la rocca della cinghialeria» ovvero Caltagirone, chiamata anche Qal'at al-Ganùn «la rocca dei genii» (Cfr. Biblioteca Arabo-Sicula, raccolta da Michele Amari, seconda edizione riveduta da U. Rizzitano, I, Palermo 1997, p. 86 e nota 231). Alla fine del Quattrocento il casale in terra di Ganzaria, fondato dagli Arabi e abitato dagli Angioini, risulta distrutto. È Don Antonio Gravina "il Bellicoso" che nel 1534 lo ricostruisce, favorendo l'insediamento di esuli Greco-Albanesi che si impegnano a costruire case in muratura, perciò il casale è detto "dei Greci".
² In quanto Michele Gravina De Modica, barone di Gigliotto nel 1569, era sposato con Fenisia Bonanno. Nella stessa pagina al rigo 17 di F. San Martino De Spucches, Vol. IV, p. 94, si riscontra un errore cronologico o di stampa: «s'investì dei feudi Gigliotto [...] a 6 maggio 1669» invece di 1569.
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