Sepolcro barone Marco Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina
Sepulcher baron Marco Trigona, 17th century, Cathedral, Piazza Armerina

giovedì 5 marzo 2020

Edicola n. 67

Per questa foto, che si riferisce all'Edicola Votiva n. 67 del mio censimento, devo ringraziare uno dei giovani fotografi più attivi in questo periodo nella nostra cittadina, Alessio D'Alù. Infatti, è stato lui che nel febbraio del 2016 me l'ha inviata, segnalandomi anche il luogo in cui si trovava, e spero che si trovi ancora, la contrada Mangone. Come si può vedere dalla nicchia, che racchiude un dipinto dedicato alla Crocifissione, e dalla cappella in cui è sistemata, è in pessime condizioni. Purtroppo, come tutte le cose terrene, l'edicola, che sicuramente fu eretta tanti anni fa per devozione di alcuni residenti, è caduta nel disinteresse e nell'oblio più assoluti e, quindi, è in procinto di scomparire definitivamente.

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sabato 15 febbraio 2020

Il sepolcro di Marco Trigona

 Sepolcro barone Marco Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina

Sepolcro barone Melchiorre Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina


L’altro giorno visitando per l’ennesima volta la nostra Cattedrale, ho rivisto il sepolcro di colui che volle, con l’enorme lascito di 100.000 scudi, per altri 140.0001, la ricostruzione della Chiesa Madre sulla precedente trecentesca di Santa Maria Maggiore, il barone Marco Trigona (1546-1598). La tomba del benefattore, in marmo bianco, si trova dietro l’altare maggiore sulla sinistra, mentre sulla destra c’è quella, in marmo nero, di un suo bisnipote, Melchiorre Trigona (1611-1637), di cui parlerò più avanti. Il monumento scolpito nel 1600 dal maestro Raffaele Li Rapi e decorato dal maestro Leonardo Lupo, fu sistemato nel 1605 dal maestro Ruggero di Noto nella cappella prediletta della famiglia Trigona, quella dedicata alla SS. Annunziata2 nella Chiesa Madre. Quasi un secolo dopo, il 23 giugno del 1698, il sepolcro fu spostato, a tribuna ultimata, nel coro del Duomo, dove oggi si trova. Nella parte alta dentro una cornice marmorea (foto in alto), è riprodotto a rilievo e di profilo il busto del barone Trigona, con lo sguardo rivolto verso l’alto, in direzione della teca in argento contenente l’icona bizantina in tela su tavola, rappresentante Maria SS. delle Vittorie, più precisamente la Madonna col Bambino fra le braccia. Alla base della cornice è scolpita la frase «VENIAT IMMUTATIO MEA». Le tre parole latine sono tratte da uno dei versetti (il 14°) che compongono il XIV capitolo dei 42 del Libro di Giobbe. Questo libro è un testo contenuto nella Bibbia, originariamente scritto in ebraico, poi in greco e in latino e la sua trama è molto semplice: è la vita di un uomo ricco, onesto, un uomo che vive nella terra di Uz, fuori dalla Palestina e che appare un esempio di vita perfetta, sia dal punto di vista religioso, che dal punto di vista umano. Il Satana, però, mette in dubbio la sua virtù, non è convinto che la religiosità di Giobbe sia autentica, così ottiene da Dio il potere di metterla alla prova, Giobbe deve perdere tutto quello che possiede, tutto, anche i propri figli. Ciò nonostante, narrano i primi capitoli, Giobbe non viene meno alla sua fede. Ha tre amici, che vengono a consolarlo, ma arrivati da lui non riescono a dire una parola, tanto la sua sofferenza è grande. Poi incomincia un dialogo, nel quale gli amici cercano di convincere Giobbe che c’è un motivo per la sua sofferenza, se Dio lo ha colpito in modo così grave, Giobbe deve avere una qualche responsabilità, deve avere un qualche peccato. Ma Giobbe non è convinto, anzi è convinto della propria giustizia e chiede conto a Dio e Dio risponde, si pone davanti a lui sottoponendolo a una serie di interrogativi, ai quali Giobbe non è in grado di rispondere, per cui è costretto, al termine di questo confronto con Dio, a riconoscere la propria piccolezza e a rinnovare la sua fiducia in Dio. E questo sembra in qualche modo, il culmine del libro, anche se segue una conclusione, nella quale vengono restituiti a Giobbe tutti i beni che aveva prima, per di più raddoppiati. Tornando al versetto 14 del XIV capitolo del Libro di Giobbe, nella versione in latino è «Putasne mortuus homo rursum vivat? Cunctis diebus, quibus nunc milito, exspectarem, donec veniat immutatio mea»3, ovvero «L’uomo che muore può forse rivivere? Aspetterei tutti i giorni del mio duro servizio, finché arrivi per me l’ora del cambio!»4. Pertanto, “veniat immutatio mea” sarebbe “finché arrivi per me l’ora del cambio” oppure “finché venga la mia trasformazione”. Una spiegazione di quale “cambio” o “trasformazione” si tratta, ce la dà Sant’Alfonso Maria de Liguori (1696-1787) vescovo e dottore della Chiesa, nella sua opera Classe Prima. Opere Ascetiche. Via Della Salute: «Pativa Giobbe nel combattere con tanti nemici, ma si consolava colla speranza, che vincendo, e risorgendo dopo la morte, avrebbe mutato stato. […] In cielo si muta stato, quello non è più luogo di fatica, ma di riposo; non di timore, ma di sicurezza; non di mestizia e tedio, ma di allegrezza e gaudio eterno. Colla speranza dunque di tal gaudio animiamoci a combattere sino alla morte, e non ci diamo mai per vinti a’ nostri nemici, donec veniat immutatio nostra, finché non giungerà la fine del nostro combattimento, e il possesso dell’eternità beata»5. A questo punto si può ben capire, come quelle tre parole, non si sa se volute dal Barone stesso prima della sua dipartita, o spontaneamente dai due esecutori testamentari di cui si fa menzione nella lapide sottostante, Francesco de Assaro6 e Angelo Trigona7, racchiudano la consapevolezza del Barone, o dei due parenti che ben lo conoscevano, di non essersi dato mai per vinto e di aver combattuto sino alla morte, per il fine ultimo di ottenere, mutando il proprio stato, l’eternità beata. Nella lapide sottostante, oltre ai due esecutori testamentari di cui sopra, si leggono il nome della moglie, Laura, le opere più importanti volute dal Barone e la data della sua morte, 17 luglio 1598.  L’altro sepolcro, quello in marmo nero, custodisce le spoglie di Trigona Melchiorre barone di Spedalotto, nato nel 1611 e morto, come si legge sulla lapide, nel marzo del 1637, a 26 anni. Inoltre, si legge che a volere la tomba per porla dove si trova, fu il figlio Francesco barone di Spedalotto, Gatta e Ursitto sposato con Rosalia Marchiafava dalla quale ebbe 5 figli.

1 «Marco Trigona B. della Gatta, Ursitto, ed Alzacuda, che fece erede di tutte le sue ricchezze ascendenti alla somma di scudi 140.mila in circa la Beatissima Vergine Protettrice di essa Città di Piazza, col quale fondo si fecero tante opere pubbliche» (Francesco Maria Emanuele e Gaetani, Della Sicilia Nobile continuazione della parte seconda, Baronaggio di questo Regno di Sicilia, Nella Stamp. de' Santi Apostoli, Palermo 1757, p. 182). Non meno notevole fu il lascito di 60.000 scudi della baronessa Panfilia Spinelli, vedova del barone Giovanni Andrea Calascibetta e Landolina, di quasi un secolo prima, nel 1517, destinati al rinnovamento della chiesa trecentesca (cfr. Domenica Sutera, La Chiesa Madre di Piazza Armerina, Lussografica, CL 2010, p. 25).

2 In questa cappella, che si trovava a sinistra della tribuna dell'allora Chiesa Madre, nel 1594 fu realizzato l'arco in alabastro dallo scultore Antonuzzo Gagini (†1602). L'opera in seguito fu posta nel battistero, a destra dell'entrata principale del nuovo Duomo, oggi Cattedrale (ivi, pp. 26, 140).

3 http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_vt_iob_lt.html#14 (consultato il 29 gennaio 2020).

4 http://ora-et-labora.net/bibbia/giobbe.html#cap_giobbe_14 (consultato il 29 gennaio 2020).

5 Opere del Beato Alfonso Maria de Liguori, Classe Prima, Opere Ascetiche, Via Della Salute, Per Giacinto Marietti Librajo, Torino 1825, Vol. IX, p. 259.
 
6 Non si tratta del padre di Laura, Giovan Francesco de Assaro matematico e medico già morto nel 1593, bensì del padre di quest’ultimo e nonno di Laura, Francesco de Assaro regio precettore della Val di Noto nel 1545.
 
7 Forse primogenito di Giovan Francesco Trigona, laureato in legge civile e criminale, e Vincenza Gaffore.
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giovedì 6 febbraio 2020

Edicola n. 66




L'Edicola Votiva n. 66 è composta da una statua in marmo della Madonna (foto in alto) e dal busto (foto in mezzo), sempre in marmo, del Beato Giacomo Cusmano che si trovano presso l'Istituto "Boccone del Povero - Fratelli La Malfa", a poche centinaia di metri dal centro abitato a sud di Piazza. Dall'aprile del 2015, un decreto della Regione Siciliana ha concesso la possibilità alla CONGREGAZIONE FEMMINILE DELLE SERVE DEI POVERI "BOCCONE DEL POVERO" OASI CUSMANO LA MALFA, di svolgere attività assistenziale a favore di Anziani presso la Casa di Riposo di Contrada Scarante a Piazza Armerina. Dal sito www.cusmano.org sappiamo che «il fondatore del "Boccone del Povero" fu il Beato Giacomo Cusmano, nato a Palermo il 15 marzo 1834 e morto il 14 marzo 1888 a soli 54 anni, spesi per il servizio dei fratelli poveri in cui vedeva Gesù. Apparteneva alla nuova borghesia siciliana, fu medico assieme ad Enrico Albanese, medico di Garibaldi e fondatore dell’Ospizio Marino a Palermo, e Michele De Franchis. Il Cusmano fu medico di poveri che affollavano la Palermo dell’800 e le campagne di San Giuseppe Jato, dove i Cusmano possedevano terre e case. Ma davanti alla miseria sempre crescente (colera, guerra del ’48 e del ’60, sommosse del ’66) volendo fare di più per la gente si fece prete, prete per i poveri. Contemplando nel volto del Povero Gesù stesso, s’impegnò con tutte le sue forze e i suoi averi a raccogliere, sfamare, istruire i poveri e fonda allora, il “Boccone del Povero”. A casa dell’amico De Franchis aveva visto che ogni commensale, prima di mangiare, metteva da parte un boccone, con cui si sfamava un povero. “Se tutti i benestanti di Palermo facessero la stessa cosa, si potrebbero sfamare tanti poveri”. E va di casa in casa in cerca del boccone, con cui sfamare tanti vecchi, ragazzi, bambine, giovani, sfruttate…». Le suore della Congregazione Femminile Delle Serve Dei Poveri precisano che «Siamo religiose di voti semplici e perpetui, che viviamo una vita fraterna di “carità” ad imitazione di Cristo povero casto e ubbidiente, in una congregazione di vita apostolica, di diritto pontificio, chiamate a vivere la santità nella fedeltà del carisma del Cusmano. Abbiamo come fine "predicare la fede con la carità delle opere" per la salvezza delle anime e la promozione integrale del Povero, a gloria di Dio». Nel sito, però, non si parla dell'altro termine "LA MALFA". Dalle ricerche fatte tempo fa, risulta che l'Istituto "La Malfa" fu istituito dal vescovo di Piazza Armerina mons. Mario Sturzo nel 1905; nel 1953 i fratelli Giovanni e Gerolama La Malfa fondano l'Orfanotrofio maschile "S. Gabriele dell'Addolorata" con sede in via Monte Prestami e, nel 1961, i fratelli farmacisti Giovanni e Salvatore, assieme alla sorella insegnante Gerolama La Malfa, lo trasformano in "Casa Del Fanciullo", passando tutti i loro beni alla Congregazione delle Suore del "Boccone del Povero", che si occupano soprattutto dei figli abbandonati da genitori separati. I fratelli La Malfa riposano tutti nel cimitero della Bellia, nella loro tomba sul viale a poche decine di metri sulla dx dall'ingresso principale. Nella foto in basso il grande quadro che ritrae il Beato Cusmano in un locale della Cattedrale, nella salita Marco Trigona.

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lunedì 27 gennaio 2020

Sepoltura di nobili piazzesi a Palermo

 Lapide sepolcrale coniugi Trigona e Starrabba, 1670, chiesa di S. Maria della Catena, Palermo
Chiesa di S. Maria della Catena, Palermo, XV-XVI sec.

Sin dai primi anni del Seicento, alcuni appartenenti alle nobili famiglie piazzesi, avevano deciso di soggiornare e, in alcuni casi, di trasferirsi definitivamente a Palermo. Era il periodo della grandiosa operazione urbanistica che modificò con demolizioni, sventramenti ed edificazioni il tessuto topografico della città. I nobili e gli ordini religiosi per attestare la loro opulenza e potenza facevano a gara nell'edificare splendidi palazzi, chiese sontuose, grandiose case conventuali. I baroni si presentavano alla Corona come l'unica forza in grado di assicurare la pace sociale e la fedeltà alla Spagna da parte dei Siciliani. Tra questi nuovi palermitani troviamo alcuni componenti di due tra le più nobili, ricche e influenti famiglie di Piazza, la Trigona e la Starrabba. Questa presenza di piazzesi nella capitale della Sicilia è confermata da una lapide sepolcrale (foto in alto) nella chiesa di Santa Maria della Catena (foto in basso). Edificata tra la fine del '400 ed i primi del '500 la dove c’era già un’antica cappella votiva, la chiesa di Santa Maria della Catena era così chiamata perché si trovava ad una delle estremità della catena di ferro che chiudeva il vecchio porto al fine di impedire le incursioni nemiche, ma anche a memoria del miracolo avvenuto nell’agosto del 1392 per il quale tre palermitani, che dovevano essere ingiustamente impiccati in Piazza Marina, legati dai propri carnefici all’altare dell’antica cappella, nell’attesa che passasse un forte temporale sopraggiunto, videro accolte le loro preghiere alla Madonna, la quale gli parlò liberandoli dalle catene. Il progetto della chiesa è attribuito a Matteo Carnalivari, insigne architetto rinascimentale di cultura catalana. In seguito al prolungamento sino al mare del Cassaro (oggi Corso Vittorio Emanuele) nel 1581, si creò un dislivello che fu colmato con una scalinata d’accesso¹. Dopo l'ingresso si notano tre navate e ai fianchi delle due navate laterali sono presenti le cappelle, aggiunte più tardi. Per i danni dell'ultimo conflitto mondiale, sono rimaste integre le cappelle del lato destro, mentre la parete di sinistra è stata danneggiata dai bombardamenti². È proprio in una delle semi-cappelle ricostruite (la seconda nel lato danneggiato di sx) che troviamo la lapide nella foto in alto. Leggendola attentamente si scopre che è stata posta nel 1670 da don Antonino Maria Trigona e Starrabba, in ricordo dei suoi genitori, don Antonio (o Antonino junior) Trigona barone di San Cosmano morto due anni prima (1668) e donna Solomea Starrabba e Landolina, figlia del regio milite Pietro barone di Scibini e di Francesca Landolina baronessa di Giardinelli³. Inoltre, sia i due Trigona sia Solomea erano nipoti del barone Marco Trigona (1546-1598), in quanto lui e il fratello Antonio erano figli del barone di Spedalotto sposato con una Starrabba, Vincenza. Un'ulteriore conferma che i matrimoni tra nobili parenti erano frequentissimi, l'abbiamo dallo stesso barone Marco che aveva sposato Laura (1557-1597) figlia di sua sorella Beatrice e di Giovan Francesco de Assaro, pertanto Laura era nipote di Marco. Per quanto riguarda il sito originario della posa della lapide, esiste qualche dubbio derivante da quanto è riportato in una pagina dell'opera "Della Sicilia Nobile" del marchese di Villabianca Francesco M. Emanuele Gaetani4 «Per chiosa di questo capitolo [riguardante la famiglia Trigona] placemi trascriver quivi una nobile iscrizione sepolcrale di un Cavaliere di questa Casa, che vedesi in questa nostra Metropoli [Palermo] nella chiesa di S. Giuseppe dei Padri Teatini incisa in una tavola di marmo posta per pradella dell'Altare di S. Andrea Avellino» e segue l'identica iscrizione nella lapide. Si sconoscono i motivi per i quali la lapide si trovi oggi nella chiesa palermitana di Santa Maria della Catena, se l'Emanuele Gaetani l'ha vista a metà del Settecento presso la chiesa dei Teatini ai Quattro Canti.    

¹ Cfr. il sito http://www.turismopalermo.it/chiese-palermo/chiesa-santa-maria-della-catena (consultato il 22 gennaio 2020). Originariamente le scalinate erano due laterali. Il prolungamento creò il cosidetto "Cassaro morto" cioè l'ultimo tratto della strada, il tratto più "giovane ma meno nobile" (Le chiese del Cassaro morto, palermo.mobilità.org, consultato il 25 gennaio 2020).
² Cfr. il sito http://www.palermoviva.it/chiesa-santa-maria-della-catena/ (consultato il 22 gennaio 2020).
³ Ciò spiega i blasoni delle due famiglie nei due quarti superiori degli stemmi ai lati dell'iscrizione: Trigona e Starrabba, mentre in quelli inferiori ci sono i blasoni di due antenate di Solomea, a sx quello della nonna, Ippolita Sortino b.ssa di Scibini, a dx quello della madre, Francesca Landolina b.ssa di Giardinelli.
4 F. M. Emanuele e Gaetani, Della Sicilia Nobile, Nella Stamperia de' Santi Apostoli per P. Bentivegna, Palermo 1757, Vol. 3, Continuazione della Parte II, p. 183.

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giovedì 12 dicembre 2019

Storia recente dell'Istituto Industriale

L'I.T.I.S. di piazza Senatore Marescalchi, Piazza Armerina, 2019


Nel precedente post Prima di Majorana eravamo rimasti all'ultima intitolazione, avvenuta nel 1982, dell'Istituto Tecnico Industriale di Piazza Armerina al fisico nucleare catanese Ettore Majorana. In questi giorni, dovendo pubblicare l'esistenza del VI orologio solare presente a Piazza Armerina, ho consultato il sito internet dell'Istituto e dalla "Storia della scuola" ho appreso che ci sono stati alcuni cambiamenti, sia nella denominazione che nell'indirizzo dell'istituto scolastico. Nel 1997 all'Istituto Tecnico Industriale è stato aggregato il P.A.C.L.E. ovvero l'Istituto Perito Aziendale e Corrispondenti in Lingua Estera, evoluzione dell'antico Istituto Tecnico Femminile oggi Istituto Tecnico per il Turismo. Sempre nel 1997 avviene l'aggregazione all'Istituto dei due Licei presenti a Piazza, il Liceo Classico, intitolato nella prima metà del '900, al gesuita piazzese Prospero Intorcetta e, successivamente, al generale Antonino Cascino e il Liceo Scientifico, nato nel 1969, autonomo dal 1975 e intitolato al preside Vito Romano nel 1981. Dall'anno scolastico 2016/2017, in seguito al piano di riorganizzazione della rete scolastica siciliana, è stato costituito il nuovo I.I.S. (Istituto d'Istruzione Secondaria) Tecnico Industriale ed Economico "Ettore Majorana - Antonino Cascino" a indirizzi Chimica, Elettronica, Informatica, Meccanica, Turistico, Liceo Classico e Liceo Scientifico. L'unica cosa che, lungo tutti questi anni, è rimasta immutata, è il suono della sirena. Però, mentre prima veniva azionata immancabilmente alle 8:00 esatte, per invitare gli alunni a fare il loro ingresso a scuola, da alcuni anni il suono è stato anticipato alle 7:55. La sirena doveva servire a ricordare e ad abituare gli alunni che la scuola, essendo a indirizzo "industriale", fosse già un'industria, con orari e ritmi particolari ben precisi.    

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martedì 19 novembre 2019

La grande lapide a San Martino


Lapide sul pavimento all'ingresso della chiesa di San Martino di Tours, Piazza Armerina

 Chiesa di San Martino di Tours, XII sec., Piazza Armerina

Nell’ultima mia visita dell’11 novembre scorso, alla chiesa di San Martino di Tours della nostra Città, ho rivisto e rifotografato la lapide nella foto in alto. Questa volta ho provato a capire di cosa si tratta. Siamo nel 1589, la nostra città, chiamata oltre che Platia anche Plaza, da settant’anni porta il titolo di Civitas Opulentissima (Città Ricchissima), ottenendo il privilegio di accollare lo stemma comunale all’aquila nera della Casa reale d’Aragona. Ma l’opulenza non ripara la comunità dalle continue epidemie di peste. Negli ultimi settant’anni, appunto, ve ne sono state ben sette, causando ogni volta centinaia di vittime, se non migliaia, nonostante le misure adottate dai vari medici, uno fra tutti il protomedico del regno piazzese Antonio Pirro (m. 1532 a Palermo). Tra le misure adottate c’è anche quella ignorante, superstiziosa e sbrigativa di dare alle fiamme tutto quello che capita, comprese le carte dei vari archivi, come nel 1575, quando vengono distrutti secoli di notizie sui nostri antenati. Anche le carestie, quasi sempre conseguenti alle siccità cicliche, hanno provocato tanti morti e in Sicilia, negli ultimi cinque anni, ne hanno causato ben 250.000. Tutto ciò, però, non rallenta l’incremento della popolazione, che raggiunge oltre i 16.000 abitanti, quasi tutti situati nell’antico quartiere, o meglio, negli antichi quartieri, che formano la città murata¹. Uno di questi è quello che dal XIII secolo si è venuto a formare attorno a quella che si ritiene la prima chiesa della città, distrutta nel 1161 e ricostruita nei decenni successivi, per volontà degli Aleramici. È la chiesa di San Martino di Tours (foto in basso), il quale culto arriva in Sicilia con i Normanni, che dà, appunto, il nome al quartiere che vi gravita intorno. La chiesa è anche la sede della numerosa Confraternita di Santa Maria della Carità, formata da Sacerdoti e Artigiani, sotto il titolo dei Defunti. Ed eccoci arrivati alla nostra lapide, l’unica rimasta delle tante che dovevano esserci, ma andate perdute nei vari restauri, rimaneggiamenti, ristrutturazioni. Con essa il priore (il responsabile, il rappresentante) della confraternita che si riunisce nella chiesa, vuole ricordare il benefattore che si è prodigato nell’aiutare i parrocchiani meno fortunati, probabilmente durante l'ultima epidemia. Il priore pro-tempore è il nobile Andrea D’Assaro, sicuramente un parente stretto di Laura, moglie del barone Marco Trigona, e del padre, il medico e matematico Giovanni Francesco de Assaro. Il D’Assaro fa scolpire e murare sullo scalino d’ingresso alla chiesa, per essere sotto gli occhi di tutti i fedeli quando varcheranno l’entrata nei secoli a venire, il nome del benefattore, Antonino Spalletta², piazzese appartenente alla nobile famiglia Spalletta o Espelletti³ che, «essendo molto pietoso» dona nel 1589 la somma di 100 onze4 alla parrocchia di San Martino5. La traduzione completa è la seguente «IL PRIORE ANDREA D’ASSARO PROVVEDE [A PORRE QUESTA LAPIDE PER RICORDARE] LA GENEROSITÀ DI ANTONINO SPALETA E LO ZELO [MOSTRATO NELL’IMPIEGO DELLA SOMMA] DEI PADRI CAPPELLANI DON FRANCESCO TALERI E FRANCESCO BONCORE». Con questa spiegazione ho cercato di collocare la lapide in un preciso periodo storico della nostra comunità, cercando, soprattutto, di dare nuovo lustro a dei concittadini di ben quattro secoli fa. 

¹ Nel Cinquecento i quartieri erano quelli di San Martino, della SS. Trinità, della Castellina, di San Giovanni Battista, di Santa Maria dell’Itria.
² Di Antonino Spalletta risultano anche due legati di maritaggio annuali per le orfane piazzesi (Alceste Roccella, Storia di Piazza, Uomini Illustri, ms. inedito, XIX sec.).
³ Alceste Roccella, Storia di Piazza, Famiglie Nobili, ms. inedito, XIX sec.
4 Sarebbero 14.000 € di oggi.
5 A. Roccella, Storia di Piazza, Famiglie, op. cit..

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sabato 9 novembre 2019

Gli stemmi aragonesi a Piazza

FOTO 1: Castello Aragonese visto dall'alto, Piazza Armerina
FOTO 2: Stemma di Federico d'Aragona III di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), 1296
FOTO 3: Stemma Corona d'Aragona o Barre d'Aragona, 1150
FOTO 4: Stemma di Federico II di Svevia, 1220

In occasione delle giornate del FAI (Fondo Ambiente Italiano) del 12 e 13 ottobre 2019, sono stato invitato presso il Castello Aragonese di Piazza Armerina (Foto 1) dal FAI e dal proprietario Sig. Giancarlo Scicolone, per parlare degli stemmi Aragonesi a Piazza, in particolare di quello che doveva esserci al Castello Aragonese, quando fu costruito alla fine del Quattrocento. Dopo il prof. Salvatore Lo Re, che ha parlato dei castelli precedenti, e la laureanda Giulia Milazzo, che ha parlato del castello dal punto di vista architettonico, ho iniziato a parlare degli stemmi della Casa Reale, originaria dell’Aragona, che dovevano esserci in questo maniero. Dico dovevano, perché in loco non ne sono stati trovati, ma possiamo ipotizzare quali dovevano essere nel periodo tra il Trecento e il Quattrocento. Intanto, diciamo che lo STEMMA è uno scudo che racchiude degli elementi grafici che consentiva (e consente) di richiamare alla mente subito e con chiarezza una famiglia, un capo o un re, durante le battaglie, quando gli eserciti non indossavano le stesse divise. Poi furono usati negli eserciti in guerra e, tra una guerra e l’altra, durante i combattimenti simulati nei tornei. Il sistema di identificazione fu così efficiente che venne adottato in tutta Europa, tanto che nacquero dei funzionari addetti, chiamati “araldi”, in grado di riconoscere i numerodi simboli, dando così vita all’Araldica. Pertanto, sicuramente in un castello come questo o sulle porte d’ingresso della città, doveva esistere uno stemma in metallo, o in legno, in pietra, in marmo, oppure uno stendardo in stoffa, che avrebbe dovuto far capire anche da lontano, chi fosse il sovrano che regnava. Nel periodo poco prima della costruzione e a costruzione avvenuta, quindi poco prima del 1400, lo stemma del regnante consorte di allora (regnava assieme alla moglie, Maria d’Aragona dal 1392) Martino d’Aragona, I di Sicilia dal 1401, detto il Giovane, era quello voluto un secolo prima, nel 1296, da un suo antenato, Federico d’Aragona III re di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), quando questi fu incoronato a Catania nel Castello Ursino. Quindi lo stemma esposto nel castello doveva essere quello nella Foto 2, "Inquartato in croce di Sant'Andrea, al 1° e 4° quarto le Barre d'Aragona, al 2° e 3° quarto d'argento all'aquila col volo abbassato di nero di Svevia-Sicilia". Le “Barre d’Aragona” altrimenti chiamate “Le 4 barre” o “I 4 pali” servivano a ricordare la Corona d’Aragona (Foto 3), formata dal Regno d’Aragona e dalla Contea di Barcellona, unitisi nel 1150, in seguito al matrimonio tra la regina d’Aragona e il conte di Barcellona; le “Aquile di Svevia-Sicilia” servivano a ricordare che lui, Federico III di Sicilia, era pronipote per via materna dell’imperatore Federico II, il quale aveva come stemma, appunto, “un’aquila a volo abbassato di nero posta in campo d’oro” (Foto 4), mentre in quello di Svevia-Sicilia era in “campo d’argento”. Le “Barre d’Aragona”, ovvero i “4 pali di rosso in campo d’oro”, ricorderebbero il viaggio, fatto da uno dei primi re d’Aragona, Sancho Ramírez (1064-1094), a Roma nel 1068, per consolidare il giovane regno d'Aragona offrendosi in vassallaggio al Papa, Alessandro II (1061-1073), documentato insieme all'ammontare del tributo annuo di 600 marchi d'oro. Da ciò si è dedotto che da questo viaggio tornarono, come emblema del vincolo vassallatico, le “barre rosse e oro”, ispirate alle fascette rosse dei sigilli vaticani su fondo dorato, colori propri della Santa Sede e visibili tuttora nell'ombrello Vaticano. Ma a Piazza esistono altri tre stemmi di regnanti con insegne aragonesi. Questi tre stemmi si trovano tutti nel Collegio dei Gesuiti, due murati nel portico e uno, molto grande e di metallo, all’interno della sala della Mostra del Libro Antico. I due murati sono tra i più belli e prestigiosi che abbiamo nella nostra città, e si trovano nel portico grazie al recupero, voluto dal dott. Francesco Galati, durante dei lavori nel collegio negli anni 80/90. Uno è del 1504 ed è di Ferdinando II d’Aragona re di Sicilia dal 1468, ma sullo stemma troviamo il simbolo del Regno di León, un “leone rampante”, di cui era diventato il re da quando aveva sposato la cugina Isabella di Castiglia e León nel 1469. L’altro è, come si può leggere alla base dello stemma, del 1512, e si riferisce sempre al re che rese possibile la scoperta dell’America nel 1492, ovvero Ferdinando II re d’Aragona, ma che, qualche anno dopo, nel 1512 appunto, avrebbe istituito nella nostra città il Tribunale dell’Inquisizione retto prima dai Domenicani e poi dai Gesuiti. Guardando la foto, a colori è meglio, si distinguono i Regni del sovrano in quel periodo. Il terzo stemma con all’interno i colori Aragonesi è quello di Ferdinando I delle Due Sicilie, presente nella sala della Mostra del Libro Antico. È di tre secoli dopo rispetto ai primi due, quando a re Ferdinando I di Borbone re di Sicilia e re di Napoli fu concesso, nel 1816, di riunire i due Regni in quello delle Due Sicilie. Questo stemma si trova nel Collegio dei Gesuiti, perché dal 1780 nel Collegio era stata istituita da re Ferdinando la Real Accademia degli Studi, erede della precedente Università degli Studi, voluta dal gesuita don Antonino Chiarandà, e nello stemma, appunto, c’è la scritta REALE ACCADEMIA DEGLI STUDII DI PIAZZA. Non mi rimane che consigliarvi di visitare, ora che sapete queste prestigiose presenze, il portico del Collegio dei Gesuiti qui accanto e la Mostra del Libro Antico, dove troverete altri nostri gioielli, non ultima l’epigrafe papale affissa, nel 1600, sulla porta della biblioteca del Convento dei Francescani Osservanti di San Pietro.
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venerdì 25 ottobre 2019

U sciùm Vaddutànu


Se ricordo bene, il detto "Tu si còm u scium Vaddutànu" andava in voga a Piazza sino agli anni Sessanta/Settanta, poi niente più. Spesso lo sentivo ripetere da mia mamma nei miei confronti o, qualche volta, di altri familiari e parenti. Devo ammettere che a me, non sapendo cosa volesse dire, non faceva né caldo e né freddo, anche se qualcosa, seppur lontanamente, intuivo, perché bastava fare due più due per avere il risultato di quattro, ovvero il duro rimprovero per aver esagerato, ancora una volta, nel fare una certa azione. Faccio un esempio, prima di spiegare da che cosa deriva il detto. Come tanti "geni" io a scuola andavo così così, e in certi periodi "nan n vulìva màncu d' calàta", ovvero "non ne volevo neanche di discesa" cioè studiavo di malavoglia, perché avevo altro a cui pensare. Il gioco a casa o quelli in via Bonifacio con i compagni, l'associazione cattolica a Santa Veneranda, cioè ancora il gioco, leggere giornaletti, insomma altri importanti interessi. Certi periodi, invece, mi sedevo sulla mia piccola scrivania, che poi non era altro che il tavolino della cucina o una sedia, subito dopo pranzo e non mi alzavo se non dopo aver fatto tutti i compiti e oltre, per ore e ore. Forse è meglio non esagerare, per mezz'ore e mezz'ore. Quindi passavo dal completo disinteresse, che poteva sfociare in negligenza, all'impegno totale che mi coinvolgeva completamente, gettandomi appassionatamente a capofitto. E così nello sport, nelle amicizie, negli affetti, etc., con risultati non sempre positivi e soddisfacenti per la mente, per il cuore e per l'anima. Però, tornando al significato, non capivo a che cosa si riferisse il termine "vaddutànu".
Di recente ho avuto la possibilità di avere tra le mani il volume Storia di Piazza - Uomini Illustri del nostro concittadino avv. Alceste Roccella. Ebbene, leggendolo avidamente, quasi tutto, mi sono imbattuto in un feudo in possesso di alcuni nostri illustri concittadini, il Gallitano e, tra parentesi, quasi sempre, come veniva chiamato dai Piazzesi, Vaddutanu, senza accento. Subito è partita la ricerca per capire il nesso tra il feudo e il famoso proverbio. Alla fine sono arrivato a questa spiegazione.
Il «vasto feudo nobile Gallitano» come dice in una nota il Roccella, si trova «Oggi [...] in provincie di Girgenti con miniere di zolfo appellasi vulgarmente "Vaddutanu"» e, più precisamente, ce lo indica il medico e sacerdote Giuseppe De Gregorio (1703-1771) nel suo opuscolo stampato nel 1746 «Il Ragionamento accademico intorno ad una mofeta di un'acqua minerale di Sicilia; fatto storico fisico accaduto nel feudo del Gallitano, cinque miglia distante dalla terra di Mazzarino» e a est di Sommatino, dove «la Valle del Salso si spalanca in una vasta conca oblunga, definita dalla terrazza fluviale e chiusa tutt'intorno dai rilievi dell'altopiano gessoso - solfifero. Il fiume [Salso o Imera Meridionale] serpeggia pigro lungo la pianura, descrivendo cinque grandi anse tra brevi colline argillose modellate dalle arature, prima di sparire inghiottito dallo stretto di Gallitano»¹.
Quindi, il feudo Gallitano è attraversato dal fiume Salso chiamato in questo tratto Gallitano, in dialetto Vaddutànu. Il fiume qui trova uno stretto con delle gole che ne rallentano la portata, quasi nulla nella stagione secca, ma che le forti precipitazioni autunnali provocano piene improvvise, che possono anche causare pesanti danni ai terreni adiacenti al corso del fiume².
Ecco spiegato come "Vaddutànu" fosse la dizione dialettale di Gallitano, come veniva chiamato il tratto del fiume Salso - Imera Meridionale quando attraversava, appunto, il feudo omonimo, posseduto da nobili piazzesi, e quindi conosciuto bene dai compaesani, ed esistente tra Mazzarino e Sommatino (vedi foto)³. Il fiume in quella zona era ricordato per l'esigua portata durante la stagione secca e per le piene improvvise e abbondanti da provocare frequenti inondazioni, specie in autunno. Tutto ciò spiega perché il fiume veniva preso da esempio per indicare qualcuno (o qualcosa) che non aveva mezze misure, proprio còm u sciùm Vaddutànu, quàn a sìccu sìccu, quànn a sàccu sàccu... còm i 'nvasàti!

¹ Gazzetta Ufficiale - Regione Sicilia, DECRETO ASSESSORIALE 3 maggio 1997 - Dichiarazione di notevole interesse pubblico della Bassa Valle del Salso o Imera Meridionale. (GU Serie Generale n. 187 del 12-08-1997).
² Cfr. Wikipedia, Imera Meridionale - Regime, 24/10/2019.
³ 6 km a ovest di Mazzarino e 4 km a est da Sommatino.

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giovedì 26 settembre 2019

Due stemmi misteriosi

Stemmi prospetto via Umberto, monastero di San Giovanni Evangelista, Piazza Armerina

Era dal 2009 che, dopo una "dritta" del mio amico Totò Murella, sapevo dell'esistenza di questo tesoretto. E dire che c'ero passato accanto migliaia di volte, senza accorgemene, essendo stato anche alunno del vicino istituto Magistrale alla fine degli anni Sessanta. Sì, perchè questo piccolo gioiello è composto da due stemmi scolpiti a rilievo su un unico blocco di pietra arenaria, inserita quasi come pietra angolare, all'inizio del grandioso edificio del monastero delle Benedettine di San Giovanni Evangelista prospiciente la via Umberto, all'angolo con la via Enrico De Pietra. Le sculture rappresentano una delle tante cose di cui ho cercato di darmi una spiegazione, ma senza riuscirci. Dopo l'ennesima richiesta di qualche amico ho cercato di dare una spiegazione, ma purtroppo molto limitata. I due stemmi rappresentano a sx "l'aquila al volo abbassato di nero posta in campo d'oro" degli Hohenstaufen originari dalla Svevia (nell'attuale Germania), da loro adottata in seguito all'investitura reale nel XII secolo¹. A dx è scolpito chiaramente "un leone rampante" che potrebbe richiamare la casa d'Angiò². I due stemmi scolpiti accanto forse ci rimandano alle nozze, nel 1297, tra Violante d'Aragona (1273-1302), figlia di Costanza di Svevia II di Sicilia e di Pietro III d'Aragona, con Roberto d'Angiò (1277-1343) duca di Calabria e re di Napoli nel 1309. Inoltre, potrebbero ricordare coloro i quali vollero o contribuirono alla costruzione dell'edifico monastico, ma sappiamo solo che il Monastero benedettino delle suore omonime di San Giovanni Evangelista venne fondato nel 1361 dalla nobile Florentia de Caldarera, vedova del regio milite e giudice Giovanni senior de Caldarera, e ingrandito nei decenni e secoli successivi. Ma il loro stemma familiare è completamente diverso da quelli nella foto. L'altezza alla quale la pietra squadrata è posta, potrebbe far pensare anche a una costruzione anteriore al monastero o, considerando che proprio quella parte di edificio fu colpita da un incendio nel 1932, che essa sia una pietra riciclata proveniente da un altro antico edificio, ma quale? Io non so rispondere, per adesso. Fatto sta che è un reperto importantissimo a cavallo dei secoli XIII e XIV, quindi tra i più antichi e ben conservati della Città che, purtroppo è stato deturpato da scatole e fili elettrici, per ignoranza, superficialità e negligenza contemporanee di cui siamo specialisti.

¹ Nel 1138 Corrado fu eletto imperatore del Sacro Romano Impero a Coblenza. I successori Enrico VI, Federico II e Corrado IV furono anche re di Sicilia. La casata si estinse in linea maschile diretta con Manfredi (1232-1266) e Corradino di Svevia (1252-1268). Proseguì, invece, attraverso Costanza di Svevia o di Sicilia o d'Aragona (1249-1302), figlia di Manfredi (fonte Wikipedia).
² Il leone è rappresentato con la testa in profilo (ciò che lo distingue dal leopardo), ritto sulla zampa posteriore sinistra, con la destra alzata, e le zampe anteriori protese come verso una preda (cioè rampante), con la coda ripiegata verso la schiena, la bocca aperta e la lingua visibile. Il leone, con la sua reputazione di forza, di coraggio, di nobiltà, così conforme all'ideale medievale, veniva spesso utilizzato in araldica, soprattutto dai Plantageneti. Questi furono una casata comitale medievale, anche chiamati seconda casa d'Angiò o Angiò-Plantageneti, originari dell'odierna Centro-Valle della Loira e successivamente dei Paesi della Loira (Angiò). Divenne una casata di rango regale con Enrico II d'Inghilterra (fonte Wikipedia).
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domenica 8 settembre 2019

Un altro stemma al Carmine

Lo stemma all'interno della chiesa del Carmine, Piazza Armerina

In una chiesa di quasi quattro secoli non si finisce di trovare elementi interessanti da approfondire, facendosi aiutare dall'immenso volume del concittadino Litterio Villari¹, da internet e, perché no, dall'intuito. È il caso dello stemma nella foto, un bassorilievo in gesso che si trova ad altezza d'uomo, sul pilastro addossato alla parete della controffacciata, entrando a sx, nella nostra chiesa del Carmine. Forse esisteva anche dall'altra parte, prima di qualche restauro non proprio certosino. Le figure riprodotte nello scudo ovale inquartato ecclesiastico ci indicano: nel 1° quarto (a sx in alto) tre uccelli, due dei quali, i superiori, posti frontalmente coi becchi che si sfiorano. Potrebbero ricordare lo stemma del priore sotto il governo del quale fu sistemato il bassorilievo, oppure potrebbe rappresentare il maestro che parla agli studenti della casa di studi (o Studio Pubblico), già esistente dalla prima metà del XV secolo nel convento piazzese per la formazione delle nuove vocazioni. Lo Studio Pubblico di Plaza, come veniva chiamata la nostra città da quando regnavano gli Spagnoli, dal 1555 vide l'avvio della Scuola Musicale Piazzese da parte dell'ottimo musicista piazzese padre Riccardo La Monica, continuata dal 1577 dal maestro musicista sottopriore padre Antonio Sanso (o de Sanso). Sette anni più tardi, il maestro fondatore della Scuola Polifonica Siciliana, Pietro Vinci da Nicosia, portò a Piazza le novità della Scuola Musicale Veneziana, dispensando consigli e suggerimenti ai Padri Carmelitani di cui sopra e al laico piazzese Antonio il Verso, che divenne il massimo rappresentante della Scuola Polifonica Siciliana; nel 2° quarto (a dx in alto) 8 sfere, in araldica chiamate anche bisanti², che ricordano le otto punte dei raggi della stella simbolo dei Carmelitani. Il numero di 8 raggi era adottato nelle province governate dalla Spagna, mentre, per esempio, in Francia i raggi erano 5 e in Germania, Olanda e Italia 6; nel 3° quarto (in basso a dx) è riportato il giglio, simbolo di San'Alberto di Trapani, inteso anche come Sant'Alberto sacerdote Carmelitano o Sant'Alberto Abate o Abbati. Quest'ultimo era il cognome del padre di Alberto, Benedetto Abate ammiraglio della flotta di Federico II di Svevia. Nato tra il 1240 e il 1250 a Trapani e morto nel 1307 a Messina, nel XVI secolo fu stabilito che ogni chiesa carmelitana avesse un altare a lui dedicato e, infatti, nella chiesa di Piazza è il primo altare di dx; nel 4° quarto (in basso a sx) è raffigurata la palma, simbolo di Sant'Angelo di Gerusalemme o di Sicilia o di Licata martire. Nato nel 1185 a Gerusalemme, morì martirizzato a Licata (AG) nel 1225 (per altri nel 1239). Nella chiesa di Piazza gli è stato dedicato il 1° altare di sx. La palma si spiega sia perché il Santo era nato a Gerusalemme e la palma ricordava l'entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme, sia perché il Santo essendo un martire, era simboleggiato dalla palma che era un segno di resurrezione (dei martiri), di gioia, di trionfo, di rinascita, di sacrificio e di purezza. Secondo la tradizione Sant'Angelo di Sicilia visse nella nostra città e forse fondò il nostro Convento nel 1238. Sant'Alberto di Trapani, sempre secondo la tradizione, venne a Piazza forse nell'occasione del Parlamento del Regno del 1296, ed essendo un famoso santo taumaturgo, suscitò nella nostra città grande devozione. Nel 1585 la Provincia Carmelitana Siciliana si divise in due, prendendo i nomi dei Santi sopracitati: la Provincia di Sant'Angelo quella a occidente, la Provincia di Sant'Alberto quella a oriente di cui faceva parte il nostro convento.

¹ Litterio VILLARI, Storia Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, S.M. di S.P., Messina 1988, pp. 261-277.

² È un termine utilizzato in araldica per indicare un tondino di metallo. Il nome deriva dal bisante, moneta d'oro coniata a Bisanzio e introdotta in Europa dopo che i Crociati presero Costantinopoli (o Nuova Roma) nel 1204, oggi chiamata Istambul (Turchia).

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venerdì 16 agosto 2019

Conversazione Piazza Garibaldi/5

In giallo come doveva essere l'inferriata sul piano dinnanzi al Palazzo di Città di Piazza Armerina


(dalla 4^parte) La prof.ssa Lucia Todaro riporta una poesia in galloitalico del notaio Remigio Roccella, dove parla di quello che si può vedere sul CIÀNGH Î FERRI Â CÖRT (sul Piano con l'inferriata nella corte del Palazzo di Città) in piazza Garibaldi, prima del 1884. Io l’ho tradotta così:

«Sotto il portone del palazzo di Città
c’è uno spiazzo circondato da un’inferriata.
Questo luogo è sempre pieno di oziosi,
che non vuole lavorare e qui passeggiano,
dato che il sole li riscalda ogni mattina.
Medici, preti, calzolai, farmacisti,
avvocati, villani, maestri barbieri,
notai, muratori e sagrestani,
commercianti, mastri d’ascia e bottegai,
facchini, sarti, puttanieri
e nobili e ricchi e poveri servitori,
facendo salvi le giuste eccezioni,
tutti di questo e quello parlano male,
stanno immobili e passeggiano a coppie».
La professoressa conclude la vicenda dell’inferriata, in ferro battuto e bronzo, così:     
«STORI D’ORBI: I FERRI Â CÖRT… RUDÙI [Storie di ciechi: i ferri alla corte… rosicchiati]. La poesia del Roccella fu scritta prima del 1884, quando per fare le strade principali, questa inferriata, fatta in ferro battuto e bronzo, fu staccata e conservata nei magazzini del Comune. Fu conservata così bene che non si trovò più! L’avvocato Rosario Roccella riporta che qualcuno, per ridere, s’inventò che se l’erano rosicchiata i ratti. E così rimase il modo di dire, quando una cosa spariva senza sapere il chi e il come, ma si sapeva, eccome: ‘’E che è rimasto come i ferri alla Corte?’’. I buchi ancora si notano nelle pietre del piano! Andateli a vedere!»
Aggiungo io che, probabilmente, l’inferriata era stata collocata per impedire l’accesso al piano agli asini e ai muli che avrebbero sporcato. (continua)

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domenica 11 agosto 2019

L'antenato del Palio

La Cavalcata di Piazza erede del Palio dei Bèrberi (o Bàrberi), anni '40

In questi ultimi mesi, durante alcune ricerche, mi sono imbattuto in quello che, secondo me, è l'antenato della Cavalcata degli anni 40/50 e del Palio dei Normanni moderno che si svolge ogni agosto lungo le strade, in piazza Teatro, in piazza Duomo/Cattedrale e al campo sportivo Sant'Ippolito nella nostra Città. Uno dei più importanti storici della nostra Città, l'avvocato Alceste Roccella (1827-1908), in uno dei 7 volumi della sua Storia di Piazza, e precisamente nel Volume Terzo Chiese e conventi ed istituti di Filantropia in Piazza Per Alceste Roccella, ci ricorda che ai suoi tempi, nella seconda metà dell'Ottocento, in estate veniva svolta una corsa di cavalli bèrberi. Questi cavalli erano originari della Barbéria, nome dato anticamente al Nord Africa perché abitato dal popolo dei Bàrberi, ed erano noti sin dall'antichità per la loro robustezza e velocità. Il Roccella non precisa né il giorno in cui si svolgeva la corsa, che assunse il nome di Palio dei Bèrberi o Bàrberi, né l'arrivo (forse a Costantino o allo Scarante), ma ci dice che la partenza avveniva dalla Commenda di San Giacomo d'Altopascio, davanti l'odierno ingresso principale del Cimitero Comunale della Bellia. Per questo devo ritenere che il Palio si svolgesse il 25 luglio, festa di San Giacomo il Maggiore apostolo. Le caratteristiche principali di queste corse erano tre. La corsa era prettamente rettilinea, pertanto si raggiungevano alte velocità; veniva attraversato pericolosamente il centro abitato da nord a sud senza barriere di contenimento ai lati del percorso; inizialmente i cavalli correvano "scossi", ovvero senza fantini, in seguito si decise di montarli, ma senza l'ausilio di selle, "a pelo" (come nella foto). Questo genere di corse rappresentavano la parte principale delle feste popolari in tantissime località italiane, la più famosa è quella che si svolge due volte l'anno a Siena, ma una si volge anche nella vicina Calascibetta e l'anno scorso si è svolta il 3 settembre per la festa a Maria Santissima di Buonriposo. Un'altra vicino a noi era quella di Caltagirone, che partiva dallo spiazzo antistante il convento di San Francesco di Paola e aveva la simpatica caratteristica che prima della stessa venivano distribuiti confetti a gentildonne e gentiluomini cittadini e forestieri.

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lunedì 5 agosto 2019

La «Presentazione al Tempio» di Fundrò

Bottega siciliana XVII secolo, Presentazione al Tempio, particolare, Piazza Armerina, chiesa San Rocco (Fundrò)
Girolamo Alibrandi, Presentazione al Tempio (1519), Messina, Museo Regionale
 
Come avevo accennato in Conversazione Piazza Garibaldi/3, nella chiesa di San Rocco, altrimenti intesa anche di Fundrò, è presente, nella parete di sx, un quadro (foto in alto) a olio su tela di cm 140 x 160, rappresentante la Presentazione al Tempio. «Il dipinto apparterrebbe ad un ignoto pittore della prima metà del XVII secolo di bottega siciliana. L'autore della tela ha potuto probabilmente osservare direttamente l'opera dell'Alibrandi (foto in basso) interpretando in modo alquanto originale il tema trattato dal pittore messinese. Un'ulteriore e suggestiva testimonianza dell'eco prodotta in Sicilia dall'opera del valente pittore messinese. Alcune fonti ottocentesche testimoniano la presenza, all'interno della chiesa di San Rocco, di alcuni pregevoli dipinti legati a nomi di celebri pittori [...]. La copia in esame, insieme ad altri dipinti esposti all'interno della chiesa di San Rocco, faceva parte originariamente della collezione privata del vescovo di Agrigento (all'epoca Girgenti), monsignor Pietro Maria D'Agostino [1756-1835] che, intorno agli anni Venti-Trenta dell'Ottocento, fece dono della sua pregevole raccolta di quadri e disegni, acquistati in parte a Roma, alla congregazione cassinese del Monastero di Fundrò, a cui egli stesso apparteneva. Difatti, le motivazioni di questa ricca donazione sono da ricercarsi nel fatto che monsignor D'Agostino, vescovo di Girgenti, [...], è lo stesso Pietro D'Agostino da Sciacca che fu abate dal 1808 al 1824, menzionato da L. Villari (1988) nell'elenco degli abati della congregazione cassinese del suddetto Monastero. [...] A sostegno del fatto che il quadro di Piazza Armerina facesse parte della collezione privata del Monsignor D'Agostino disponiamo delle dimensioni della tela, 140 x 160 cm, assai più ridotte rispetto ai 452 x 351 cm della grande pala del 1519. Questo confronto dimostra che l'opera seicentesca non sia stata concepita per essere collocata all'interno di un luogo di culto, ma per diventare oggetto di devozione privata. [...] Quasi certamente il dipinto in esame non è di mano di un solo autore, ma è frutto di una collaborazione tra artisti provenienti dalla stessa bottega siciliana. Difatti, osservando le figure che compongono la scena, si rileva da subito la meritevole fattura dei ritratti dei protagonisti del rito [...], facendo emergere per contrasto lo scarso valore delle figure secondarie [...]. [...] Lo studio della pregevole opera dell'Alibrandi ha reso possibile non solo l'individuazione a Piazza Armerina, nella chiesa di San Rocco (Fundrò), del dipinto seicentesco opera di ignoto pittore siciliano (con aiuti e relativi rifacimenti), ma anche [...] a riflessione sull'influenza esercitata da questo valente pittore sul territorio siciliano, fortuna testimoniata dalla presenza in vari luoghi della Sicilia di artisti che hanno reinterpretato la Presentazione al Tempio messinese in maniera personale e originale. Si può conferire a pieno titolo al capolavoro dell'Alibrandi il merito di aver scritto una pagina di grande interesse nella cultura figurativa siciliana del XVI secolo. Messina, Piazza Armerina, Marsala, Taormina, Acireale sono solo alcuni dei centri nei quali tutt'oggi si possono osservare i segni tangibili dell'eco prodotta da questo celebre dipinto, diventato meta di attrazione e punto di riferimento di alcuni abili artisti per un ampio arco di tempo fino al XVII secolo» (Chiara FAUZIA, Echi alibrandeschi nell'entroterra siciliano: la copia seicentesca della Presentazione di Gesù al Tempio di Girolamo Alibrandi nella chiesa di San Rocco (Fundrò) di Piazza Armerina, in Archivio Storico della Sicilia Centro Meridionale, Anni IV-V, N. 8-9, Caltanissetta 2018, pp. 167-214).

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domenica 28 luglio 2019

Conversazione Piazza Garibaldi/4

Chiesa di San Rocco o Fundrò, Piazza Armerina
Palazzo di Città ex Palazzo del Senato, Piazza Armerina

(dalla 3^ parte) Dal Calendario alla Ciaccësa della prof.ssa Lucia Todaro veniamo a sapere che a Piazza c’era questo «MÒDU CURIÖS D’ PAIÈ I DEB’TI», che io ho cercato di tradurre così:

                              - MODO CURIOSO DI PAGARE I DEBITI (una specie di gogna) -

«Guardando i basamenti sotto il campanile della chiesa di Fundrò [nei riquadri in giallo foto in alto] o a fianco del portone del Circolo di Cultura, si capisce che prima vi dovevano essere dei sedili di pietra. Non servivano solo per sedersi, ma per fare una pratica di grande mortificazione per gli sventurati che vi capitavano! Si sentiva prima una tamburinata, per chiamare la gente. Poi veniva l’usciere con quello che doveva riscuotere i debiti. Il cattivo pagatore, strascinato, era spinto a forza nel sedile e lo si faceva sedere con tutti i sensi, tante volte per quanti debiti aveva, davanti a tutti, che gliene dicevano di tutti i colori. Da quest’usanza non tanto civile, viene il modo di dire che “se uno scivolava e sbatteva a terra per bene” vuol dire che aveva pagato tutti i debiti! Viene naturale pensare come potesse finire a noi di questi tempi, perché tutti siamo indebitati! Da questo viene l’origine della maledizione: "VA DÖNA CÖ CH’ T’ R’STÀ" che in italiano è "Vai a dare quello che ti è rimasto (di pagare)"». Però, aggiungo io, il "CÖ" alla ciaccësa può essere frainteso col "CÛ", quindi con «Vai a dare il culo… che ti è rimasto (da dare)».
Dopo la chiesa di Fundrò passiamo a un altro grande edificio presente nella nostra piazza Garibaldi: il Palazzo di Città. Prima era chiamato Loggia Comunale (foto in basso), poi fu ristrutturata per dar posto al Palazzo del Senato o «Casa senatoria». Il titolo di Senato fu concesso da re Ferdinando IV di Borbone nel 1777 ed era l’istituzione che deliberava le decisioni giurisdizionali, amministrative e legislative comunali. I componenti del Senato erano scelti tra i nobili, da cui scaturiva il governo municipale formato da 6 senatori, uno dei quali prendeva il titolo di Patrizio (il Sindaco dal 1821). Il primo Patrizio di Piazza fu il sacerdote Vincenzo Starrabba dei principi di Giardinelli, poi diventato I marchese di Rudinì (1730-1803). L’incarico della costruzione del Palazzo Senatorio fu dato, nel 1764, al catanese Francesco BATTAGLIA, architetto del principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello. Il Battaglia è lo stesso architetto che tre anni dopo, nel 1767, completerà la cupola del nostro Duomo, progettata oltre un secolo prima dall’architetto romano Orazio Torriani. I maggiori fautori, col beneplacito dei vicini monaci Benedettini, furono tre appartenenti alla nobile famiglia dei Trigona della Floresta. Il Palazzo fu ultimato nel 1778, data riportata nell’affresco della volta nella sala consiliare¹ realizzato dal palermitano Salvatore Martorana. Al piano terra del Palazzo di Città oggi c'è la sede del Circolo di Cultura, da alcuni chiamato anche Circolo dei Nobili. Nel 1814 si chiamava Circolo Unione, nel 1835 vi si stabilì anche il Circolo Progresso. Nel 1910 di questi due circoli se ne formò uno solo, chiamato prima Circolo Operaio poi Circolo Indipendente che, dal 1922, divenne Circolo di Cultura Fascista sino al 1944, quando fu chiamato semplicemente Circolo di Cultura, come oggi. Una curiosità, durante l’ultima guerra mondiale, il circolo fu requisito e occupato dai militari che vi organizzavano anche serate da ballo. (continua)

¹ Il 21 luglio 2019 l'aula consiliare è stata intitolata a Boris Giuliano, il Capo della Squadra Mobile di Palermo nato a Piazza Armerina il 22 ottobre 1930, assassinato dalla mafia il 21 luglio 1979.

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martedì 16 luglio 2019

Conversazione Piazza Garibaldi/3

A sx Chiesa di San Rocco o Fundrò, a dx Municipio, Piazza Armerina

Chiesa di San Rocco o Fundrò, Piazza Armerina

(dalla 2^ Parte) Continuando la spiegazione della facciata dell'odierno Municipio, notiamo sullo stemma tondo di sx dei Padri Benedettini e sull'altro tondo delle due famiglie piazzesi Calascibetta e Villanova di dx (nei cerchi gialli della foto in alto) due cornici attorno a due lapidi in marmo, contenenti scritte fasciste che furono cancellate con lo scalpello subito dopo la guerra, in quella di dx ci sono ancora i fasci laterali. Nella porta di dx (nel cerchio celeste), c'era il Corpo di guardia daziaria, poi il salone del barbiere Garigliano, il Bar Sport di Gino Giusto, quello di Scarantino e oggi c'è il Caffè del Centro del sig. Manuella. Nella porta di centro (cerchio verde) c'era il Bar di Valentino Conti, poi la Società dei Mutilati e Invalidi di guerra, oggi il Caffè del Centro. Subito sulla sx, attaccata all'ex monastero dei Benedettini oggi Municipio, troviamo la chiesa che i Piazzesi, nel 1572, innalzarono e intitolarono a San Rocco, per essere stati liberati dalla peste (foto in basso). Il campanile fu costruito al posto delle case cedute dal magnifico Antonino Saitta, antenato del piazzese, gesuita, missionario e martire, morto in Messico nel 1695, P. Francesco Saverio Saetta (o Saitta). Entrando in chiesa sull'altare di sx si trova la statua di San Rocco, santo taumaturgico francese del XIV sec. (terziario francescano) patrono degli appestati, protettore dalla peste, dalle malattie gravissime e dalle epidemie, che a Piazza si ripetevano quasi ogni 5-6 anni, alternandosi alla siccità e alle carestie. Dopo sei anni, nel 1578, la peste nel quartiere Canali provocò altre 550 vittime. Nella chiesa di Fundrò quando venne completata e aperta al culto, nel 1640, i PP. Benedettini fondarono la Congregazione dei Maestri Umiliati del SS. Sacramento che, assieme alla Congregazione dei Nobili del Sacramento e alla Compagnia dei Bianchi, subentrarono nel Circolo delle Quarantore all’Arciconfraternita del Sacramento, soppressa nel 1627. Il Circolo delle Quarantore era l’ordine di esposizione con l’ostensorio del SS. Sacramento nelle chiese della città per una settimana ciascuna. Si concludeva la Domenica, con una processione, detta la Levata delle Quarantore, a cui doveva prendere parte immancabilmente l’Arciconfraternita del Sacramento, che ne aveva il Patronato. Grazie al prof. Ignazio Nigrelli sappiamo che per la celebrazione del SS. Sacramento o Corpus Domini, erano effettuati due festeggiamenti solenni. Il primo, nel giorno della ricorrenza religiosa con grandiosa processione diurna, dalle ore 10 alle 13,30 del mattino, con la partecipazione di tutti i confrati che, nell’occasione, indossavano le loro caratteristiche tuniche bianche con lunghi strascichi spiegati; il secondo, all’ottava successiva, con altra solenne processione serale (dalle ore 20 in poi) con due addobbatissimi altari che venivano allestiti in piazza Monte e alla “Cr’s’varìa” (oggi via Marconi). Questa chiesa possiede quattro opere particolari: la prima si trova nella facciata. È la grande e bellissima Meridiana (in realtà si chiama Orologio Solare, perché la Meridiana segna solo le ore 12:00) scolpita sulla pietra arenaria (nel cerchio giallo della foto in basso). La seconda opera è il pregevole dipinto raffigurante la «Presentazione di Gesù al Tempio», copia seicentesca della celebre pala dipinta nel 1519 dall’artista messinese Girolamo Alibrandi, che alcuni suoi biografi hanno chiamato il «Raffaello di Sicilia», per una chiesa di Messina¹. Infatti, la copia sarebbe di un ignoto pittore della prima metà del 1600 di bottega siciliana, che poté osservare direttamente l’opera del «Raffaello di Sicilia». Inoltre, alcune fonti dell’ottocento testimoniano la presenza all’interno di questa chiesa di alcuni pregevoli dipinti legati a nomi di celebri pittori: Giulio Romano, Domenico Zampieri, Raffaello, Rubens, Tiziano ed altri. Queste notizie ce le ha fornite, in uno suo recente studio, la giovane prof.ssa piazzese Chiara Fauzia, che ringrazio. La terza opera è molto particolare e unica a Piazza per il genere pittorico adottato nel dipingere l’alta parete dietro l’altare. La tecnica si chiama trompe-l'oeil (in italiano: inganna l’occhio) che la fa sembrare invece bombata. La quarta opera pregevole conservata nella chiesa di San Rocco/Fundrò, è la statua in marmo della Madonna con Bambino, posta sull'altare maggiore, che si presume sia di un Gagini o di un appartenente alla loro scuola. La statua, chiamata «Madonna del Bosco», era ospitata nella chiesa di Santa Maria presso il borgo di Fundrò, da dove fu portata nella nostra città, allora chiamata Platia, il 18 aprile del 1622 dai Benedettini che, per secoli, considerarono questo giorno festivo. (continua)

¹ Dietro segnalazione dell'amico Antonio Barbera di Messina, sempre attento e interessato lettore, abbiamo saputo il 15 luglio 2019, che «le chiese messinesi che hanno ospitato l'opera di Girolamo Alibrandi sono state in origine la Chiesa della Candelora e successivamente la Chiesa di San Nicolò dei Gentiluomini. Entrambe le chiese furono distrutte dal terremoto (n.d.r. del 1908) e l'opera fu recuperata in frammenti e approssimativamente ricomposta». Nel suo studio la prof.ssa Fauzia conferma la provenienza dalla chiesa di San Nicolò dei Gentiluomini e l'attuale collocazione presso il Museo Regionale di Messina. Inoltre precisa che l'opera a tempera su tavola, di cm 452 x 351, firmata e datata 1519, riporta la seguente iscrizione: Jesus Hyeronimus de Alibrando/Messanus faciebat.
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domenica 14 luglio 2019

Conversazione Piazza Garibaldi/2

A sx Chiesa di San Rocco o Fundrò, a dx Municipio, Piazza Armerina


Stemma famiglia Calascibetta/Villanova, facciata Municipio, Piazza Armerina

(dalla Parte 1) Aumentando la popolazione, lo slargo Piano del Borgo è chiamato Foro Centrale, oppure Piazza Maggiore che, a metà del Cinquecento, assume pure la denominazione di Piazza Pescara, di cui ci parla il generale Litterio Villari nella sua opera¹: «La nostra città accolse il viceré don Francesco Ferdinando de Avalos d’Aquino, marchese di Pescara, nell’anno 1569, ottenendone l’approvazione del progetto di costruzione dell’attuale piazza Garibaldi, che allora era detta Foro Centrale ed in seguito Foro Pescara». Accanto alla citazione, però, non viene menzionato il documento da cui il Villari trae questa notizia, mentre, per altre notizie dello stesso anno, ci rimanda al Libro dei Privilegi ma, avendolo consultato di recente, non è stata rintracciata quella inerente al nome di Piazza Pescara. Inoltre, nella stessa pagina, si parla del rivelo o censimento voluto dal viceré e riportato dal paleografo Garufi, che registrava a Piazza 13.817 abitanti, quando Catania ne contava 26.000. L’altra tesi, un po’ meno prestigiosa, dei primi del Novecento, dice che si sarebbe chiamata Piazza Pescara, per la presenza della pescheria o mercato del pesce dalla parte opposta del Palazzo di Città, per intenderci dove c’era il negozio di giocattoli e profumi del sig. Valentino Alessandro. Potrebbe darsi, come dice qualcuno, che il Villari abbia inteso Pescara invece di Pescheria, conoscendo l’interessamento del viceré de Avalos per la città in quel periodo. A questo punto occorre, per il principio che senza documenti non si perpetuano errori di date, nomi e avvenimenti della tradizione, prendere le distanze e aspettare ulteriori ricerche e approfondimenti a tal proposito. Questo piano del Borgo o Piazza Maggiore rimase il centro della nuova città in espansione sino ai nostri anni Sessanta/Settanta, sino a quando il centro si trasferì nell’attuale Piazza Generale Cascino, prima intesa come Butt’ghèddi, per una serie di botteghe in piccole baracche di legno prima, casette in muratura poi, mentre la nuova strada mastra divenne l’odierna via Marconi assieme alla via Garibaldi. Adesso passiamo alla descrizione vera e propria. Nella nostra piazza Garibaldi esistono palazzi ecclesiastici e civili. Iniziando da dove finisce la via Marconi, prima chiamata Cas’varìa, abbiamo il prospetto ovest dell’attuale Municipio, dal 1622 monastero e abbazia dei Benedettini provenienti da quello di Fundrò, borgo e casale a metà strada lungo l’antica trazzera che collegava Piazza ad Enna. L’abbazia nel borgo di Fundrò era stata fondata nel 1418 dal piazzese frate benedettino Guglielmo Crescimanno. Dieci anni prima del loro arrivo, nel 1612, i Benedettini avevano manifestato la volontà di trasferirsi in un centro abitato perché, da quando dopo un incendio, a metà Cinquecento, il casale era andato distrutto, le vie e le trazzere senza manutenzione erano diventate impraticabili e pericolose, e l’abbazia di conseguenza rimaneva isolata e scomoda e, quindi, aperta a possibili attacchi di bande di malfattori. La scelta tra Piazza ed Enna cadde sulla nostra città che doveva garantire dei locali per il monastero e una chiesa attigua. Nel 1622, il monastero si sistemò nelle case donate dalla famiglia Tirdera, che stavano accanto alla chiesa di San Rocco. Nove anni dopo, nel 1631, si aggiunsero i locali donati dal nobile Placido Villanova, figlio di Francesco Villanova e Silvia Calascibetta. Ecco spiegato lo stemma delle due famiglie che si può ammirare ancora oggi sulla porta del Caffè del Centro (foto in basso). (continua)

¹ Litterio Villari, Storia della città di Piazza Armerina, IV edizione, IBN Editore, Roma 2013, p. 347.

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giovedì 4 luglio 2019

Conversazione Piazza Garibaldi/1

Mappa del centro storico di Piazza Armerina. In rosso i centri di aggregazione o piazze, in arancione le strade mastre. In azzurro due quartieri del centro storico oltre a quello del Monte.

Conversazione tenuta presso l'Università del Tempo Libero «I. Nigrelli» 
il 9 maggio 2019 dal prof. Gaetano Masuzzo

A mano a mano che il nostro centro abitato si è ingrandito, dai primi decenni del 1200 i centri di aggregazione e gli spazi pubblici dei Piazzesi si sono spostati, così come le "strade mastre" (vedi foto). Si è passato dal piano davanti la chiesa di San Martino, collegata alla zona dove esisteva un castello a guardia della valle Rocca, attraverso la strada mastra di allora, l’odierna via Misericordia, al piano Monte, oggi piazza Gen.le Giunta, collegato con San Martino attraverso la nuova strada mastra, oggi via Crocifisso (1300-1400), al piano Duomo collegato con la nuova strada mastra, oggi via Monte (1500), al piano del Borgo, oggi Piazza Garibaldi, collegato con l’antico centro abitato, per mezzo della nuova strada mastra: da piazza Duomo, piazza Castello, via Vittorio Emanuele chiamata, dai primi anni del 1600, Discesa o Salita del Collegio per la presenza del Collegio dei Gesuiti. Un’alternativa a quest’ultima fu l’odierna via Cavour, intesa dai piazzesi come via Santa Rosalia nel primo tratto, di Santa Caterina nel secondo tratto. Dell’esistenza nel XIII secolo di un Borgo verso valle, ce lo accenna il prof. Ignazio Nigrelli quando dice che «in documenti notarili del 1263 si parla del borgo, detto Borgo di Piazza, e di uno slargo presente in questo luogo chiamato piano del Borgo, distinto e distante dalla Città del Monte, l’odierno quartiere». Questo Borgo non farà parte del Borgo Vecchio, quello della Castellina, sino al 1337, quando inizierà la costruzione delle nuove mura per una città di quasi 6.000 abitanti. Nel frattempo le case dell’altra valle, verso sud (oggi quartiere Canali) sono aumentate per l’arrivo di numerosi gruppi di Ebrei. Un altro incremento ci sarà alla fine del secolo, quando nel 1396 gli Aragonesi, distruggendo i casali ribelli di Gatta, Polino, Fundrò e Rossomanno, costringeranno gli abitanti scampati alla morte dei primi due casali a rifugiarsi in questa valle, formando l’odierno quartiere Canali e facendo raggiungere, nel 1464, gli 8.000 abitanti. (continua)

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giovedì 23 maggio 2019

La conversazione sulla via Marconi

La via Marconi, ex Cas'varìa, a Piazza Armerina, negli anni Sessanta

Alla fine del Seicento il centro della nostra Città passa dal piano prospicente la chiesa di San Martino alla piazza Duomo, poi al Piano del Borgo che poi, nei secoli, è chiamata Piazza Maggiore o Foro Centrale. Questa piazza dal 1569, ma la notizia è da verificare, diventa Piazza Pescara, perché il viceré don Francesco Ferdinando de Avalos D’Aquino, marchese di Pescara, approva il progetto della sua ristrutturazione e sistemazione, oltre a quello per la rete fognaria nelle zone più importanti della città. Questa va ampliandosi verso il piano del Patrisanto o dei Teatini, dove esistono Monasteri e Conventi con le relative chiese e dove esiste una delle (almeno) 7 Porte della Città, quella a oriente, forse la più importante. È quella accanto alla Commenda dei Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni Battista, che prende appunto il nome di Porta di San Giovanni Battista. Questa porta poco tempo dopo è abbattuta, per aprire la città verso la Piana delle Botteghelle e verso il quartiere del Casalotto, sino al 1598 di proprietà di don Francesco Branciforti, conte di Mazzarino, che ottiene, in cambio, l’uso dell’acqua del fiume Gela per i suoi mulini. Le vie principali di questo periodo sono: la salita di Santa Rosalia e di Santa Caterina, oggi via Cavour, che collega piazza Pescara al Duomo; la discesa del Collegio (calàda ô Culègiu) oggi via Vittorio Emanuele II; la strada dei fondachi o ferrerìa, oggi via Roma; la strada che, nel 1711, prederà il nome di Strada del Principe; la carrèra o via dei gessai, oggi via Mazzini; la strada della fiera poi dei mercanti, oggi via Umberto; la Cas’varìa, oggi via Marconi. Quest’ultima nel comune parlare degli abitanti e nei documenti ha 5 varianti: Corbiserìa, Cresiverìa, Crasvarìa, Cr’s’varìa e Cruvisarìa (quest'ultima su una pianta della città del 1689). Tutte derivano da Cr’v’sarìa  che vuol dire «via dove si trovano i cr’v’sèri o calzolai». Il piazzese cr’v’ser e il siciliano curvisèri o cruvisèri, che vogliono dire calzolaio, derivano dal francese antico corveisier/courvesier (ciabattino), derivato di corveis/corvois, ovvero cuoio di Cordova, pellame usato dai ciabattini nelle loro manifatture. Sono voci ormai scomparse dall’uso comune però, nel passato, erano molto conosciute perché il sito era molto popolato e frequentato. A tal proposito lo storico prof. Ignazio Nigrelli nel 1989 ci ricordava l’esistenza di un’usanza particolare in quel tratto di strada «In quel luogo si faceva a mascarïada d’a Cr’v’sarìa che consisteva nel beffeggiamento di quanti passavano nei giorni di Carnevale per l’attuale via Marconi da parte dei calzolai (cr’v’sèri) dove avevano i loro laboratori. Siccome mascariäda vuol dire anche tinteggiatura, forse doveva esserci anche qualche lancio di sostanze polverose, più o meno profumate (cipria, borotalco, cuoio, segatura, lucido)». A proposito dei Calzolai, uno dei due Sodalizi o Confraternite (gruppo di persone dello stesso mestiere che si mettevano insieme, riunendosi in un oratorio o chiesa, per la cura e riparazione di questi luoghi, per pregare, discutere dei loro problemi lavorativi, trovare soluzioni per aiutarsi a vicenda dal punto di vista economico e spirituale e, non ultimo, per pensare alla loro decorosa sepoltura una volta conclusa la loro vita terrena) più antichi della città fu quello, incentivato nel 1400 dai frati Domenicani, dei conciatori di pelli, calzolai e calzettieri sotto la protezione dei Santi Crispino e Mercurio con sede presso la chiesa di San Vincenzo Ferreri, I Santo Compatrono della Città. Sino a primi decenni del Novecento, l’odierna via Marconi era un tutt’uno con la via che andava verso San Giuànn o verso la Porta d’ San Giuànn (Battista), poi chiamata a stràta ô Prìnc’p (la strada del Principe, in onore di don Vincenzo Starrabba barone di Scibini e principe nel 1711 di Giardinelli che, alla fine del XVII secolo vi aveva costruito il proprio palazzo, quello di fronte le suore di Maria Ausiliatrice) e che poi, dopo l’arrivo dei Savoia, le fu dato il nome di via Giuseppe Garibaldi. Dopo la morte nel 1937 del fisico e inventore Guglielmo Marconi gli fu intitolato, negli anni ’40, il tratto di strada che va dall’odierna piazza Garibaldi all’odierna via Garibaldi. Su una cartolina della via Marconi negli anni ’40, ancora troviamo “Corso Garibaldi” e, ancora dopo, anche piazza Guglielmo Marconi. Circa sessanta metri che hanno significato molto per la storia della nostra Città e dei nostri concittadini, che vi avessero o meno una attività commerciale o ricreativa di ogni genere: calzolai, barbieri, caffè, pasticcerie, banche, farmacie, agenzie, mercerie, fotografi, armerie, benzinai, apparecchi radio, tabaccherie e società di mutuo soccorso. (Nella conferenza “A SPÀSS PA CAS’VARÌA – La nostra via Marconi” tenuta dal sottoscritto il 30 maggio 2018, presso la S. M. “Cascino” per l’Università del Tempo Libero “I. Nigrelli”, sono stati elencati, grazie alla memoria storica di mio padre, il falegname e negoziante di ferramenta Gino Masuzzo classe 1921, che non c’è più dal 2015, e del mio amico Tanino Santangelo, i negozianti presenti in questo tratto porta per porta, dagli anni Trenta del secolo scorso ai nostri giorni).

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