Sepolcro barone Marco Trigona, XVII sec., Cattedrale, Piazza Armerina
Sepulcher baron Marco Trigona, 17th century, Cathedral, Piazza Armerina

martedì 6 novembre 2018

La lapide a Sant'Anna

Lapide all'interno della Chiesa di Sant'Anna (Nuova)¹, sopra il portone d'ingresso principale

Finalmente da qualche mese si è potuto accedere, anche se ancora in maniera ufficiosa, all'interno della bellissima (una volta) e particolarissima chiesa dedicata a Sant'Anna nella nostra Città. Infatti, grazie all'interessamento della nuova amministrazione, è stato aperto il grande portone che dà sulla via Vittorio Emanuele II, per intenderci na calàda ô Culègiu (nella discesa del Collegio dei Gesuiti), per dare almeno una pulita al pavimento della grande aula ottagonale, ormai senza più mattoni. Alle pareti in alto i resti di qualche affresco e di qualche scultura in gesso, che fanno immaginare lo spettacolo che doveva essere un tempo. Ma, all'occhio del piazzese curioso, non poteva sfuggire un piccolo/grande particolare che è resistito alle barbarie che hanno investito questa chiesa lungo quasi due secoli e mezzo. Infatti, fu la baronessa Geronima Rivarola dei baroni di Rafforusso², sorella di Maria, una delle dodici suore presenti nel monastero nel 1655 (da tredici anni autorizzato dal Papa) nonché una delle sei promotrici³ alla mutazione in monastero del precedente Ritiro di donne della Congregazione di Santa Brigida nei primi anni del Seicento4, a finanziare, sul finire del Seicento, le opere per trasformare l'oratorio in chiesa. «I lavori dovettero durare alcuni decenni e dovettero trovare nuovi e sostanziosi finanziamenti nella famiglia Trigona, se sulle porte si scorgevano, fino a qualche anno fa, i blasoni di detta famiglia. [...] Nei giorni 24-25-26 luglio 1745 [...] con grandi festeggiamenti ed alla presenza del vescovo di Siracusa, Matteo Trigona dei baroni di San Cono e di Mirabella [...] indubbiamente si trattò dell'inaugurazione».5 Dopo quasi mezzo secolo, «nel 1797, vi fu la dedicazione della nuova chiesa a Sant'Anna [come ci ricorda, appunto] la lapide posta nel vano ingresso principale [che] così recita: "A DIO OTTIMO MASSIMO - Alla Madre della Genitrice di Dio [San'Anna], le sacre figlie di Sant'Agostino dedicarono [questa chiesa] assecondando la loro somma pietà religiosa durante il superiorato di Suor Maria Crocifissa Capizzi - 1797"».6 Nella foto, inoltre, dentro al cerchietto, è riportato lo stemma dell'Ordine Agostiniano a cui appartenevano sia l'originario Ritiro di donne sia il Monastero.
¹ La chiamo "Nuova" perché nell'ultimo restauro che è stato eseguito presso il monastero di Sant'Anna, abbattendo i muri di tramezzo nei locali al secondo piano, quello a livello della strada, che ospitavano la segreteria delle Scuole Elementari oggi Sala Conferenze, è venuta alla luce la Vecchia cappella (si suppone dedicata alla Santa) di cui si servivano sin dalla metà del Seicento le suore. Sull'arco absidale della stessa è presente lo stemma della famiglia Trigona.
² Feudo a ca. 18 Km da Piazza verso Gela, a dx della SS. 117bis.
³ Le altre cinque furono «M. Maddalena Trigona, Angela M. Trigona, Maristella Caldarera, Benedetta M. Pirri [parente dello storico Rocco Pirri], Anna M. Cagno».  (L. Villari, Storia Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina 1988, p. 350.
4 «Il Ritiro di donne sorse nel primo decennio del 1600 ad opera di Pietro Calascibetta dei baroni del Cutomino [...] che qualche anno dopo nella sua casa fondò la Congregazione di Santa Brigida, confinante con l'Oratorio di Sant'Anna [...] Nel 1616 i Padri Gesuiti convinsero il sacerdote don Andrea Trigona barone di San Cono, ad ampliare l'Oratorio e a lasciare nel suo testamento dei legati a favore della Congregazione». (Ivi, 349-350).  In Alceste Roccella invece si legge che «costei [Girolama Rivallora] per le insinuazioni del sacerdote Andrea Trigona compì la congregazione Sant'Anna di Piazza, edificandovi a sue spese, nel 1640 la chiesa che durò sino al 1745. Finalmente, si rinchiuse e nello stesso Sant'Anna ove santamente visse e morì donandogli molti suoi averi» (Alceste Roccella, "Storia della città di Piazza. Famiglie Nobili." Manoscritto inedito, copiato in PDF, Piazza Armerina, Biblioteca Comunale, [penultimo decennio sec. XIX], p. 87).
5 L. Villari, Storia Ecclesiastica, op. cit., p. 350.

6 Cfr. L. Villari, Storia della città di Piazza Armerina, Roma 2013, p. 447.

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martedì 30 ottobre 2018

Rivoli (TO) intitolazione al Gen.le Cascino


Il nostro concittadino Salvatore Trebastoni, Maresciallo Lgt. degli Alpini in pensione, residente a Rivoli (TO), mi ha inviato il manifesto nella foto, per segnalarmi un'importante cerimonia, che si svolgerà il prossimo sabato 3 novembre. Si tratta dell'intitolazione dell'area verde di piazza San Bartolomeo nella sua città di residenza, al nostro generale Antonino Cascino. Questa intitolazione avrà luogo soprattutto per l'assiduo interessamento che è sfociato nella richiesta del nostro concittadino che, molto legato alle tradizioni e agli uomini illustri piazzesi, ha fatto presso il Comune di Rivoli, allegando una biografia del nostro Eroe della I Guerra Mondiale. Sono sicuro che Salvatore sarà orgoglioso, come noi tutti, che a Rivoli ci sia uno spazio urbano dedicato o nòstr Generàl a pochi passi «dall'ex caserma a lui intitolata proprio ai piedi del Castello, a fianco alla chiesa di San Bartolomeo. Nel corso degli anni una parte fu demolita, per far posto all'attuale piazza San Bartolomeo e alla via Roma, e la rimanente trasformata in una scuola oggi in disuso», come Salvatore ci segnalava due anni fa circa, commentando un post sulle tante intitolazioni al nostro Generale.

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sabato 27 ottobre 2018

Edicola n. 62

L'Edicola Votiva di via Gesù e Maria nel 2015
L'Edicola Votiva di via Gesù e Maria nel 2018

L'Edicola Votiva n. 62 è quella che si trova in via Gesù e Maria, una delle vie più a ovest dell'antico quartiere Monte. La via si trova a pochi passi dalla chiesa di San Martino, proprio dove si trovava una delle sette porte della città, la Porta di San Martino, che separava l'antico centro abitato dalla costa/campagna omonima. La strada prende il nome dalla piccola chiesa dedicata a Gesù e Maria di cui si vedono ancora i pochi resti rimasti nella ripida discesa verso gli orti, giù in fondo nella valle Rocca, attraversata appunto dal torrente Rocca, proveniente da est dall'alto del quartiere Casalotto. La foto in alto si riferisce all'edicola in condizioni pietose nel 2015, mentre quella in basso a quella restaurata da quache mese da qualche abitante di buona volontà. Con pochi ritocchi il fedele ha reso la nicchia, ricavata in un muro di un'abitazione scendendo a sx, decorosa e dignitosa, adatta ad accogliere l'immagine cartacea della nostra Patrona, Maria SS. delle Vittorie. Questo dimostra che con poco e senza sbandieramenti si può rendere civile, accettabile e decoroso un angolo della propria città, ancora di più se si tratta di un luogo tra i più antichi e suggestivi di uno dei due quartieri originari della nostra Piazza.
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venerdì 12 ottobre 2018

Edicola n. 61


Più che un'edicola votiva la n. 61 del mio censimento è un complesso monumentale, con relativa grande statua di San Pio da Pietrelcina (1887-1968) e, inoltre, con una cripta nella parte sottostante. Dall'articolo su ViviEnna.it apprendiamo che «Il complesso monumentale di Piazza Armerina, meta continua di tanti devoti, fu inaugurato nel 1996, da mons. Vincenzo Cirrincione, vescovo della diocesi di Piazza Armerina». La grande statua si trova all'ingresso della Città, 100 m prima della caserma dei Carabinieri, col Santo rivolto verso chi arriva dall'entrata nord, dal Cimitero della Bellia per intenderci, a qualche decina di metri dopo la Commenda di San Giacomo d'Altopascio. Questa zona, adesso in espansione, sino a qualche decennio fa veniva intesa come "quartiere Cannizzaro", dopo il piano della Stazione Ferroviaria. Il complesso è sempre tenuto in ordine e pulito, perennemente pieno di lumini e fiori. «Tutto ciò è dovuto, come ci ricorda il coordinatore del gruppo di preghiera geom. Paolo Orlando, all'ammirevole e straordinaria venerazione sentita nella nostra città a San Pio».
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domenica 30 settembre 2018

Perché si chiama Madonna della Catena

La Madonna della Catena nella chiesa del Crocifisso, Piazza Armerina

<<Il culto della Madonna della Catena, depurato dagli elementi miracolistici, trae origine dalla devozione alla Madonna come protettrice degli schiavi e dei prigionieri. Nasce alla fine del Trecento ma ha davvero sviluppo dopo la prima metà del Cinquecento, quando le incursioni barbaresche ridussero in schiavitù molti cittadini dell'Italia Meridionale, e la Congregazione dei padri mercedari si adoperò per il loro riscatto. La denominazione di Madonna della Catena si apparenta quindi a quella di Madonna della Mercede, Madonna del Soccorso, e degli Schiavi. Il culto della Madonna della catena nasce nel 1392 a Palermo, quando regnava in Sicilia Martino I il Giovane. Tre uomini furono ingiustamente condannati e il 18 agosto furono condotti a Piazza Marina, dove avrebbero dovuto essere impiccati. Proprio mentre stavano preparando le forche, si scatenò un gran temporale che costrinse i carnefici a rifugiarsi nella Chiesa della Madonna del Porto e il popolo a fuggire. In attesa che si potesse riprendere l'esecuzione, i tre condannati furono legati con doppie catene all'altare della Vergine, ma il temporale continuò per l'intera giornata, e le guardie dovettero passare la notte nella chiesetta per sorvegliarli. I tre si portarono lacrimando ai piedi della Madonna invocandola col titolo di Vergine delle Grazie e cominciarono a pregarla insistentemente, e a un tratto, mentre i soldati cadevano in un profondo sonno, le catene che trattenevano i tre si spezzarono e la voce della Madonna li rassicurò "Andate pure in libertà e non temete cosa alcuna: il divino Infante che tengo tra le braccia ha già accolto le vostre preghiere e vi ha concesso la vita!". Le catene caddero senza far rumore e la porta si spalancò, i tre innocenti uscirono dal tempio e le guardie si svegliarono solo all'alba. Subito i soldati riuscirono a riprendere i fuggitivi ma furono fermati dal popolo che ricorse al re Martino I. Quando questi andò nella chiesetta, coi propri occhi constatò il miracolo: le catene si erano infrante. Subito l'eco del miracolo si diffuse ovunque, e frotte di pellegrini giunsero alla chiesa che ormai era chiamata "della Catena". I miracoli si moltiplicarono e la Madonna della Catena divenne patrona di molti comuni dell'isola e venerata in tantissimi altri, e il suo culto arrivò in tutto il Sud Italia. Ancora oggi la chiesa è meta di pellegrinaggi e conserva il simulacro di Nostra Signora della Catena. Nel 1500 alla chiesa venne attaccata una delle catene che chiudevano il porto e prese ufficialmente il nome con cui già l'aveva battezzata il popolo un secolo prima>>. (fonte Wikipedia)

Cronarmerina desidera ricordare che in passato, quando il parto delle gestanti si presentava particolarmente difficile, nei casi disperati si arrivava ad adagiare la catena, che si trova nella mano destra della Madonna, sul ventre della partoriente per facilitarne il parto. Inoltre la statua è stata sempre esposta nell'ex chiesa di San Nicola al Monte, in seguito, nel 1651, chiamata anche chiesa della Madonna della Catena.
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mercoledì 26 settembre 2018

Turismo di sessant'anni fa

Emigranti italiani alla stazione di Wolfsburg (Germania) anni '60

Attraverso lo sfogo di un mio coetaneo, appreso su Facebook, racconto come si faceva “turismo” negli anni ’60, e come venivano gestiti in maniera spicciativa e concreta i “turisti” provenienti dall’Italia del boom economico. Io e altri più fortunati, grazie ai sacrifici dei genitori, non abbiamo potuto godere di questi “felici” soggiorni. Mentre io potevo frequentare l'I.S.E.F. a Palermo, per contare su un futuro lavorativo sicuro, altri della mia stessa età tentavano la fortuna nei paesi del Nord Europa, tra tanti sacrifici e privazioni. Adesso, dopo tanti decenni si ripresentano gli stessi problemi per tanti nostri giovani, come se, nel frattempo, fossimo stati governati da extraterrestri, piombati sulla Terra per caso e che si sono disinteressati delle generazioni future. Io non avrò la possibilità di conoscere l’Italia tra 20, 30 o 40 anni, ma mi sa tanto che sarà un continuo “tirare a campare”, come abbiamo fatto per secoli e secoli. Ho volutamente saltato l’ultima parte dello sfogo dell’emigrato italiano, perché contiene argomenti che tutti rimproveriamo giornalmente ai nostri cari amministratori, ma senza alcun risultato, come se vivessero su un altro pianeta, come se fossero qui di passaggio e trascurando persino la gestione dei nuovi immigrati, anche loro in cerca di miglior sorte, lontani dalla loro nazione. Tutti i popoli sono stati e saranno migranti ma, per la loro integrazione e convivenza, occorrono poche idee ma chiare, da far rispettare agli italiani e agli ospiti, senza ipocriti buonismi, altrimenti ci attenderanno tempi poco felici, a noi e a loro.

                          Da Facebook, Vinicio Patruno,1 settembre 2018, ore 10:52.
<<Sono un EMIGRANTE, da 43 Anni a Zurigo, Svizzera, dall'eta' di 18 anni e nel 2019 avrò 65 anni, ma ricordo molto bene quell’anno: settembre 1972. Avevo da poco compiuto 18 anni. Arrivati a Zurigo, dopo un viaggio di 20 ore, di treno diretto Lecce-Zurigo, il treno pieno di emigranti, giovani come me, non trovammo il Comitato di Accoglienza di cittadini svizzeri con caffè caldo e biscotti… e borse di indumenti e regali per i “Gastabeiter” tradotto “ospiti-lavoratori”, ma la "Fremdpolizei" (polizia per gli stranieri) che gentilmente ai nuovi arrivati domandavano, in perfetto italiano: 1 Biglietto da dove è partito; 2 Contratto di lavoro; 3 Indirizzo dove risiedere fino al 18 dicembre che era il giorno della scadenza del contratto; 4 Ci pregavano di presentarci a “Kloten Aeroporto di Zurigo” per la “Gesundheiten Kontroll” (controllo dello stato di salute) dove una volta passato il controllo, se eri in salute ottimale veniva messo il visto sul contratto di lavoro “Gesund Bestedigt: STATO DI SALUTE OTTIMALE può lavorare”; se non lo superavi veniva messo il visto “Nicht Bestedigt: STATO DI SALUTE NON OTTIMALE” e il venerdì successivo venivi accompagnato sullo stesso treno e partivi con un biglietto di ritorno per l’Italia. Ha notato la differenza? […] Eravamo e siamo una ricchezza economica e finanziaria da oltre 75 anni e non un onere per l’Italia come i vostri “migranti”, per un accordo bilaterale tra i paesi Svizzera e Italia, con richiesta di manodopera per lavorare con contratto di lavoro legale, permesso legale, noi siamo stati il 35% del Pil italiano per 30 anni! A tanto corrispondevano le entrate in Italia! 890.000 emigranti ogni FOTTUTISSIMO MESE mandavamo il denaro in Italia, una marea di denaro, solo a Zurigo e Kantone eravamo 150.000 italiani. Vada nei registri a Berna e domandi quanti emigranti italiani in 75 anni si sono macchiati di crimini verso le cittadine e cittadini svizzeri, verso il paese elvetico, con stupri, assassinii, rapine, borseggi e forme varie di accattonaggio, piuttosto morivamo di fame, ma sempre con la dignità di italiani anche noi, caro On.le Civati. Abbiamo avuto i nostri morti e tanti non ce l’hanno fatta, sono morti giovani, avrebbero la mia stessa età, tanti purtroppo non riposano nel paese natio, in Italia, ma qui in Svizzera, ma senza tante polemiche, senza notizie sui media e giornali italiani o dibattiti idioti in Tv (vedi La7 – 8 – 9) ma solo una anonima tomba con una croce, nome e cognome, data della morte e la scritta “Gestorben Wegen Arbeiten Unfall”, MORTO SUL POSTO DI LAVORO. Il prossimo anno avrò 65 anni ed avrò la pensione svizzera, ma sempre italiano, orgogliosamente italiano, ma deluso di avere come rappresentanti dei politici che non si preoccupano degli italiani […]. Delfino Donato>>.
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sabato 22 settembre 2018

Edicola n. 60

L'Edicola Votiva n. 60 è quella rappresentata dalla statua di Padre Pio posta su una colonna di grosse pietre. Si trova in contrada Santa Croce, subito dopo la rotonda per Mirabella Imbaccari, nell'angolo a sx formato dalle vie Ammiraglio Conti, Caduti di Nassirya e Leonardo da Vinci, che poi continua con la SP16 verso Mirabella Imbaccari. È molto semplice e recentemente ho constatato che è tenuta molto bene dagli abitanti vicini. Approfitto dell'occasione per ricordare ai miei concittadini che la zona, la contrada e, quindi, la rotonda, prendono il nome da un'antica chiesa che si chiamava appunto Santa Croce¹. La chiesa era vicina alla croce in pietra ancora esistente, alla cui base c'è scolpito l'anno 1714. Ultimamente, facendo altre ricerche, ho letto che la chiesa e poi la croce, erano state edificate, perché era consuetudine dei fedeli piazzesi percorrere, diverse volte l'anno, una Via Crucis che partiva dalla croce, anch'essa in pietra, di San Pietro, quindi attraversava le Botteghelle, scendeva la discesa di Altacura, saliva per l'odierna via Libertà, allora una trazzera che costeggiava il convento dei Cappuccini sovrastante, per poi dirigersi verso Santa Croce, dove poi fu eretta l'omonima chiesa. Lungo il percorso esistevano diverse edicole votive, davanti alle quali i fedeli si fermavano in preghiera, per poi riprendere il cammino. La chiesa di Santa Croce all'inizio del Novecento fu abbattuta, per realizzare la rotabile per Mirabella Imbaccari, rimanendo in suo ricordo soltanto la vicina e robusta Edicola Votiva.
¹ Con questo nome esiste anche un monte tra Piazza Armerina e Mirabella Imbaccari, a un paio di Km ca. a Nord-Est di quest'ultima. Il monte Santa Croce, che sulle cartine risulta alto 570 m, è menzionato in un diploma in latino del 1148 del conte Simone Aleramico, quando questi concede all'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme la chiesa di Sant'Andrea e alcuni feudi e casali, tra i quali quelli di Gallinica delimitato dal torrente Fucello proveniente, appunto, dal monte Santa Croce.

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